FRANCISCO GOLDMAN.
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CHIAMALA PER NOME.
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Parte 1.
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Titolo originale: Say Her Name. 2011.
Traduzione di: Lucia Fochi e Isabella Zani.
2015. Edizioni Il Saggiatore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Appassiona, commuove ed  scritto magnificamente. Quel che rimane di questo libro non  tanto il mistero della morte di Aura, quanto il miracolo della donna stupefacente, piena di spirito, originalissima che Goldman ha tanto amato. New York Times Book Review.
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Romanziere e giornalista affermato, Francisco Goldman era un eterno adolescente, sfortunato in amore e allergico all'impegno, prima di incontrare la giovane Aura. Dottoranda messicana a New
York, creatura sensibile, fragile e bellissima, Aura ha quella passione per le lettere e per la vita che per anni Francisco ha cercato invano nelle donne intorno a s. Ma sulla spiaggia di Mazunte, Oaxaca, Messico, un mese prima del loro secondo anniversario, dall'oceano un'onda si scatena impietosa contro l'impulsiva esuberanza di Aura. La sua vita si spezza a soli trent'anni. La famiglia accusa Francisco dell'accaduto, interrompe ogni rapporto con lui, arriva a nascondergli le ceneri della moglie.
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Roso dal senso di colpa, sopraffatto dal destino e completamente svuotato, Francisco  tentato di lasciarsi morire. Fa invece quello che fa da sempre: scrive. E scrivendo, con voce lirica e amara, tenera e lancinante, esplora le pi elevate altitudini dell'amore e i pi cupi abissi del lutto; restituisce Aura a se stesso e ai lettori. Fa vibrare di speranza il dolore della perdita e ipnotizza con una favola d'amore che resta tale anche di fronte all'inconsolabile brutalit della morte.
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Grazie ai ricordi dell'uomo che l'ha amata, e attraverso i diari e gli scritti di Aura, rivivono in queste pagine momenti, parole, pensieri e immagini di un essere speciale: le ansie, le passioni, le piccole malizie, lo spirito libero: la vita con Francisco tra Brooklyn e Citt del Messico, le lotte accademiche, la scrittura, l'infanzia segnata dall'inestricabile legame con la madre e dal trauma per l'assenza del padre.
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Chiamala per nome riesce nel miracolo di ridare ad Aura un nuovo corpo, un corpo letterario cos vero e intenso che leggendo questo libro noi stessi sentiremo di averla incontrata e amata.
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L'Autore.
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Francisco Goldman  autore dei romanzi L'equipaggio dimenticato (1997), La lunga notte delle piume bianche (1998), Lo sposo divino (2007) e del libro-inchiesta L'arte dell'omicidio politico (2008), tutti pubblicati dal Saggiatore.
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Vladimiro: E se ci pentissimo? Estragone: Di essere nati?
Samuel Beckett, Aspettando Godot.
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Non  semplicemente la morte;  sempre la morte di qualcuno.
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SERGE LECLAIRE.
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Cara perduta! Dalla tua sorte precoce, Il compito mio  stato meditare, Su te, te sola: sei tu il libro, e la biblioteca dove studio, sebbene quasi cieco.
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HENRY KING, VESCOVO DI CHICHESTER, Ode funebre.
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Io non vorrei essere pi veloce, n pi verde di ora se tu fossi con me. Ah tu eri il meglio di tutti i miei giorni.
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Frank O'Hara, Animals.
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e forse lo scoprirai quando vai in paradiso, dopo l'incarico all'ufficio di Shanghai. E forse in un armadio del paradiso ritroverai anche il costume da orso.
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Aura Estrada, I miei giorni a Shanghai.
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Capitolo 1.
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Aura  morta il 25 luglio 2007. Per il primo anniversario tornai in Messico
perch volevo trovarmi l dov'era successo, su quella spiaggia della costa
del Pacifico. Ora, per la seconda volta in un anno, rientravo a casa a Brooklyn
senza di lei.
Tre mesi prima di morire, il 24 aprile, Aura aveva compiuto trentanni. Noi
eravamo sposati da due, meno ventisei giorni.
La madre e lo zio di Aura mi hanno incolpato della sua morte. E non  che
io non me ne ritenga responsabile: nei panni di Juanita, anch'io mi sarei voluto
vedere in prigione. Ma non per i motivi addotti da lei e da suo fratello.
D'ora in poi, se hai qualcosa da dirmi, mettilo per iscritto. Questo mi disse
al telefono Leopoldo, lo zio, quando mi rifer di aver assunto la difesa legale
della madre di Aura nella causa contro di me. Da allora non ci siamo
pi parlati.

Aura.
Aura e me
Aura e sua madre
Sua madre e me
Un triangolo amore-odio, oppure non so
Mi amor, sta succedendo davvero?
O sont les axolotls?
Ogni volta che Aura si accomiatava dalla madre, che fosse all'aeroporto di
Citt del Messico o stesse semplicemente andando via da casa sua la sera, e
addirittura dopo aver pranzato insieme al ristorante, la madre alzava una
mano per farle il segno della croce e pregare in un sussurro la Vergine di
Guadalupe di proteggerla.
L'axolotl  una specie di salamandra che non compie mai la metamorfosi
dallo stato larvale, un po' come un girino che non diventa mai rana. Abbondava,
un tempo, nei laghi intorno all'antica capitale del Messico, e gli
Aztechi ne andavano ghiotti. Fino a poco tempo fa si diceva che abitasse
ancora i canali salmastri di Xochimilco; ma di fatto gli axolotl sono estinti
anche l, e sopravvivono solo in acquari, laboratori e zoo.
Aura adorava il racconto di Julio Cortzar su quel signore talmente ipnotizzato
dagli axolotl del Jardin des Plantes, l'orto botanico parigino, da
trasformarsi lui stesso in axolotl. L'anonimo protagonista della storia si reca
al Jardin ogni giorno, certi giorni anche tre volte, per osservare i bizzarri
animaletti pigiati nell'acquario: i lattiginosi corpi traslucidi e le delicate code
di lucertola, i rosei volti aztechi piatti e triangolari e le minuscole zampe
dalle dita quasi umane, gli strani rametti rossicci che spuntano dalle branchie,
il bagliore dorato degli occhi, la quasi totale immobilit, giusto ogni
tanto uno spasmo delle branchie o un unico, brusco scatto ondulatorio del
corpo che nuota. Gli sembrano talmente estranei che finisce per convincersi
che non siano solo animali, che abbiano con lui qualche misterioso legame,
che siano prigionieri silenziosi dentro ai propri corpi e tuttavia, con i
loro occhi d'oro pulsanti, lo stiano supplicando di salvarli. Un giorno l'uomo
sta fissando gli axolotl come al solito, il viso premuto contro il cristallo
dell'acquario, ma proprio nel bel mezzo della frase, ecco che l'io narrante 
dentro la vasca, a guardare l'uomo da dietro il vetro; la transizione avviene
cos, come niente. Il racconto termina con l'axolotl che spera di essere riuscito
a comunicare qualcosa all'uomo, a gettare un ponte tra le due mute solitudini,
e si augura che l'uomo abbia smesso di visitare l'acquario perch si
trova chiss dove a scrivere un racconto su cosa significa essere un axolotl.
La prima volta che io e Aura andammo a Parigi insieme, circa cinque
mesi dopo che era venuta a stare da me, pi di qualunque altra cosa voleva
andare al Jardin des Plantes a vedere gli axolotl di Cortzar. A Parigi c'era
gi stata, ma aveva scoperto il racconto da pochissimo. Sembrava quasi
che fossimo volati in Francia solo per andare a vedere gli axolotl, sebbene in
realt lei avesse un colloquio alla Sorbona perch stava pensando di lasciare
la Columbia University. Andammo all'orto botanico subito, il primo giorno,
e pagammo il biglietto per il piccolo zoo ottocentesco. Davanti all'ingresso
del terrario, cera un manifesto incorniciato con informazioni in
francese su anfibi e specie a rischio di estinzione, illustrato proprio dall'immagine
di un axolotl rosso branchiato visto di profilo, l'allegra faccina da
extraterrestre e i piccoli arti da scimmia albina. All'interno le vasche stavano
una accanto all'altra lungo il perimetro della sala, piccoli rettangoli
illuminati e incassati nel muro, ciascuno dei quali racchiudeva un diverso
habitat umido: muschi, felci, sassi, rami d'albero, pozze d'acqua. Passammo
di vasca in vasca leggendo le targhette: varie specie di salamandre, tritoni,
rane, ma niente axolotl. Rifacemmo il giro della sala, caso mai ce li fossimo
persi; alla fine Aura si avvicin al custode, un signore di mezza et in uniforme,
e gli chiese dov'erano. Lui degli axolotl non sapeva assolutamente
nulla, ma qualcosa nell'espressione di lei lo indusse a esitare, o cos parve, e
le chiese di aspettare; se ne and e torn un istante dopo, accompagnato da
una donna, un po' pi giovane di lui, con indosso un camice azzurro. Lei e
Aura si misero a parlare a bassa voce, in francese, perci io non capivo che
cosa si dicessero, ma lo sguardo della donna era garbato e vivace. Quando
uscimmo Aura si ferm per un momento, con un'espressione di muto sconcerto.
Poi mi raccont che la signora se li ricordava, gli axolotl; addirittura
ne sentiva la mancanza, aveva detto. Ma diversi anni prima li avevano portati
via, e ora si trovavano in un qualche laboratorio universitario. Aura indossava
un cappotto di lana grigio antracite, una sciarpa biancastra attorno
al collo, con ciocche dei lisci capelli neri arruffate intorno alle guance morbide
e tonde, rosse come ardessero per il freddo, anche se non faceva particolarmente
freddo. Qualche lacrima, non un fiume, qualche lacrima tiepida
e salata le trabocc dagli occhi e le scivol sulle gote.
Mettersi a piangere per una cosa del genere?, ricordo di aver pensato. Ma
baciai quelle lacrime, inspirando il salmastro tepore di Aura. Qualunque
cosa fosse ad averla tanto sconvolta circa l'assenza degli axolotl, sembrava
far parte dello stesso mistero che nel finale della storia di Cortzar l'axolotl
spera sar rivelato dall'uomo con la scrittura del suo racconto. Ho sempre
desiderato di poter sapere che cosa si provava a essere Aura.
O sont les axolotls?, scrisse lei sul diario. Dove sono finiti?
Aura si trasfer da me a Brooklyn circa un mese e mezzo dopo essere arrivata
a New York da Citt del Messico con tutto un carico di borse di studio,
tra cui una Fulbright e una borsa federale messicana, per iniziare gli studi
di dottorato in letteratura ispanoamericana alla Columbia University. Abbiamo
convissuto per quasi quattro anni. Alla Columbia divideva un alloggio
universitario con un'altra studentessa straniera, una ragazza coreana,
botanica altamente specializzata. Io quella casa la vidi forse due o tre volte
prima di portare la roba di Aura da me; era uno di quegli appartamenti
con tutti i vani in sequenza, un'anticamera lunga e stretta, due stanze da
letto e un soggiorno sul fondo. Una casa da studenti, piena di cose da studenti:
la libreria di Ikea, una batteria di pentole, padelle e utensili antiaderenti
color antracite, una poltrona a sacco rossa, un impianto stereo, una
piccola cassetta di attrezzi, di Ikea pure quella, ancora sigillata nell'involucro
di plastica trasparente. Il materasso di Aura era posato sul pavimento,
con sopra mucchi di vestiti. Quell'appartamento mi diede una gran botta
di nostalgia: i miei anni di universit, di giovent. Morivo dalla voglia di
fare l'amore con lei l e subito, nella sontuosa baraonda di quel letto, ma lei
temeva che la coinquilina potesse rientrare, perci non lo facemmo.
La portai via da quella casa, lasciando cos tutta sola la sua compagna,
con la quale Aura andava d'accordissimo. Ma un paio di mesi dopo, una
volta sicura di volersi fermare da me, Aura trov un'altra studentessa che
le subentrasse, una russa che dava l'impressione di poter riuscire simpatica
alla coreana.
Lass, fra Amsterdam Avenue e la Centodiciannovesima Strada, Aura
abitava ai margini del campus; da Brooklyn invece, per raggiungere la Columbia
doveva farsi un'ora buona di metropolitana all'andata e al ritorno,
di norma all'ora di punta, e ci andava quasi tutti i giorni. Poteva prendere
la linea F, cambiare alla Quattordicesima, farsi strada in un labirinto di
scale e lunghe gallerie, d'inverno cupe e gelate, fino alle linee veloci 2 e 3, e
poi prendere la locale sulla Novantaseiesima Strada. Oppure poteva scarpinare
per venticinque minuti da casa nostra fino alla stazione di Borough
Hall e prendere l la 2 o la 3; alla fine decise che preferiva
la seconda opzione, e cos faceva quasi ogni giorno. In
inverno la camminata poteva costarle
un freddo terribile, specie con quei cappottini di lana che portava, almeno
finch la convinsi a lasciarsi regalare un giaccone col cappuccio della North
Face che la fasciava, dalla testa alle ginocchia, di nylon blu imbottito di piuma
d'oca. No, mi amor, non ti fa sembrare grassa, cio, non  un problema
tuo, tutti quanti sembrano sacchi a pelo ambulanti con quei cosi, e comunque
chi se ne frega? Non  meglio stare bella calda? Quando indossava quel
piumino con il cappuccio tirato su e il colletto ben allacciato sotto il mento,
coi suoi occhi neri scintillanti pareva una piccola pellerossa a spasso dentro
al suo papoose, e se faceva freddo non usciva praticamente mai senza.
Un'altra difficolt nel lungo tragitto da pendolare era che Aura si
perdeva continuamente. Mancava la fermata per distrazione, o magari
prendeva il treno nella direzione inversa, e tutta assorta nel libro, nei
pensieri o nell'iPod, non se ne accorgeva finch non si ritrovava nel cuore
di Brooklyn. Allora chiamava dal telefono pubblico di una stazione della
metro che io non avevo mai sentito prima, Hola, mi amor, ecco, sono qui
alla stazione di Beverly Road, ho di nuovo preso il treno sbagliato... in tono
risolutamente disinvolto, niente di che, l'ennesima newyorkese con troppi
impegni, alle prese con un normalissimo problema di vita urbana, per con
una venatura di sconfitta nella voce. Le dava fastidio che la prendessi in
giro quando sbagliava treno, o si perdeva anche a piedi nel nostro quartiere,
ma qualche volta non riuscivo a resistere.
Dal suo primo giorno a casa nostra a Brooklyn fin quasi all'ultimo, ho
accompagnato Aura alla stazione della metropolitana tutte le mattine, salvo
quando andava a Borough Hall con la bici e poi la lasciava l chiusa col
lucchetto, ma anche quel tentativo non dur molto perch i senzatetto tossici
e alcolizzati della zona continuavano a rubarle il sellino; oppure quando
pioveva, o quando era talmente in ritardo che andava a Borough Hall in
taxi, o nelle rare occasioni in cui si precipitava fuori della porta come un
piccolo tornado furibondo perch si stava facendo tardi e io ero ancora sulla
tazza a urlarle di aspettarmi, e le due o tre volte che era cos incazzata con
me per qualcosa che mi proib assolutamente di andare con lei.
Di solito per la accompagnavo alla fermata della linea F di Bergen
Street, oppure fino a Borough Hall, anche se a un certo punto convenimmo
che quando era diretta l sarei andato con lei solo fino alla gastronomia del
francese su Verandah Place: anch'io avevo da lavorare e non potevo proprio
perdere un'ora tutti i giorni fra andare e tornare dalla stazione, bench lei
cercasse di trascinarmi un po' pi in l, magari fino ad Atlantic Avenue,
o a Borough Hall stessa, e addirittura fino all'universit. Allora passavo
la giornata alla Butler Library - qualche semestre prima avevo tenuto un
laboratorio di scrittura alla Columbia e avevo ancora il tesserino - a leggere
o a scrivere su un bloc-notes o a tentare di farlo, oppure mi sedevo a un
terminale della biblioteca a controllare la posta elettronica o a ingannare il
tempo con i quotidiani online, cominciando sempre dalle pagine sportive
del Boston Globe (sono cresciuto a Boston). Di solito pranzavamo da Ollie,
poi andavamo a buttare un po' di soldi in DVD e CD da Kim, oppure davamo
un'occhiata da Labyrinth Books e ne uscivamo con buste pesantissime
piene di libri che nessuno dei due aveva poi il tempo di leggere. I giorni che
non era riuscita a convincermi ad accompagnarla all'universit la mattina,
talvolta mi chiamava per chiedermi di raggiungerla fin l solo per pranzare
insieme, e quasi sempre ci andavo. Aura diceva,
Francisco, non mi sono sposata per pranzare da sola. Non mi sono sposata
per passare il tempo da sola.
Durante quelle camminate mattutine verso la metropolitana parlava
sempre lei, o quasi, dei suoi corsi, dei professori, degli altri studenti, di qualche
nuovo spunto per un racconto o un romanzo, oppure di sua madre.
Anche quando le prendeva la paranoia e non la finiva pi con le sue ansie
ricorrenti, io cercavo di inventarmi un nuovo commento incoraggiante oppure
ne riformulavo uno vecchio; ma pi di tutto adoravo quando era in vena
di fermarsi ogni due passi e baciarmi e mordicchiarmi un labbro come
una tigrotta, e la silenziosa risata che mimava dopo il mio ahia, e quel modo
che aveva di lagnarsi fYa no me quieres, verdad? se non le tenevo la mano
o non la cingevo con un braccio nel preciso istante in cui lo pretendeva.
Adoravo tutto quel rituale tranne quando in effetti non lo adoravo, quando
mi chiedevo preoccupato, E quando cazzo riuscir a scrivere un altro libro
con questa che mi costringe ad accompagnarla alla metro tutte le mattine
e mi intorta perch la raggiunga fino alla Columbia per pranzare con lei?
Continuo a rivedermela accanto sul marciapiede. Certe volte immagino
di tenerla per mano e cammino con il braccio leggermente teso all'infuori.
Nessuno si sorprende pi se ti vede parlare da solo per strada, perch
pensano che stai usando un qualche aggeggio Bluetooth. Per si mettono a
fissarti, eccome, se si accorgono che hai gli occhi umidi e
arrossati e le labbra contratte nella smorfia del pianto. Mi
chiedo che spiegazione si diano e
che cosa pensino abbia provocato le lacrime: una finestra che per un breve,
preoccupante momento si  aperta in superficie.
Un giorno del primo autunno dopo la morte di Aura, a Brooklyn, tra la
Smith e la Union, notai sull'angolo opposto un'anziana signora che attendeva
di attraversare la strada, una normalissima vecchia signora del quartiere,
lievemente ingobbita, una chioma grigia ordinata, una dolce espressione
cascante sul viso pallido, con l'aria di godersi il sole e il bel tempo ottobrino
mentre aspettava pazientemente che scattasse il semaforo. Il pensiero fu
come una bomba muta: Aura non scoprir mai la vecchiaia, non potr mai
riandare col pensiero alla sua lunga vita. Bast quello soltanto, pensare a
quell'ingiustizia e all'adorabile, compita vecchia signora che Aura era certamente
destinata a diventare.
Destinata. Era destino che io entrassi nella vita di Aura oppure mi sono
intromesso dove non dovevo, stravolgendone la rotta stabilita? E se fosse
stato destino che Aura sposasse qualcun altro, magari un compagno della
Columbia, il tipo che si metteva a studiare poco lontano da lei alla Butler
Library, oppure quello dell'Hungarian Pastry Shop che proprio non riusciva
a non sbirciarla timidamente? In effetti come pu qualcosa di diverso
da quanto  successo essere chiamato destino? E il libero arbitrio di Aura,
la responsabilit personale delle sue scelte? Quando il semaforo scatt e io
attraversai Smith Street, la vecchia signora not il mio viso nell'incrociarmi?
Non lo so. Io avevo lo sguardo velato fisso sul marciapiede e volevo tornare
a casa nostra. Aura era pi presente l che in qualunque altro posto.
L'appartamento, che a quel punto avevo in affitto da otto anni, era il primo
piano di un tipico brownstone newyorkese che ne contava quattro. Quando
ci abitavano, occupandone tutti e quattro i piani, i Rizzitano, la famiglia
di italiani ancora proprietaria dell'intero stabile, loro avevano il soggiorno
dove noi invece avevamo la camera da letto: i soffitti erano cos alti che per
cambiare le lampadine fulminate del lampadario dovevo salire su una malferma
scala a pioli di un metro e mezzo, alzarmi in punta di piedi proprio
in cima e allungarmi pi che potevo, per poi finire comunque piegato in due
a sventolare le braccia per non perdere l'equilibrio... e Aura, che osservava
dalla sua scrivania nell'angolo, diceva sempre: mi sembri un uccello dilettante.
In cima alle pareti correva un fregio di gesso, intonacato
come i muri, una fila di rosette neoclassiche tutte uguali sopra a un'altra pi ampia
di fronde arricciate. Cerano due lunghe finestre, con tendaggi e davanzali
molto profondi, che davano sulla strada, e tra le due finestre si ergeva, dal
pavimento al soffitto come un camino, l'oggetto pi vistoso di tutta la casa:
uno specchio immenso, con una barocca cornice in legno tutta indorata.
Lo specchio era adesso parzialmente coperto dal vestito da sposa di
Aura, appeso con una stampella a uno spago da cucina che io avevo legato
alle due estremit dei ghirigori dorati su in alto. Mentre sulla mensola
in marmo ai piedi dello specchio c'era un altarino fatto con alcuni oggetti
appartenuti ad Aura.
Quando tornai dal Messico la prima volta, un mese e mezzo dopo la
morte di Aura, Valentina, una sua compagna di studi, e la loro amica Adele
Ramirez, che era in visita proprio dal Messico ed era ospite di Valentina,
vennero a prendermi a Newark con la Bmw familiare del marito di quest'ultima,
banchiere d'affari. Io avevo cinque valigie: due mie e tre piene di roba
di Aura, non solo indumenti - praticamente non avevo accettato di dar
via quasi niente di suo - ma anche libri e fotografie, e poi i diari, i quaderni
e le carte di una breve vita. Sono sicuro che se quel giorno fossero venuti
a prendermi degli amici maschi, e insieme fossimo rientrati a casa, le cose
sarebbero andate molto diversamente;  probabile che ci saremmo dati
un'occhiata incredula attorno per poi dire, Andiamo a bere qualcosa. Invece
non avevo ancora finito di trascinare dentro le valigie che Valentina e
Adele si erano gi messe all'opera per comporre l'altare. Schizzavano qua
e l per casa come se sapessero meglio di me dov'era tutto quanto, sceglievano
e prendevano questo e quel tesoro, mi chiedevano giusto un'opinione
o un suggerimento. Adele, artista visiva, si accovacci davanti alla mensola
di marmo ai piedi dello specchio e vi sistem: il cappello di jeans con
un fiore di pezza cucito sopra che Aura aveva comprato durante il nostro
viaggio a Hong Kong; la borsa di tela verde che si era portata in spiaggia
quellultimo giorno, con dentro tutto esattamente come ce lo aveva lasciato
lei, borsellino, occhiali da sole e i due smilzi volumi che stava leggendo
(Bruno Schulz e Silvina Ocampo); la spazzola, con lunghe ciocche di capelli
neri impigliate nelle setole; il tubetto di cartone con i bastoncini da
shanghai che aveva comprato al centro commerciale vicino a casa nostra
a Citt del Messico e poi aveva portato al T.G.I. Fridays, dove ci eravamo
messi a bere tequila e a giocare a shanghai due settimane
prima che morisse; la copia della Boston Review su cui all'inizio di quell'estate era uscito
il suo ultimo saggio in inglese; le sue scarpe di Marc Jacobs preferite (e
uniche); la sua borraccetta turchese; altri ninnoli, ricordini, gioiellini; fotografie;
candele; e ritti sul pavimento ai piedi dell'altarino i suoi vuoti, lucidi
stivali da pioggia in gomma a righe bianche e nere da mod, con le suole
rosa shocking. Poi Valentina, ferma davanti all'altissimo specchio, annunci:
Ci sono! Dov' il vestito da sposa? Cos andai a tirarlo fuori dall'armadio
e a prendere la scala.
Era esattamente il tipo di cosa che io e Aura avremmo sbeffeggiato: un
folcloristico altarino messicano a casa di una dottoranda, a manifestare la
pi trita spinta identitaria. Ma adesso sembrava proprio quel che ci voleva,
e per tutto il primo anno dalla morte di Aura, e oltre, l'abito da sposa
rimase dov'era. Cambiavo regolarmente i fiori freschi nel vaso sul pavimento,
accendevo le candele, e ne compravo di nuove per sostituire quelle
consumate.
Ad Aura il vestito da sposa l'aveva confezionato una stilista messicana,
titolare di una boutique su Smith Street. Si chiamava Zoila, era originaria
di Mexicali, e avevamo fatto amicizia; in negozio da lei parlavamo del chiosco
di veri taco messicani che avremmo aperto un giorno per spennare i
giovani sbronzi e affamati che ogni sera sciamavano fuori dai bar di Smith
Street, fingendo tutti e tre di avere intenzioni serissime riguardo a una cos
promettente attivit imprenditoriale. Poi Aura scopr che gli abiti nuziali
su misura di Zoila venivano raccomandati dal sito Daily Candy come alternativa
meno dispendiosa a nomi come Vera Wang. And nel suo atelier,
in un loft del centro di Brooklyn, per tre o quattro prove, tornandone ogni
volta pi agitata. All'inizio, dopo essere andata a ritirare l'abito finito, ne
rimase delusa, trovandolo pi semplice di come pensava sarebbe venuto, e
non poi cos diverso da certi vestiti normali che Zoila vendeva in negozio
per un quarto del prezzo; in pratica era una versione minimalista del tipico
abito da campagnola messicana, fatto di lieve cotone bianco, ornato da
semplici passamanerie in pizzo e seta, con la gonna che si allargava a volant.
Alla fine per Aura decise che il vestito le piaceva: forse doveva solo ritrovarsi
nel suo contesto naturale, il paesello semideserto e meta di pellegrinaggi
di Atotonilco, tra l'antica chiesetta della missione cattolica, i
cactus, le sterpaglie e il parco verde come un'oasi dell'hacienda ristrutturata
che avevamo affittato per il matrimonio, sotto l'azzurro vivido e poi il
giallo-grigiastro dell'immenso cielo messicano e le turbolente mandrie di
nubi che lo solcavano avanti e indietro. Forse era stata quella, l'idea geniale
di Zoila per il vestito di Aura: una specie di abito liofilizzato, che pareva
fatto di carta velina ma poi rinveniva scintillando nell'aria fine e carica delle
alte pianure del Messico centrale. L'abito perfetto per un matrimonio d'agosto
nella campagna messicana, alla fin fine quello che da ragazzine tutte
avevano sognato. Adesso era un po' ingiallito, le spalline ingrigite di traspirazione
salata, e una delle gale di pizzo fissate tutto intorno nella parte bassa,
sopra a dove l'abito si allargava, si era in parte staccata dal tessuto, uno
strappo come il foro di un proiettile, e l'orlo era macchiato e lacerato a forza
di strusciarlo nel fango e ballarci sopra e calpestarlo tutta la notte della
nostra lunga festa di nozze, fino all'alba, quando Aura si era tolta le scarpe
da cerimonia e si era infilata quelle da ballo che avevamo comprato in un
negozio da sposa di Citt del Messico e sembravano un incrocio tra le calzature
bianche delle infermiere e le zeppe sportive stile disco anni settanta.
Una fragile reliquia, quell'abito da sposa. La notte, sorretto dall'illusione di
profondit dello specchio e dal bagliore riflesso di luci e candele, la cornice
barocca tutto intorno come una corona, sembra galleggiare.
Nonostante l'altare, o forse anche per causa sua, la nostra colf mi moll.
Fior, nativa di Oaxaca, ora alle prese con tre figli a Spanish Harlem, che veniva
a pulire una volta ogni quindici giorni, disse che tornare a casa nostra
le faceva troppa tristezza. L'unica volta che in effetti venne, la guardai inginocchiarsi
per pregare all'altarino, la vidi prendere foto di Aura e portarsele
alle labbra, sbaffandole tutte di lacrime ed enfatici baci. Ramment i
sentiti elogi di Aura per il suo lavoro, imitandone l'allegro tono di voce: Oh
Fior, ma tu fai davvero i miracoli! Ay, senor, disse. Era cos felice, cos piena
di vita, cos giovane, cos buona, mi chiedeva sempre dei bambini. Come
faceva a lavorare adesso, in quel modo che aveva sempre fatto tanto piacere
ad Aura, mi chiese supplichevole, se non riusciva a smettere di piangere?
Dopodich si era portata a casa la tristezza e le lacrime, a casa dai bambini,
mi spieg in seguito durante una telefonata, e non andava mica bene, no
senor, non ce la faceva pi, le dispiaceva tanto ma doveva lasciare. Non mi
presi il disturbo di cercare un'altra colf. Forse pensavo che Fior si sarebbe
impietosita e sarebbe tornata. Provai a chiamarla io, alla fine, per pregarla
di tornare, ma trovai un nastro registrato: il numero era stato staccato.
Poi, mesi dopo che se nera andata, incredibilmente Fior si pent, mi richiam
e mi lasci il nuovo numero di telefono in segreteria: a quanto pareva
aveva traslocato. Quando la richiamai, per, il numero era sbagliato. Probabilmente
l'avevo scritto male io, che in effetti sono un tantino dislessico.
A quindici mesi dalla morte di Aura, rientrando nuovamente senza di lei,
e stavolta senza nessuno ad aspettarmi all'aeroporto, trovai la casa esattamente
come l'avevo lasciata in luglio. Il letto era sfatto. Per prima cosa spalancai
tutte le finestre, per far entrare l'aria fresca e umida di ottobre.
Anche il MacBook di Aura era ancora l, sulla sua scrivania: potevo riprendere
da dove mi ero interrotto, lavorare, sistemare, provare a mettere
insieme i suoi racconti, i saggi, le poesie, il romanzo appena abbozzato
e gli scritti incompiuti, le migliaia di frammenti, di fatto, che aveva lasciato
sul computer, col suo modo labirintico e sparpagliato di salvare documenti
e file. Mi sembrava di essere pronto a immergermi in quel compito.
In camera da letto cerano vecchi petali di rose morte, pi scuri del sangue,
sul pavimento intorno al vaso di fronte all'altarino, ma il vaso era
vuoto. In cucina le piante di Aura, malgrado non fossero state annaffiate
per mesi, erano ancora vive. Infilai un dito nella terra di un vaso e la trovai
umida.
Poi mi ricordai che avevo lasciato una chiave ai vicini di sopra, chiedendo
loro di dare un po' d'acqua alle sue piante mentre ero via. Mi ero ripromesso
di andare in Messico per il primo anniversario e trattenermi un
mese, ma ci ero stato tre, e loro avevano continuato per tutto il tempo. Avevano
buttato via le rose morte, che di certo avevano iniziato a marcire e a
puzzare. E mi avevano riposto la corrispondenza in una busta della spesa
che avevano messo accanto al divano, appena dentro la porta.
Sulla spiaggia avevamo - io e alcuni bagnanti che mi avevano visto o sentito
gridare aiuto - tirato fuori Aura dall'acqua e l'avevamo distesa sulla
pendenza solcata dalle onde e fonda come un fosso, e poi l'avevamo ritirata
su e portata in piano e posata sulla sabbia calda. Mentre lottava per respirare,
aprendo e chiudendo la bocca e mormorando solo la parola aire
quando dovevo tornare a premere le labbra sulle sue, Aura disse qualcosa
che in realt io non ricordo di aver sentito, proprio come ricordo pochissimo
di quel che successe; ma sua cugina Fabiola, prima di partire in cerca
di un'ambulanza, lo sent e in seguito me lo rifer. Quel che Aura disse,
una delle ultime cose che mi disse, fu:
Quireme mucho, mi amor.
Amami molto, amor mio.
No quiero morir. Non voglio morire. Questa pu essere stata l'ultima frase
compiuta che pronunci, forse le sue ultimissime parole.
Tutto ci appare come una discolpa?  questo il tipo di affermazione che
dovrei astenermi dal fare? Certo, la preghiera e l'invocazione d'amore di
Aura farebbero una gran presa sulle emozioni e le sensibilit di qualunque
giuria, ma qui non siamo in un'aula di tribunale. Io devo mettermi nudo
di fronte ai fatti: non c' verso di raggirare questa giuria che affronto. Tutto
conta, e tutto  prova.
...
.
...
Capitolo 2.
...
.
...
Sta succedendo davvero, mi amor? Sono davvero tornato a Brooklyn senza
di te? Per tutto il tuo primo anno di morte e adesso, fuori casa la sera, a
battere le strade del quartiere, su per un verso dell'isolato e gi dall'altro,
rallentando davanti a vetrine appannate per guardare menu che conosco a
memoria, quale cena da asporto dovrei scegliere, in quale ristorantino economico
dovrei mangiare stasera, in che bar mi fermer per un bicchiere
o due, tre, cinque, dove possa non sentirmi cos dolorosamente solo... ma
dov' che non mi sento dolorosamente solo?
I quattro o cinque anni prima di incontrare Aura erano stati i pi solitari
della mia vita; l'anno pi qualche mese dalla sua morte  stato di gran
lunga peggiore. E i quattro anni nel mezzo? Sono stato un uomo diverso rispetto
a quello che ero prima, un uomo migliore per via dell'amore e della
felicit che provavo? Per ci che Aura mi dava? O ero sempre il solito vecchio
me stesso che, per quattro anni, era stato inspiegabilmente fortunato?
Quattro anni... non sono forse troppo pochi per avere un peso cos grande
nella vita di un uomo adulto? Oppure possono, quattro anni soli, significare
talmente tanto da superare per sempre in valore tutti gli altri messi
insieme?
Dopo la morte di Aura, per il primo mese circa, non l'ho mai sognata, anche
se a Citt del Messico avvertivo la sua presenza ovunque. Poi, in autunno,
quando lei avrebbe dovuto iniziare i corsi, feci il primo sogno, nel quale avevo
l'impellenza di comprare un telefono cellulare. In mezzo a un
lussureggiante prato verde solcato da un ruscello argenteo trovavo una capanna, che
in realt era un negozio di cellulari, ed entravo. Avevo urgenza di chiamare
Wendy, un'altra compagna di studi e amica di Aura. Volevo chiederle se Aura
sentiva la mia mancanza. Volevo fare a Wendy questa precisa domanda:
Le mancano i nostri rituali domestici?. Poi uscivo dalla capanna con il cellulare
nuovo, color argento e con i tasti blu zaffiro, e andavo verso il ruscello,
ma non riuscivo a far funzionare il telefonino e lo gettavo via, frustrato.
Ti mancano i nostri rituali domestici, mi amor?
 possibile che ci stia davvero succedendo tutto questo?
Degraw Street, la via dove abitavamo, dovrebbe segnare il confine tra
Carroll Gardens e Cobble Hill. La nostra casa era sul lato di Carroll
Gardens, mentre dall'altra parte  gi Cobble Hill. Quando mi ero trasferito
l, quattro anni prima di conoscere Aura, Carroll Gardens aveva ancora
l'aria del classico quartiere italiano di Brooklyn, con vecchi ristoranti
italiani frequentati da malavitosi e politici, statuette della Madonna in
giardino, anziani che giocavano a bocce al parco giochi e, soprattutto in
estate, un sacco di tipi vocianti con l'aria da duri in giro per le strade: da
quelle parti mi sentivo sempre un po' minacciato. A Cobble Hill invece era
nata la madre di Winston Churchill, e il quartiere aveva ancora l'aspetto
giusto, con la famosa chiesa episcopale che conserva le vetrate Tiffany, le
tipiche case ricavate da scuderie e rimesse per carrozze, il parco. Ormai i
due quartieri si erano fusi, conquistati in gran parte da giovani bianchi
benestanti. L'11 settembre aveva accelerato il processo, trasformando la
zona in un tranquillo ed elegante quartiere per famiglie oltre il ponte di
Brooklyn. Adesso di giorno devi farti largo tra lunghe colonne sghembe di
passeggini sui marciapiedi di Court Street, e ti trovi a pranzare o a prendere
un caff in locali affollati di giovani mamme, ragazze alla pari e un numero
imbarazzante di scrittori. I circoli maschili degli italiani sono diventati
cocktail bar; in tutte le vie i brownstone, gi suddivisi in appartamenti
anni fa, si vanno convertendo in villette unifamiliari. Qualche isolato pi
in l, oltre la superstrada Brooklyn-Queens, c' Red Hook con il porto
mercantile e turistico; di notte si sentono le sirene da nebbia delle navi.
Aura le adorava; con una piccola torsione da nuotatrice mi si rannicchiava
pi vicina nel letto e si immobilizzava, quasi che quei lunghi lamenti
dovessero sorvolarci come mante nel buio.
Ecco qua la palestra dove Aura faceva yoga; l c' il centro benessere dove
andava a farsi qualche massaggio quando era stressata; qui il suo negozio
di abbigliamento preferito, e l il secondo in classifica; la nostra pescheria;
qui si  comprata quegli occhiali stilosi con le lenti gialle; il nostro posto
per gli hamburger la sera tardi; il nostro posto del brunch; il-ristorante-
dove-litighiamo-sempre... ecco cos' diventato per me passeggiare in questo
quartiere, una silenziosa via crucis. Ci sono un sacco di pizzerie italiane
e posti con il forno a legna, ma un unico piccolo e asettico Domino's Pizza
all'angolo tra la Smith e la Bergen, vicino all'uscita della metropolitana,
frequentato soprattutto dai residenti delle case popolari di Hoyt Street
e dagli adolescenti ispanici e neri di una vicina scuola superiore. Una sera
rientravamo tardi da una bevuta tra amici quando, senza dire una parola,
Aura si fiond dentro il Domino's e si ferm davanti al bancone non pi di
un minuto, giuro, per poi uscirne con un enorme cartone di pizza in mano
e un sorriso tipo guarda-cos'ho-appena-vinto. A quell'ora tutte le pizzerie
decenti erano chiuse, ma scommetto che in quel momento nessuno avrebbe
potuto soddisfare i morsi della fame di Aura meglio del Domino's. Nella
parte di Citt del Messico in cui era cresciuta, tra i complessi residenziali
della zona meridionale, ogni sera un esercito di fattorini col casco sfrecciava
in sella a migliaia di motorini ronzanti come api sulle strade e superstrade
intasate per portare le pizze nelle case e nelle famiglie delle madri
single che lavoravano, come quella di Aura. Ora non riesco pi a passare
davanti al Domino's senza vedermela uscire dalle porte a vetri con la pizza
e quel sorriso.
La chiesa cattolica color fango in disuso da tempo, di fronte a casa nostra,
 in fase di riconversione a condominio (imprenditori ebrei ortodossi,
maestranze messicane); Aura sarebbe stata contenta del nuovo Trader Joe's
aperto tra la Atlantic e la Court; in Smith Street ha aperto
il chiosco di taco che volevamo aprire noi insieme a Zoila, mentre la boutique di Zoila ha
chiuso l'anno scorso e io non ho ancora scoperto dov' andata a finire lei.
Dietro l'angolo c' lo scalcagnato ma frequentatissimo Wi-Fi caf dove ad
Aura piaceva studiare e lavorare quando non andava alla Columbia. Riusciva
a concentrarsi meglio l che a casa: senza me a pretendere attenzione
o sesso o a battere rumorosamente a macchina nella stanza accanto, senza
mamma che chiamava dal Messico. Entravo e la trovavo seduta a uno dei
tavoli contro la parete di mattoni, con un bagel mezzo
mangiato sul sacchetto di carta oleata, una tazza di caff, i
capelli puntati con una molletta
o una fascia rossa oppure raccolti a coda di cavallo per tenere il viso libero
mentre stava china sul computer, le cuffie sulle orecchie e lo sguardo determinato
e assorto mentre si mordicchiava il labbro inferiore, e stavo l a
guardarla o a far finta di non averla mai vista prima, in attesa che alzasse
gli occhi e mi vedesse. Anch'io venivo in questo locale a lavorare; a lei non
dava fastidio. Prendevamo un tavolo insieme, pranzavamo, oppure ci dividevamo
un bagel o un biscotto. Adesso ci vengo solo per portare via un
caff la mattina. Mi faccio la solita coda e intanto guardo le file di tavoli, la
lunga panca azzurra contro il muro, gli estranei che ci stanno seduti sopra
con i loro computer.
Non avevo buttato via n spostato i vestiti di Aura, erano ancora tutti l nel
com e nella cabina armadio. Le giacche e i cappotti invernali, compreso
quello di piumino, erano appesi nell'ingresso. Almeno una volta al giorno
aprivo un cassetto e mi portavo al naso una pila di abiti, che purtroppo ormai
sapevano pi del legno del mobile che di lei, e a volte rovesciavo un cassetto
intero sul letto e mi sdraiavo sugli indumenti a faccia in gi. Sapevo
che prima o poi avrei dovuto dar via tutta la sua roba - quanto meno i vestiti
- e che da qualche parte c'era sicuramente una donna che non poteva
permettersi un giaccone in piuma d'oca che invece le avrebbe reso pi sopportabile,
se non addirittura salvato, la vita. Pensavo a un'immigrata clandestina
in chiss che posto freddissimo, una qualche citt del Wisconsin piena
di impianti di macellazione, un buco in affitto senza riscaldamento a Chicago.
Ma non ero pronto a separarmi da nulla. Era una questione che non si
poneva neppure, anche se ne avevo discusso con alcune amiche di Aura. Le
quali all'inizio parevano essersi fissate sull'idea che, per il mio bene, dovevo
sbarazzarmi almeno di qualcosa; nessuno diceva che dovevo eliminare
tutto. Perch non farlo un po' per volta, per esempio donando qualche cappotto
di Aura alla raccolta cittadina invernale? Alla fine, ovviamente, qualcosa
di speciale dovevo tenerlo, come per esempio il vestito da sposa in suo
ricordo. In quei primi mesi mi ero allontanato da quasi tutte le mie amicizie
maschili e avevo tagliato fuori la famiglia - mia madre e i miei fratelli e
sorelle - per circondarmi solo di donne: le amiche di Aura, ma anche altre
donne con cui ero in intimit da molto prima che arrivasse lei.
Fatta eccezione per il tavolo su cui scrivevo nell'angolo della stanza di mezzo
- quella tra la cucina e l'ex soggiorno dove dormivamo - e per alcune
delle vecchie librerie, io e Aura avevamo pian piano eliminato e poi sostituito
tutti i mobili della mia sciatta vita da scapolo. Aura trovava frustrante
che non ci fossimo trasferiti in una casa nuova, libera da ogni traccia e
ricordo del mio passato senza di lei, un posto che potesse rendere tutto nostro;
a ogni modo aveva completamente trasformato quella che avevamo.
A volte tornavo a casa e la trovavo che spostava di qua e di l anche i mobili
pi pesanti, cambiandone la fitta disposizione in un modo che io non avevo
magari mai valutato o ritenuto possibile: come se l'appartamento fosse
una specie di complesso rompicapo che si poteva risolvere solo spostando i
mobili e che ormai la ossessionava, o che forse non aveva soluzione, ma insomma
lei riusciva sempre a migliorarne l'aspetto.
L'ultimo mobile che avevamo comprato, in un negozio dell'usato a cinque
isolati da casa, era un tavolo da cucina anni cinquanta con il piano in
formica a inserti celeste e madreperla, allegro come un disegno infantile di
un cielo sereno a nuvolette. In cucina, inoltre, cera la credenza dipinta di
verde pino comprata nella bottega antiquaria di un piccolo centro agricolo nei Catskills un fine settimana che eravamo andati a trovare Valentina
e Jim in campagna; due mesi dopo che l'avevamo acquistata la proprietaria
del negozio, e non era la prima volta, ci telefon esasperata per dirci che
se non l'avessimo ritirata subito lei l'avrebbe rimessa in vendita senza neppure
renderci il denaro. E non era venuta via a buon mercato, quella credenza;
tipiche madie campagnole simili si trovavano allo stesso prezzo nei
negozi di antiquariato del nostro quartiere e su Atlantic Avenue, ma noi
noleggiammo un Suv a Brooklyn per andare a recuperare la nostra per poi
trascorrere il weekend in una specie di casino di caccia in stile italoamericano,
tra una vasca idromassaggio in plexiglas con rubinetteria in ottone
lucido e un finto camino a gas nel bungalow dove ci rintanammo con libri,
vino, una partita di football in tiv senza audio, a ridere come pazzi quando
tentammo di scopare in quella ridicola Jacuzzi, e quando ci veniva fame
andavamo al ristorante, decorato da un bottino secolare di foto autografate
dei New York Yankees, per rituffarci nel buffet perenne con formula all
you can eat: spaghetti con polpette giganti, lasagne alla salsiccia e roba del
genere. Alla fine quella credenza ci cost circa il quadruplo di quel che l'avremmo
pagata comprandola a Brooklyn.
In cucina, oltre alla credenza, c'era tutta la nostra attrezzatura: utensili,
pentole e padelle che per la maggior parte non venivano pi sfiorati dall'ultima
volta che l'aveva fatto Aura. C'era il suo tostapane griffato che marchiava
ogni fetta di pane con il logo di Hello Kitty: quello lo usavo ancora, e
ogni volta che spalmavo il burro sulla faccia della gattina sorridevo al pensiero
delle passioni infantili di mia moglie; la gelatiera della Cuisinart che
Aura si era comprata per poter fare il dulce de leche per la festa di compleanno
dei suoi trentanni, e il cui cestello metallico era ancora nel freezer.
Il lungo tavolo da pranzo di ABC Carpet and Home pagato con i regali
di nozze in denaro e che, con le prolunghe da entrambi i lati, era riuscito
ad accomodare gli oltre venti amici venuti a quella festa, tutti seduti stretti.
Avevamo fatto il cochinita pibil, maialino marinato che sgocciolava speziati
succhi di achiote e limone dal cartoccio in foglie di banano essiccate,
e rajas con crema e arroz verde, e Valentina era venuta prima per preparare
da noi le sue famose polpette in salsa di chipotle, e poi c'era una torta di
compleanno sontuosamente decorata che veniva da un forno messicano di
Sunset Park - glassa bianca, arancione e rosa, un cerchio di fettine di frutta
sotto gelatina in cima - servita con il gelato fatto da Aura. Come regalo
di compleanno ricevette due lunghe panche rustiche per sedersi al tavolo.
Aveva intenzione di organizzare un sacco di cene.
Non  vero che per divertirsi a New York bisogna essere ricchi. Certo
non sto dicendo che altri venti, trenta o cinquantamila dollari l'anno non
avrebbero migliorato la nostra condizione rendendoci forse ancor pi felici.
Ma pochi di quelli che ci avevano conosciuto prima che ci mettessimo
insieme avrebbero detto che avessimo del talento per la vita domestica.
Con le sue tre borse di studio combinate Aura portava a casa uno stipendio
di tutto rispetto, almeno per una studentessa a tempo pieno. Visto
che non le avevo mai chiesto affitto n altri contributi, le restavano soldi da
spendere e mettere da parte. Lei voleva usare i suoi risparmi per contribuire
all'acquisto di una casa o di un appartamento, prima o poi, se anch'io
fossi mai riuscito a metter via abbastanza, cosa che ero determinato a fare.
Quando mi decisi a chiudere il conto di Aura, rimasi sbalordito dall'ammontare
del saldo. E ora vivevo praticamente del denaro di Aura, soldi delle
sue borse di studio ma anche risparmi accantonati sin dall'adolescenza.
Avevo gi prosciugato il risarcimento dell'assicurazione che in teoria doveva
servire a saldare i conti delle carte di credito usate per pagare il medico,
l'ospedale e l'ambulanza in Messico. Ma avevo saldato solo met di quelle
spese, indebitandomi ancora di pi. S, ero pieno di debiti. E allora? Dato
che al dipartimento di Letteratura del piccolo college del Connecticut dove
insegnavo ero assunto part-time, non mi spettava alcun congedo pagato
per il lutto. Ma nel semestre dopo la morte di Aura non avevo la forza di
insegnare, e mi ero licenziato. Sapevo che presto avrei dovuto cercarmi un
lavoro. Che tipo di lavoro? Zero idee. Ma nei panni dell'insegnante non mi
ci vedevo pi. Avevo le mie ragioni: l'entusiasmo e la risoluta energia da teatrante
convinto che serve a uno come me, cio non uno studioso di lungo
corso, per tenere desta l'attenzione di una classe di ventenni facili alla noia,
erano svaniti. Mentre da innamorato di Aura, sposato, spudoratamente
felice, ero stato un bravo clown capace di intrattenere il suo pubblico.
Le piante che Aura teneva sulla scala antincendio erano morte l'inverno
prima e adesso erano solo vasi di plastica o di coccio pieni di terra e macerie
vegetali, steli grigi e foglie vizze. Per la sua sedia pieghevole in plastica
era ancora l fuori, tutta sporca di intemperie urbane ma per il resto non
pi sfiorata da essere umano dall'ultima volta che ci si era seduta lei, insieme
al posacenere di vetro per terra lavato da oltre un anno di piogge: a volte
uno scoiattolo saltava sulla sedia dal corrimano e beveva la pioggia o la
neve sciolta rimasta nella leggera concavit. Nelle belle giornate ad Aura
piaceva sedersi l fuori sulle scale antincendio, in quella gabbietta arrugginita,
i piedi appoggiati sulla scala che saliva al pianerottolo di sopra, circondata
dalle sue piante, a leggere, a scrivere sul portatile e a fumare un po'.
Non era una fumatrice incallita: certi giorni fumava qualche sigaretta, altri
nessuna. Ogni tanto si faceva una canna, di solito se qualcuno le procurava
un po' d'erba all'universit; nel cassetto della credenza in cucina c'era
ancora l'ultima bustina, quasi vuota. Per Aura quella scala era un giardino,
n pi n meno del vero giardino dei vicini sotto di noi, sopra al quale
stava appollaiata. Io la prendevo in giro dicendole che sembrava Kramer
di Seinfeld, il quale faceva appunto cose tipo festeggiare il Quattro di luglio
piazzando una sedia da giardino davanti alla porta del suo appartamento,
fingendo che il pianerottolo fosse un giardinetto da periferia residenziale e
mettendocisi a sedere con birra, sigaro e hot dog.
Una mattina mi ritrovai a guardare la seggiola sul pianerottolo delle
scale antincendio dalla finestra della cucina come se non l'avessi mai vista
prima. Fu l che decisi di battezzarla Sedia da Viaggio: mi immaginavo
Aura scendere lentamente in una colonna di luce giallo-rosa, in posizione
seduta, con un libro aperto tra le mani, e atterrare delicatamente sulla seggiolina,
di ritorno dal suo lungo e misterioso viaggio. Alza gli occhi dal libro,
nota che la sto guardando dalla finestra della cucina e mi dice, come
sempre, con la sua voce allegra e rauca, Hola, mi amor.
Hola, mi amor. Ma dove sei andata? Perch sei stata via cos tanto? Io lo
so che non ti sei sposata per andartene via cos per conto tuo e piantarmi
qui da solo!
Il weekend prima di partire per il Messico, alla fine di giugno, Valentina e Jim
ci avevano invitato di nuovo da loro in campagna. Rientravamo tutti in citt
nel tardo pomeriggio di domenica, quando Aura e Valentina dissero di voler
prima passare da un negozio che avevamo visto il giorno precedente. Io,
Jim e Daisy, la loro puzzolentissima cagna, restammo ad aspettare in macchina,
e qualche minuto dopo vidi Aura uscire dal negozio con il nuovo acquisto
stretto tra le braccia: una trapunta in technicolor dentro una busta di
plastica trasparente, che a suo dire era costata solo centocinquanta dollari.
Un ottimo prezzo, concordai, per una cos bella trapunta, e per giunta nuova,
mica una reliquia stantia della nonna. Un dpliant sulla confezione illustrava
l'opera dell'artista americana che aveva trascorso anni a viaggiare per
paesi lontani studiandone i tessuti, e che adesso disegnava quelle trapunte che
poi venivano cucite a mano da sarte impiegate nel suo laboratorio in India.
Qualche giorno pi tardi, mentre facevamo le valigie, Aura usc dalla cabina
armadio con la coperta ripiegata e stretta fra le braccia e la sistem nella
valigia aperta sul pavimento. Ah, voleva portare la trapunta nella casa in
Messico. E poi voleva anche riportarla a Brooklyn in autunno? Asi es, mi
querido Francisco, rispose con la solennit vagamente sarcastica che rivelava
come avesse previsto la mia obiezione. Di rado mi opponevo ai suoi voleri,
eccezion fatta, lo ammetto, per il suo desiderio di trasferirsi in un appartamento
pi grande o in una casa con giardino dove avremmo potuto tenere
un cane, perch in quel momento non potevamo proprio permettercelo. Ma
quella volta mi opposi. Non ha senso, le dissi, portare la trapunta fin laggi
e riportarla indietro in settembre. Guarda, occupa quasi met valigia da sola.
E non abbiamo gi un bel piumino sul letto in Messico? Ma questa  stupenda,
insistette Aura. E poi l'abbiamo appena comprata. Perch dovrebbero
godersela i nostri subaffittuari prima di noi? Anzi forse dovremmo proprio
lasciarla l, disse; almeno quella casa  nostra. (In realt era di sua madre, che
gliel'aveva comprata prima che Aura mi incontrasse, anche se poi il mutuo ce
lo eravamo accollato noi.) Non dobbiamo lasciare la trapunta a disposizione
del subaffittuario, ribattei. La rimetti via e poi noi la inauguriamo in autunno,
quando torniamo. Prova a pensare a quanto ci mancherebbe quest'inverno
se dovessimo lasciarla in Messico.
Senza dire altro Aura tir fuori dalla valigia la trapunta e la riport nell'armadio.
Quindi torn in camera e riprese a fare le valigie in un silenzio glaciale.
Nei minuti che seguirono mi odi. Ero il peggior nemico che avesse mai
avuto. Dovetti mordermi l'interno della guancia per trattenere una risata.
Dopo la morte di Aura, Valentina mi disse che la trapunta in realt non
era costata centocinquanta dollari, ma seicento. Aura aveva avuto paura di
dirmelo.
Ma non era solo per i soldi, lo sapevo. In realt non voleva che la considerassi
il tipo di donna pronta a spendere tutti quei soldi per una trapunta
- anche se lo era e io lo sapevo - cos come si agitava quando la beccavo a
guardare siti di gossip e di moda sul portatile mentre leggevamo o lavoravamo
a letto prima di dormire. Si sedeva con il computer appoggiato sulle
ginocchia, lo schermo visibile solo a lei, e premeva i tasti a scatti passando
da una finestra all'altra. A me non dava fastidio che le piacessero i siti sui
vip e la moda. Ma era esattamente quello a irritarla: cogliere quello scorcio
di s nei miei occhi, vedere che adoravo l'idea che alla mia intelligentissima
e superistruita giovane moglie dottoranda piacessero le stesse frivolezze
di una qualsiasi casalinga che non leggeva mai niente di pi impegnativo
di People. Ma che io potessi adorare questa cosa, che io presumibilmente
la trovassi tenera e seducente, e che lei potesse soddisfare quel voyeurismo
macho e cursi... che imbarazzo! Alla fine di una lunga giornata le piaceva
perdersi in quei siti web; iy qu? Non aveva importanza. Anche il fatto che
io lo notassi era gi di per s una distorsione o un'esagerazione di ci che
lei era realmente. Non potevo tenere gli occhi sul mio computer o sul mio
libro, e basta? Io mi giustificavo dicendo che ero affascinato da qualunque
cosa lei facesse e non riuscivo a distogliere lo sguardo; in realt aspettavo
solo che mettesse via il computer e si gettasse tra le mie braccia sotto le coperte.
E lei sapeva anche quello.
Quando dal Messico tornai a Brooklyn solo, quella prima volta dopo la
sua morte, era una met di settembre umida e afosa. Pareva, in quell'autunno
del 2007, che l'estate si rifiutasse di finire, sospesa sopra la citt come
un castigo. Tenevo l'aria condizionata accesa giorno e notte. Ma alla fine,
al primo calo di temperatura, entrai nella cabina armadio e, come avevo
promesso ad Aura, estrassi la trapunta dalla custodia di plastica e la stesi
sul letto. Era composta da sottili strisce orizzontali di tessuti diversi - in
ogni pensabile sfumatura di tinte sgargianti, con una leggera prevalenza dei
rossi - disposte a righe parallele nel senso della lunghezza. Sembrava davvero
che mi vibrasse davanti agli occhi; e andava a rafforzare l'aspetto gi
marcatamente femminile di quella che era diventata la mia camera di vedovo.
Animali impagliati e robot giocattolo; una pantofolina rosso rubino
in miniatura appesa a un paralume; un grosso cuore di cioccolato del San
Valentino di qualche anno prima, ancora confezionato nel cellophane con
fiocco. Un divanetto di peluche imbottito in un angolo, colmo di grandi
cuscini colorati, vicino al televisore. L'abito da sposa sullo specchio. L'angelo di legno intagliato e dipinto preso a Taxco, con le labbra scarlatte sul viso
candido di lascivo cherubino fanciullo che, appeso con un filo di nylon
alla lampada a stelo sopra il letto, girava lentamente in un moto perpetuo
posando lo sguardo ligneo su me solo nel letto, ora, proprio come prima lo
aveva posato su me e Aura insieme, per poi lentamente distoglierlo.
Spesso, la mattina appena sveglia, Aura si girava verso di me nel letto e diceva,
Ay, mi amor, quefeo eres. Por qu me cas contigo?, la voce dolce e
maliziosa. Uh, amor mio, quanto sei brutto. Perch ti ho sposato?
tSoyfeo?, chiedevo io sconsolato. Era uno dei nostri rituali.
Si, mi amor, diceva lei, eresfeo, pobrecito. E poi mi baciava, e ci mettevamo
a ridere. Una risata, per quanto mi riguardava, che nasceva in fondo
alla pancia e poi saliva su tonante fino a spalmarmi sulla faccia quel sorriso
ebete che si vede anche nelle mie foto di quegli anni, quell'espressione da
scemo che non mi abbandon neppure mentre recitavo la promessa di matrimonio;
mentre quella di Aura, nel frattempo, era opportunamente tesa
e solenne, per quanto un po' stordita, cosa che aveva reso le nostre foto di
nozze piuttosto imbarazzanti.
Aura riport la trapunta nell'armadio, torn in camera e fin di fare i bagagli
per la sua morte, di l a tre settimane e un giorno.
...
.
...
Capitolo 3.
...
.
...
Quel primo giorno a casa con Valentina e Adele Ramirez, la sensazione fu
di entrare in un vuoto assoluto, fuori dal tempo; una volta portate dentro le
valigie, appeso l'abito nuziale e sistemato l'altare io dissi, chiss dove lo teneva
Aura l'anello di fidanzamento? (Oppure ho detto, chiss dove lo tiene
Aura l'anello di fidanzamento?) Non se l'era portato in Messico, non volendo
rischiare un furto. E comunque non lo aveva mai indossato con regolarit.
Per l'universit era troppo vistoso, aveva deciso. Si preoccupava di non
dare ai compagni di studi l'impressione di essere una ragazza ricca dell'alta
borghesia messicana che giocava ipocritamente a fare la vita austera della
studentessa di lettere solo per poter tornare a casa un giorno col suo bel
dottorato di una famosa universit americana dell'Ivy League come fosse
l'ennesimo gioiellino costoso. Aura riteneva, o meglio aveva dolorosamente
scoperto, di dare spesso alla gente, e agli accademici americani in particolare,
proprio quell'impressione del tutto falsa.
Per un periodo mi preoccupai che lo avesse perso, l'anello, e avesse paura
di dirmelo. Perdeva roba continuamente - io anche - e tra me e me avevo
gi stabilito che se lo aveva perso non ci avrei dato peso. Perch avrei
dovuto? Ogni volta in cui mi convincevo che lo avesse perso davvero, perch
non glielo vedevo al dito da un pezzo, mi imponevo anche di non parlarne,
di lasciarne passare sotto silenzio la scomparsa come se non fosse
mai esistito. Era stata una sciocchezza, forse proprio uno sbaglio, spendere
tutti quei soldi per un pezzetto di diamante, estratto magari in Africa con
modalit poco etiche se non addirittura omicide ma che tuttavia, me nero
accorto perfino io, nel raffronto per l'acquisto con i suoi rivali sul vassoio
del gioielliere pareva sventolasse in aria due minuscole manine luccicanti
a richiamare l'attenzione sul proprio allegro sfavillio. E poi quello dell'anello
di fidanzamento con brillante non  certo l'unico, fra i riti e istituti
pi longevi al mondo, presumibilmente legato ad atti criminali e sanguinari
che fingiamo di non vedere. Una volta fatta e accettata la solenne proposta
che cambia la vita, non si era forse trattato di soldi gioiosamente ben
spesi? Passato il momento in cui infilai l'anello al dito di Aura e lei mi disse
di s e ci baciammo - gliel'avevo chiesto a Puerto Escondido - forse la cosa
pi gratificante sarebbe stata gettar via subito l'anello nell'oceano, scindendo
per sempre il momento e il suo ricordo da quella dispendiosa bazzecola
che poi ti preoccupavi sempre di aver perso. O magari lei avrebbe potuto
riportare l'anello a Citt del Messico, pavoneggiarsi un po' con la mamma,
o Leopoldo e le amiche, dopodich avremmo potuto buttarlo gi da qualche
viadotto sull'autostrada, e cos magari lo avrebbe trovato un ragazzetto
randagio, e gli avrebbe cambiato la vita in meglio o in peggio del peggio.
Cos non avrei mai sprecato un secondo a chiedermi se Aura avesse perso
l'anello e me lo stesse nascondendo.
Poi per cenavamo fuori, nel suo ristorante preferito, per il suo compleanno
o per l'anniversario di matrimonio, per San Valentino o per qualunque
occasione meritasse a nostro avviso una dispendiosa serata newyorkese,
ed eccolo l che le scintillava al dito come non mai. Quel brillante andava
e veniva come una stella vagante nel cielo notturno, visibile dalla Terra solo un paio di volte l'anno.
Sapevo per quanto Aura tenesse all'anello dalla volta che per poco non
l'aveva perso davvero, quando eravamo stati a Austin per una fiera libraria.
Lei aveva studiato all'Universit del Texas, nel corso di uno sciopero
studentesco durato due anni e che aveva di fatto chiuso l'Universit Nazionale
Autonoma del Messico, dove si stava laureando in letteratura inglese.
Sua madre Juanita, impiegata nell'amministrazione dell'ateneo, non avrebbe
mai permesso che la figlia languisse a casa o sprecasse il proprio tempo
a zonzo per la vasta, pressoch abbandonata e apocalittica cittadella che
era divenuta l'Unam negli anni dello sciopero, a poltrire con gli amici sulle
aiuole, a farsi le canne nell'aeropuerto - cos gli studenti chiamavano il
pezzo di prato ombreggiato dagli alberi dove si trovavano per fumare - o
in compagnia di scioperanti molto rock nelle palazzine del
campus sbarrate e coperte di graffiti. Stufa di non andare a lezione, la stessa figlia si era
comunque del tutto disamorata di sciopero e scioperanti, dunque Juanita e
due docenti di Aura, che erano anche i suoi padrini di battesimo, fecero le
debite pressioni su alcuni ex colleghi messicani che a quel punto insegnavano
all'Universit del Texas perch potesse entrarci con una borsa di studio
per stranieri.
Nel periodo di Austin, Aura si stabil dapprima alla casa dello studente,
poi coabit al pianterreno di una casa con altre tre compagne straniere:
due ragazze panamensi e Irina, arrivata dalla Romania via Israele, esile
bellezza dalle lunghe gambe, campionessa regionale di kickboxing e batterista
in un gruppo rock oltre che studentessa di letteratura dedita alla poesia.
Ragazze sveglie dalla forte cadenza straniera, che avevano imparato a
badare a se stesse nonch le une alle altre, e a cui non importava che l'universit
gringa e le compagne dei club studenteschi, sin dal primo giorno, le
escludessero da tutto. Pi difficile semmai gestire i rapaci preconcetti dei
ragazzi bianchi convinti che qualunque ragazza bruna di carnagione dovesse
per forza essere come quelle che si vendevano per quattro soldi dall'altra
parte del confine, o che fosse praticamente obbligatorio, in una sorta di galanteria
ribaltata, trattarla come tale. Ma cos parlavo io, non Aura: lei non
usava espressioni come ragazzi bianchi, e quando lo facevo io mi trovava
assai ridicolo. Lei diceva gringos, o los blancos, mai beffarda, bench talvolta
sdegnata. Questa  una poesia scritta in uno dei suoi taccuini nel periodo
di Austin:
Me vuelvo sudo
Y leo Bukowski aunque lo odie
Parece quisiera ser hombre
Para quitar a las mujeres del camino
Que nadie se escandalice
Esto esprivado
Esto es mentir
La poesia esficticia y no salva a nadie(*)
Nonostante tutto, in quel periodo Aura si divert come una pazza. In pratica
non c' foto sua o delle sue coinquiline senza una birra in mano, o l'espressione
strafatta, o l'aria di aver fatto la notte in bianco: scarmigliate,
allegramente lerce, proprio deliziose. Ma Aura studi anche moltissimo,
scrisse una tesina su Raymond Carver che il suo professore lesse a voce alta
in aula, e lavor indefessamente a quella che avrebbe poi consegnato come
tesi di laurea all'Unam una volta rientrato lo sciopero, su W. H. Auden.
E malgrado tutte le apparenze, in Texas frequent unicamente un ragazzo
ebreo nativo di Houston, musicista del genere country-rock-hippy tipico di
Austin. Una delle ragazze di Panama, la bella Belinda dagli occhi verdi che
aveva tre o quattro anni meno delle altre, mi confid che all'epoca fu Aura
a tenerla fuori dai guai, sostenendola nel corso di diverse crisi; per lei, disse,
era stata una madre putativa. Ma la stessa Aura aveva in Texas una madre
putativa: Irina. Sebbene in realt Irina fosse pi un'antigenitrice. La spronava,
anzi la ubriacava con l'idea che avrebbe dovuto opporsi alle aspettative
di sua madre riguardo alla carriera accademica, aspettative che invece
Aura quanto meno sembr perseguire con diligenza quasi per il resto della
vita. Tuttavia, un po' dello stile Irina le rimase appiccicato, almeno a livello
di ideale; a New York, per qualche mese Aura prese lezioni di kickboxing in
una palestra vicino alla Penn Station, facendosi il percorso in metro fra la
Columbia e Brooklyn con i guantoni rosso fuoco appesi allo zainetto. Pi
tardi Irina sarebbe stata una delle tre damigelle d'onore alle nostre nozze,
insieme a Valentina e Fabiola che quell'ultima estate vennero al mare con
noi. La fiera del libro di Austin, dove tenni una lettura per un pubblico come
al solito esiguo, era stata la scusa per una rimpatriata fra Irina e Aura,
l'occasione di ciarlare per ore fra ragazze come ai vecchi tempi e aggiornarsi
su tutto, compresa la grande notizia del nostro fidanzamento.
Finito il weekend, Irina venne a prenderci in albergo per portarci all'aeroporto,
ed eravamo gi quasi arrivati quando Aura si rese conto che non
aveva il brillante al dito: ma era sicura di averlo lasciato in hotel. Dovemmo
tornare a prenderlo. Alla reception ci diedero un'altra tessera apriporta,
e sembrava che nessuno fosse entrato nella stanza da quando eravamo
partiti noi. Il vassoio con la pila di piatti sporchi della prima colazione era
ancora sul pavimento accanto al letto sfatto. Cercammo dappertutto. Aura
cominci man mano a somigliare a un mediocre mimo sotto barbiturici
mentre incespicava per la stanza, il repertorio di movimenti
di ricerca ormai esaurito. Io dicevo che era meglio tornare
all'aeroporto per non perdere
anche il volo; non importa, mi amor, te ne compro un altro. Ma in realt
non mi sarei mai potuto permettere un altro anello come quello, e tra me e
me ce l'avevo con lei che aveva preso alla leggera sia l'anello sia il suo prezzo.
Lei per non aveva chiesto n preteso un costoso anello di fidanzamento,
ribattevo sempre tra me e me, e se io avevo deciso di accrescere i miei
debiti per comprarglielo era un problema mio, al cento per cento.
L'anello era perduto: me lo diceva l'espressione affranta e indifesa di Aura
che si era seduta a gambe incrociate sul pavimento, il dorso chino, la testa fra
le mani, e singhiozzava. E bench fosse una che aveva la lacrima facile, questi
erano i singhiozzi disperati che erompevano solo nei momenti di sconforto
o terrore o pena, o umiliazione estrema, o per una miscela di tutte queste cose,
e che col passare dei minuti anzich placarsi assumevano toni d'isteria e
dolore tali da farti addirittura temere per lei e per il suo equilibrio mentale.
Come fanno tutte queste emozioni e tutte queste lacrime a stare dentro un
corpo cos piccolo, pensavo guardandola impotente, attonito, o chinandomi
per abbracciarla... Io che praticamente non piangevo mai, io che mi sentivo
come se vivessi un'epifania di sentimenti da poeta romantico se mi venivano
un po' gli occhi lucidi davanti a un film e poi cercavo di farlo notare ad
Aura, come un gatto che mette in mostra le proprie doti di cacciatore mollando
un topo straziato ai piedi del padrone, sbattendo esageratamente le
palpebre, afferrandole le dita per farle sentire l'opinabile umidore lagrimoso
sotto le ciglia, mira mi amor, sto piangendo! Al funerale di mio padre in
effetti avevo pianto, per cinque minuti circa. Neanche lontanamente sospettavo
quanto poi si sarebbe riversato fuori da me, che avrei imparato cosa si
prova all'essere inghiottiti dai propri singhiozzi, col dolore che ti risucchia
come midollo da un osso. Aura sedeva sul pavimento di quella stanza d'albergo,
di lato al vassoio coi piatti della colazione, e piangeva perch aveva
perso l'anello di fidanzamento. Irina le stava inginocchiata di fronte, le teneva
una mano fra le sue e se la portava alle labbra, e io le stavo accovacciato
accanto dall'altro lato, e tutte e due mormoravamo tesoro, tutti e due a
dire cose tipo, Ehi, piccola, Aura, gioia mia, va tutto bene, non  la fine del
mondo,  solo un anello, lascia stare, andiamo, torniamo all'aeroporto. Poi
Aura tese una mano verso il vassoio e urt un piatto che cadde da una parte:
ed eccolo l, che scintillava come non mai, semplicemente nascosto sotto
il bordo di quel piatto sporco di tuorlo d'uovo. Urla di stupore e di gioia!
Quel giorno a Brooklyn mi venne in mente che, forse, quell'anello non
lo avrei pi rivisto. Era talmente piccolo, e Dio sa dove l'aveva nascosto Aura,
se in effetti non lo aveva perso. Se lo ritrovo sarebbe meglio venderlo, mi
dissi. Coi debiti che ho.
Scommetto che non lo ritrovo pi, dissi a Valentina e Adele.
Aspetta, lasciami pensare, fece Valentina. Sono brava in queste cose. E
comunque le donne tendono tutte a seguire le stesse logiche quando nascondono
i gioielli.
Si piazz al centro della camera da letto, con un braccio raccolto sotto il
seno e il dorso della mano a reggere il gomito dell'altro braccio, mento posato
sul pugno, occhiali da sole penzolanti da una stanghetta stretta fra due
dita, ruotando lentamente il capo. Hmmm, faceva.
Vediamovediamovediamo... Poi si diresse senza esitazione verso il com di Aura, apr un cassetto
in basso, divise i maglioni e le camicie un po' piegati e un po' appallottolati
che conteneva, in modo da poter infilare la mano fino in fondo e, come
se ce lo avesse nascosto lei, ne cav un portagioie messicano di legno dipinto
e laccato e lo apr. Nel portagioie c'era la scatolina nera di velluto; Valentina
fece scattare il coperchietto, ed ecco l'allegro e familiare scintillio.
Alla fine credo che lo avrei trovato anch'io.
Circa una settimana dopo la morte di Aura, in una delle piccole gioiellerie
sullenorme piazza di Citt del Messico, lo Zcalo, avevo comprato una solida
catenina d'argento e ci avevo infilato le nostre due vere nuziali direttamente
l al banco. (L'orribile alacrit con cui mi ero dato alle commissioni
luttuose in quelle prime settimane, come se dovessi arredare casa nuova e
vita nuova per una nuova innamorata: far stampare foto digitali, cercare
libri su perdita e lutto sia in inglese sia in spagnolo su internet e in libreria,
comprare abiti scuri, trovare un sarto che mi facesse un completo da lutto,
provare qualche religione, andarmi a sedere in chiesa, leggere il Kaddish,
andare a meditare al Centro buddhista di Colonia Npoles...) L'orefice si
era servito di alcuni utensili, compresa una minuscola sega, per modificare
la chiusura in modo che non si potesse pi aprire solo con le mani. Avevamo
due fedi di platino a fascia, con incisi all'interno i nomi e la data del
matrimonio: Paco & Aura 20/8/2005. A Brooklyn, dopo che Valentina
aveva trovato l'anello di fidanzamento, decisi di infilarlo insieme alle vere
nella catenina. Me la tolsi facendola passare dalla testa: era la primissima
volta. Al tavolo di cucina inserii quindi la punta di un chiodo nel fiorellino
sul fermaglio, lo feci girare un po' cercando un piccolo arresto, poi diedi
una martellata al chiodo. Il fermaglio si apr. Aggiunsi alla catenina l'anello con il brillante, poi richiusi il fermaglio e tirai forte la maglia con tutte e
due le mani finch mi convinsi che la chiusura avrebbe retto.
Per qualche giorno portai il brillante al collo. Perch mai pensavo che
cos facendo mi sarei sentito meglio, o che la mia catenina da lutto, solo per
averci aggiunto quell'anello, avesse acquisito un che di pi significativo, o
pi magico? Non mi sentivo meglio per niente, mi svegliavo ogni mattina
con la stessa tristezza e nel feroce stordimento dell'incredulit, ai quali ora
andava sommata l'ansia che quell'anello pareva risvegliare sempre in me.
E se un giorno mi avessero rapinato e rubato la catenina e avessi perso anche
l'anello di fidanzamento insieme alle vere nuziali? Non era il valore del
gioiello a mettermi in tensione, bench valesse abbastanza da comprarmi
un fuoristrada, se l'avessi voluto. Pensavo, a quel punto resterei senza niente.
Ma come senza niente? Sono solo oggetti! Per alla fine tolsi il brillante
dalla catenina e lo rimisi dove lo aveva riposto Aura.
Avevo ancora lo shampoo che lei aveva portato con s in spiaggia, uno
shampoo doppia azione alla menta e tea-tree in un sacchetto di Sanborns.
Ogni volta che dovevo affrontare un'incombenza o un evento in apparenza
particolarmente penoso, mi portavo il flacone azzurro nella doccia e ne
prendevo una piccola dose. E temevo il giorno che il flacone sarebbe rimasto
vuoto, come pensando che a quel punto avrei esaurito anche quel poco
che mi restava della forza protettiva dell'amore di Aura, cosa che portava ad
alcuni lancinanti dibattiti interiori - mentre si scaldava l'acqua per la doccia,
o davanti al caff mattutino - sull'opportunit o meno di consumare
un altro po' di shampoo per quella determinata occasione. Nella doccia lei
aveva lasciato anche due vasetti di esfoliante per il viso. La prima volta che
aprii quello sul rosa, il pi grande, trovai le sue ditate impresse come fossili
sulla superficie melmosa del composto, color noce di cocco; lo richiusi subito
e lo misi sul ripiano pi alto del portaoggetti della doccia... poi qualche
volta, bench di rado e solo quando l'acqua non scorreva, lo riaprivo per
riguardarmi la traccia delle dita di Aura. E qualche altra volta, con l'acqua
aperta, mi spalmavo sulla pelle un po' di esfoliante del vasetto pi piccolo,
e la pasta granulosa al limone mi restituiva l'aroma mattutino, citrino e saponoso,
di quelle guance su cui avevo posato le labbra.
Ora lo so cosa direbbe uno strizzacervelli: che cercavo a tastoni dei surrogati
esteriori per l'oggetto perduto interiore, e per la parte di me persa
insieme all'autonomo Oggetto Perduto. Che tramite un vud a base di
shampoo ed esfoliante cercavo di rievocare l'essere amato da Aura e l'amarla,
insieme a tutto ci che, con la sua morte, era andato perso e non poteva
pi far parte di me. Cos si vive all'ombra dell'Oggetto Perduto. Ma non direi
mai che sarebbe stato meglio abbandonare il flacone in Messico. Quando
infine lo shampoo sarebbe terminato, la vita si sarebbe semplicemente
fatta pi tetra, ecco tutto... E perch mai non doveva farsi pi tetra, via via
che i giorni mi distaccavano da Aura?
Ecco qui un'occasione che giustific l'uso di un po' del suo shampoo:
il primo giorno, nove mesi dopo che lei era morta, in cui finalmente
trovai la forza d'animo per prendere la metropolitana fino alla Columbia
University. Pranzai per conto mio da Ollie. Andai a guardare i CD e i DVD
da Kim. Raggiunsi l'angolo dove ci salutavamo sempre prima che Aura
percorresse l'ultimo isolato fino alla Casa Hispnica, sede del dipartimento.
O la Casa Pnica, come la chiamavano lei e Valentina. A quell'angolo di
strada non si lasciava quasi mai salutare con un bacio; la nostra differenza
d'et la metteva a disagio, per dirne una, e non voleva offrire il fianco ai
pettegolezzi di professori e compagni di studio. Entrai anche alla Butler
Library e mi sedetti a bere un caff su una poltroncina libera messa contro
il muro marroncino sughero della caffetteria affollatissima, il posto dove
spesso la aspettavo quando per un colpo di fortuna trovavo un tavolo
libero o anche solo una seggiola. Osservai l'andirivieni degli studenti, li
guardai seduti a parlare, a studiare, a sfoggiare le loro mise, e pensai che
quando stavo con Aura ero ancora collegato, attraverso di lei, all'impero
globale della giovent, e che adesso non era pi cos. (Quando mai mi
ricapiter di passare un'ora e mezzo a seguire qualcuno in un negozio di
Sephora o di Urban Outfitters? L'esempio pu sembrare banale, se non fossi
abbastanza certo che una cosa del genere non la far mai pi.) Poi imboccai
il corridoio fino al bagno degli uomini e, per la prima volta in nove mesi,
mi feci una pisciata in uno dei grossi e vecchi orinali di marmo, e anche
l la sensazione fu spettrale. Quindi raggiunsi l'atrio, mi misi davanti a un
computer e scrissi un'e-mail ad Aura per dirle che ero tornato alla Butler
per la prima volta senza di lei e che mi mancava tantissimo. Poi uscii sul
cortile interno. Sulla Broadway comprai il New York Times da leggere nel
viaggio di ritorno e, come sempre, quando arrivai alla pagina dei necrologi
e lessi, sulle testatine, morto a novantanni... ottantotto... settantatr...
novantasei... sentii quell'aere ribollire di rabbia. Ogni volta che trovavo il
necrologio di uno o una morti anche solo sulla quarantina, per un attimo
mi sentivo meglio; provavo un'orrenda soddisfazione. Guarda, non sei mica
l'unica che  morta giovane, cazzo, pensavo. Mentre gli elenchi giornalieri
dei caduti americani in Iraq, in gran parte anche pi giovani di Aura, tra
cui non poche erano donne, per non dire ragazzine, rappresentavano un
contrasto ben pi sconcertante, come se tutto ci stesse accadendo in un
altro casin dove si giocava a un diverso gioco del destino, con regole e
probabilit diverse, oppure il casin era lo stesso ed erano solo diversi i
tavoli e diversa la metafora del fato. Non che mancassero i conati di nausea
per quello spreco di vite, e nemmeno i tentativi di comunicazione telepatica
dalla metro: Salve Colorado, dal treno della linea F direzione Brooklyn,
qui Francisco... per gli amici Frank... come il vostro caporalmaggiore
Ramona, anche la mia Aura  morta giovanissima... le mie pi sentite...
conosciamo il rispettivo dolore, perci ci conosciamo... vi farebbe piacere
entrare nel mio gruppo telepatico di elaborazione del lutto? Le vittime
irachene non sono elencate per nome, ma in un articolo sulla stessa pagina
lessi: Venti automobili civili dirette a nord da Bassora con delle bare legate
sui portapacchi, che vanno a seppellire i propri morti nel cimitero sciita
della citt santa di Najaf, e pensai, in almeno una di quelle bare c' una
giovane sposa che il marito adorava; e la macchina sotto la bara la guida lui.
Conosciamo il rispettivo dolore, e la rispettiva vergogna. Ci conosciamo.
Alla fine che differenza fa, se visiti i luoghi del tormento o ne stai alla
larga? Era sempre lo stesso, in un caso e nell'altro, sempre lo stesso.
Insomma alla Columbia ci andai, ma quindici mesi pi tardi ancora non
ero tornato al Caf le Roy, il ristorante del quartiere che io e Aura frequentavamo
di pi, specialmente per il brunch del fine settimana. Lei era certa
che l'insegna si riferisse alla Triste-le-Roy del racconto di Borges La morte
e la bussola; invece no, si scopr che il titolare si chiamava Leroy. Camerieri
e direttori di sala erano per lo pi giovani messicani, e con noi erano
sempre molto gentili, anche quando il locale era pienissimo e molto impazienti
gli avventori in attesa di un tavolo. Prendevano i nostri ordini in spagnolo
mentre con il resto del mondo parlavano in inglese; ci interrogavano
con vivo interesse sulla nostra vita, e noi chiedevamo della loro. Adesso,
nel passarci davanti per andare a prendere la metro, attraversavo la strada.
Ma loro mi vedevano di certo, e allora mi dicevo, scommetto che pensano
che mi abbia lasciato.
E quando la cassiera ecuadoregna del minimarket sotto casa, una ragazza
allegra e paffuta con le cicatrici dell'acne e gli occhiali a fondo di bottiglia,
mi chiedeva, tu esposa, senor?, io le dicevo che mia moglie stava
bene. E lei mi stuzzicava ridendo, Ohhh, adesso manda sempre te a fare la
spesa. ;Qu bueno!
Non ero tornato neanche in pescheria. Non ero pi quello che ci andava
con la moglie o da solo, un paio di volte la settimana, a comprare il salmone
selvatico dell'Alaska, sempre filetto per due, un po' una follia ma
ad Aura piaceva, e spesso uno dei due cordialissimi tizi che ci lavoravano
prendeva una grossa trancia luccicante di pesce color mandarino dal suo
letto di ghiaccio e cominciava a sfilettarla non appena uno di noi entrava
in negozio.
Non ero pi lui. Non ero pi un marito. Non ero pi uno che va in pescheria
a comprare la cena per s e per la moglie. In meno di un anno sarei
stato non pi un marito pi a lungo di quanto ero stato un marito. Certo,
avevamo vissuto insieme altri due anni. Ma sarebbe venuto anche il giorno
che sarei stato non pi con Aura pi a lungo di quanto ero stato con lei.
Certe volte mi svegliavo con la sensazione di aver sognato Aura ma senza
ricordare il sogno. Un mattino, per, qualche settimana dopo che ero
tornato a Brooklyn per la prima volta, feci un sogno che poi al risveglio ricordavo.
Mi trovavo in una stanza fredda e austera con i muri di pietra
giallastra e capivo che stavo dentro una tomba. Sopra una lastra di pietra
rettangolare c'era una coperta di lana a strisce marrone e crema con sotto
una sagoma umana immobile. Sapevo che sotto la coperta c'era Aura perch
si trattava della stessa ispida coperta guatemalteca che avevamo a casa,
ma adesso era lacera e strappata, come quelle che si vedono addosso ai senzatetto
nella metropolitana. Mi arrampicavo in cima alla lastra e mi sdraiavo
accanto a lei. Poi c'era un movimento sotto la coperta, e capivo che
Aura si stava girando lentamente verso di me. Un'estremit della coperta
cenciosa si sollevava al suo tendere le braccia, e io mi stringevo addosso
quel corpo cos familiare, proprio mentre la sommit del suo capo spuntava
da sotto, i capelli neri (cos simili a quelli di una
giapponese) con la loro indisciplinatezza mattutina e fragranza di forno infilati sotto il mento,
come sempre accadeva la mattina. Cingendomi il collo con le braccia Aura
mi stringeva forte, mi abbracciava come usava abbracciarmi.
Mi svegliai e mi misi a sedere. Non avevo paura, perch non era stato
proprio un incubo. Mi guardai attorno assente. Poi mi rintanai di nuovo
sotto la trapunta multicolore e mi concentrai per ricordare i particolari del
sogno. Era la prima volta che percepivo un abbraccio amorevole dopo mesi:
la prima dall'ultima volta che avevo sognato Aura che mi abbracciava,
qualche notte dopo la sua morte. E giuro che sussurrai, Gracias, mi amor.
Te amo. E rimasi a letto fin quasi a mezzogiorno.
Non c'era un giorno che fosse meglio di quello prima. Senso di vuoto, di
colpa, vergogna e terrore, in un ciclo infinito. Mi sentivo peggio per Aura:
pensare a tutto quel che aveva perso lei era il modo pi rapido per farmi venire
voglia di buttarmi, gemente, in ginocchio. Spesso pensavo, Ma perdere
un figlio  anche peggio, perdere il tuo unico figlio, o figlia... una madre
sola che perde l'unico figlio! Molto peggio.
Prima che Aura andasse all'Universit del Texas, lei e sua madre non si
erano mai separate per pi di qualche settimana. A tredici anni Aura era
andata a un campo estivo a Cuba per tre settimane; da adolescente aveva
girato un po' l'Europa con un viaggio organizzato insieme alla sorellastra;
pi avanti, Juanita l'aveva rimandata a delle scuole estive in Europa, a Parigi
e a Cambridge. E le pagava questi viaggi con il suo stipendio da impiegata,
spesso ricoprendo due incarichi contemporaneamente, e talvolta accollandosi
pure un terzo lavoro part-time.
Ma Juanita e io non ci parlavamo. Non sapevo neanche che cosa avesse
fatto delle ceneri della figlia.
Pensavo che avrei potuto tirare avanti ancora qualche mese con i soldi
che Aura aveva lasciato sul suo conto corrente, e anche con quelli dell'assicurazione
della Columbia University, avuti come suo pi prossimo congiunto
sopravvivente; ero io quello che aveva compilato i moduli di richiesta.
Ma chi era in diritto di essere considerato il pi prossimo congiunto sopravvivente,
il povero vedovo o la madre orbata?
Per quanto potevo saperne, Juanita aveva gi sparso le ceneri di Aura in
chiss che posto, scelto per motivi tutti suoi, e non aveva alcuna intenzione
di dirmi dove.
Juanita e suo fratello, o gli avvocati dell'universit che li consigliavano,
volevano farmi arrestare e vedermi in prigione gi mentre aspettavano che
gli inquirenti trovassero delle prove contro di me - o magari le inventassero
anche, il pericolo esisteva. Un anno pi tardi quel rischio sembrava svanito,
ma il mio avvocato mi disse che se pensavo di tornare sulla costa per
il primo anniversario della morte di Aura, sarebbe stato meglio che passassi
dalla procura distrettuale di laggi e rilasciassi la deposizione necessaria
ad archiviare il caso; era solo un atto dovuto, aggiunse, ma prudente.
Vai l e raccontagli la tua versione. Un caso aperto, concluse,  come un
animale vivo.

Note.
* Io mi sporco / E leggo Bukowski anche se lo odio / Sembrerebbe che io voglia esser
maschio / Per togliermi le donne dai piedi / Nessuno ci si scandalizzi /  roba privata /
 tutta bugia / La poesia  finzione e non salva nessuno.
...
.
...
Capitolo 4.
...
.
...
Come nella canzone di Jos Jos, Gaviln o Paloma, in cui lui canta di essere
stato attratto da lei come da un'onda, una ola, e di averla avvicinata e
averle detto hola, fu cos che accadde.
Quando arrivai al Centro Re Juan Carlos della New York
University la presentacin de libro di Jos Borgini era appena iniziata. Un professore argentino
elencava le solite note introduttive dal podio e io mi esibii in una
contrita pantomima di fretta da ritardo, mettendomi praticamente a correre
lungo il corridoio tra le sedie dell'auditorium con il trolley al seguito
per poi strapparmi di dosso cappotto, cappello e sciarpa buttandoli su
una sedia vuota in prima fila, balzare sulle scale laterali del palco, quasi
inciampare sull'ultimo gradino, attraversare il palco a larghe falcate e
prendere posto accanto allo stesso Borgini. Tra il pubblico si lev qualche
risata, e io notai il professore dalla barba color puzzola che dal leggio mi
lanciava uno sguardo, le lenti due bagliori opachi sotto le luci del palco. Il
senorrr Paaaco Gohhhldman, suppongo: aveva un forte accento argentino
e la voce acuta, quasi stridula. Alzai una mano, feci un cenno col capo e
poi, nel tendermi per prendere la bottiglia di minerale Poland Spring, la feci
cadere; rotol verso il bordo del tavolo, ma per fortuna la afferrai prima
che precipitasse. Insomma feci proprio la mia bella figura da cretino. Quella
fu la prima impressione che Aura - tra il pubblico - ebbe di me, e rideva
sempre molto divertita quando raccontava la scena. Trascinandosi dietro
la valigia, le piaceva dire con una risatina, come se la parte
divertente fosse quella, e imitava la mia galoppata lungo il corridoio facendo su e gi con
la testa, il braccio teso all'infuori come a stringere il manico di una valigia.
Era il periodo in cui insegnavo per un semestre l'anno al Wadley College,
nel Connecticut, e di solito mi fermavo al campus una o due sere a settimana.
Subito dopo la lezione pomeridiana avevo preso il treno della Metro
North fino alla Grand Central Station.
Borgini era una conoscenza di Citt del Messico, anche se lui era una
decina d'anni pi giovane di me, sui trentacinque. Non lo vedevo da quando
il suo ultimo romanzo aveva vinto un importante premio in Spagna.
Adesso che il libro era uscito in traduzione inglese, l'autore mi aveva invitato
a prendere parte alla sua presentacin newyorkese, perch cos si
lancia un libro in Messico, con altri scrittori che ne parlano anzich con
l'autore che ne legge dei brani. Borgini arrivava da Berlino, dov'era appena
stato nominato addetto culturale presso l'ambasciata messicana. L'altra
presentatrice era la romanziera Gabriela Castresana, trasferitasi dal Messico
a Brooklyn qualche anno prima, in un appartamento su due piani di
sua propriet a qualche isolato da casa mia, nel quale ora abitava con due figli
adolescenti. Gabriela, un'esuberante e carismatica bellezza sui quaranta,
era il tipo di scrittrice molto presenzialista che ovunque andasse sembrava
amica di tutto il mondo letterario, personaggi famosi o meno. Quella sera,
dopo l'evento, dava una cena a casa sua in onore di Borgini alla quale,
a quanto pareva, avrebbe partecipato anche Salman Rushdie. Quando me
l'aveva detto per telefono non avevo potuto trattenermi dal fare lo spiritoso:
E Saul Bellow, scusa? A lui non piacerebbe conoscere Jos Borgini? Dopo
la presentazione Borgini si era fermato ad autografare i libri, Gabriela
si era piazzata a bordo palco a far salotto con i suoi fan, e io mi ero avvicinato
al tavolo dei vini in fondo all'auditorium. Cera solo un'altra persona:
una ragazza esile e carina, capelli scuri dal taglio corto e sbarazzino, vivaci
occhi neri... una bellezza maliziosa, fisico snello e gradevole, labbra piene,
rossetto rosso. Mi sorrise con quel sorriso, e io credo di averglielo restituito
come incredulo dinanzi a tanta fortuna.
Hola!, dissi, e con il bicchiere di plastica pieno di vino rosso in mano
e uno sguardo che anticipava l'inizio di una conversazione, lei mi rispose,
Hola.
(Ciao! Ti presento la tua morte.
Ciao, morte.)
Aveva una fessura tra gli incisivi superiori e un piccolo neo sotto il labbro
inferiore, a destra. Indossava un maglioncino attillato grigio chiaro, un
abitino plissettato di lana nera, calze scure e stivali di pelle. Una dottoranda
della nyu, pensai. Ma sembrava anche giovane abbastanza da poter essere
ancora laureanda: la ragazza sudamericana dei miei sogni, dieci anni
troppo tardi. Le chiesi se le era piaciuta la presentacin e lei disse S, por supuesto, estaba muy bien, accompagnando le
parole con un cenno secco del
capo che, insieme al suo educato apprezzamento, sembrava voler dire che
ovviamente la presentacin era stata la solita assurda frittura d'aria, non
che fosse colpa mia n di nessun altro, e nemmeno le importava, perch
le presentazioni diverse erano davvero poche. La voce era incredibilmente
affascinante, roca e aspra, appena nasale, un po' da personaggio dei cartoni
animati, vibrante di giovinezza e buon umore. La voce e il sorriso di
Aura, li notavano subito tutti. Poi cerano la dolcezza, l'intelligenza e quel
che di ultraterreno. (Molti messaggi di condoglianze riportavano frasi del
tipo: Aura aveva qualcosa di ultraterreno... Aura mi ricordava le creature
delle foreste incantate: gli occhi, il sorriso, le buffe cose che diceva...) Io
ero travolto, pieno di una curiosit esaltata. Ero veramente fra quanti credono
che proprio cos succedono le cose: quando meno te l'aspetti incontri
qualcuno, c' un collegamento magico, una complicit immediata, e la tua
vita cambia. Malgrado la prova contraria di tanti falsi allarmi, avevo fiduciosamente
atteso un momento del genere per anni. Un'altra voce dentro
di me mi avvertiva: Tu sei pazzo, stai scherzando? Ma guardala,  decisamente
troppo giovane.
Salt fuori che non studiava alla nyu e non abitava neppure a New York.
Studiava alla Brown. Era venuta fin l da Providence.
Cio, sei venuta fino a New York apposta per la presentacin del libro
di Jos Borgini?
S, disse lei. Pareva volesse aggiungere altro. E infatti poi continu, Be',
non solo per quello. Quindi si scus e si gir verso il tavolo per prendere
un altro bicchiere di vino. Mi preparai a quel che sapevo sarebbe seguito:
un saluto cordiale praticamente di spalle, e si sarebbe ripersa tra la folla,
magari per raggiungere la persona con cui era venuta, e di l a pochi minuti
avrei visto lei e un'amica con il cappotto indosso dirette verso l'uscita, o
forse l'avrei vista andarsene con il fidanzato, anche se fino a quel momento
non se nera vista traccia. In un caso e nell'altro non sarei pi riuscito a
parlarci di nuovo, n l'avrei pi rivista sorridere. Di certo non era venuta da
Providence per la presentacin del libro di Borgini da sola.
Invece torn indietro, e adesso aveva un'espressione inquieta, il sorriso
pi schivo. Aveva il naso grosso e punteggiato di efelidi leggere o piccoli
nei, ma la cosa buffa era che visto di fronte sembrava piccolo, o comunque
normale, tondeggiante e un po' all'ins. Come tutto il suo viso, anche il naso
aveva un'aria simpatica e piena di personalit.
Sei venuta da Providence con degli amici?, le chiesi.
No, non proprio, disse lei. Sono venuta in autobus, il bus della Bonanza,
fino al terminal di Port Authority. Sorrise timida, quasi a dire, Mi piace un
sacco pronunciare questi nomi.
Ma cosa significava che non era venuta con amici, non proprio?
Cosa studi alla Brown?, le chiesi allora, e lei rispose che aveva un assegno
di ricerca postlaurea in letteratura ispanoamericana. Ecco la spiegazione.
Era venuta a New York per un interesse accademico nei romanzi di
Borgini.
Be',  lui il mio amico, disse poi.
Come avevo fatto a non capirlo? E quindi feci, Ah, d'accordo, allora sei
amica di Jos. Fantastico. Perci adesso vieni alla cena di Gabriela?
Nooo, fece lei mesta, non vengo. Serr le labbra e mi guard intensamente,
come se cercasse di decidere se darmi o meno una spiegazione. Giuro
che ebbi un tuffo al cuore e pensai, Ti ci porto io a cena, mollo Gabriela
e andiamo da qualche altra parte, ma prima che potessi dirglielo lei spieg:
Jos dice che  una cena privata. Dice che ha provato in tutti i modi a farmi
invitare, ma non  riuscito.  una cena petit comit, per fargli conoscere
Salman Rushdie.
Petit comit?
S, disse lei.
Ha detto proprio cos? Petit comit?
S, ribad lei, ma non so esattamente cosa significhi, questa cena petit
comit. Devono discutere un grande problema della letteratura mondiale
per poi salvarci tutti quanti? Quindi, abbassando il volume, come a imitare
una profonda voce paterna che non sembrava aver molto a che fare con
i morbidi toni di Borgini, disse: Tu sai come vanno queste cose, Aura. Stiamo
parlando di Salman Rushdie.
Quella buffa voce profonda, il sorriso sconsolato e l'alzata di spalle mi
fecero scoppiare a ridere. Capisco, dissi. E mentre noi siamo al petit comit,
tu cosa pensi di fare?
Boh, me ne torner in albergo ad aspettare, disse.
Ero perplesso. Come poteva Borgini avere una storia con lei e non portarla
con s a cena? E poi perch lei doveva tornarsene in albergo - in camera
di lui? - ad aspettare? Aspettare cosa? Perch non l'aveva invitata a cena?
 un'assurdit, dissi. A New York tutti finiscono per cenare con Salman
Rushdie prima o poi. (Non che io ci fossi mai riuscito.) Certo che puoi venire
con noi. E se non puoi, cener io con te da qualche altra parte.
Ma no, figurati, non devi... con uno scoppio di risa tonanti e affannose,
ed era la prima volta che sentivo quella risata.
Un secondo dopo Gabriela arriv al tavolo delle bevande e io la presi per
un braccio. Gabriela, le dissi, lei  Aura. Un'amica di Jos Borgini. Pu venire
a cena con noi, vero?
Gabriela guard lei e poi di nuovo me sgranando gli occhi enormi come
per abituarsi all'intrusione di una luce vivida. Por qu no?, disse. Certo
che pu venire.
A cena Borgini venne infilato tra Gabriela e Salman Rushdie: ecco l i
famosi occhi socchiusi dalle palpebre pesanti e un viso sorprendentemente
angelico, sotto la zucca pelata come quella di Pnin; un'espressione complicata,
da persona di umore allegro e pericolosamente mordace al tempo
stesso. Borgini, schiacciato tra il corpo maschile ben pi massiccio alla sua
sinistra che lo scavalcava per parlare con quello a sua volta pi massiccio,
femminile e gesticolante alla sua destra, sembrava il Ghiro di Alice. Rushdie
non parlava spagnolo e aveva subito messo in chiaro che non era la serata
adatta per un esercizio di francese diplomatico. Ma lo scarso inglese
non permetteva a Borgini di seguire la conversazione. Gabriela, come un
vigile davanti a una scuola elementare, di tanto in tanto fermava il dialogo
per dargli la possibilit di dire qualcosa, incalzandolo con una domanda
e aiutandolo con la lingua; secondo me Rushdie non ricorda neppure di
averlo incontrato quella sera, e scommetto qualunque cosa che non conserva
alcuna traccia di me che gli stavo seduto di fronte, e tanto meno del mio
nome. Chiss se si ricorda di Aura. Per quanto mi riguardava, andava tutto
benissimo: io e Aura lasciati soli in un angolo del tavolo era la cosa migliore
che potesse accadere. Quasi non ricordo di aver rivolto uno sguardo
al signor Rushdie, e non provavo il minimo imbarazzo alla presenza di una
figura cos importante a livello mondiale, che invece probabilmente avrei
sentito se non fossi stato vicino ad Aura: con la colonna sonora dell'asciutto,
levigato eloquio britannico di Rushdie e della sua risatina fanciullesca,
mi stavo innamorando. (Si ricorda di noi, signor Rushdie? Aveva intuito,
scrutandoci con i suoi famosi occhi di falco, con il suo acume di grande romanziere,
che ci stavamo innamorando, o quanto meno che mi stavo innamorando
io? Vide altro? L'ombra flebile di un destino orrendo? Infausto,
pens forse? Sopravviver a tutto questo? Merito di sopravvivere?) Insomma
ero concentrato su Aura. Se Borgini, dall'altra parte del tavolo, le rivolgeva
sguardi minacciosi oppure infastiditi o espressioni di altro tipo, lei
sembrava non curarsene. Eravamo seduti vicini, le ginocchia che si sfioravano,
a bere vino, chiacchierare, ridere. Lei diceva qualcosa e io ridevo; io
dicevo qualcosa e lei rideva. Si era stabilita tra noi una modalit di conversazione
che sarebbe poi diventata il nostro modo di conversare. Ci piaceva
fare i comici l'uno per l'altra, sempre: non importava se quel che stavamo
dicendo era davvero divertente o meno. Vorrei riuscire a ricordare di cosa
parlammo quella sera a cena, ma ovviamente non ci riesco. Venni a sapere
che aveva solo venticinque anni (cazzo!). Che la sua borsa di studio alla
Brown terminava in aprile. Che faceva una ricerca per la tesi di laurea
in letterature comparate all'Unam, sull'influenza esercitata da scrittori di
lingua inglese quali Hazlitt, Lamb e Stevenson su Borges. Che stava facendo
domande di dottorato negli Stati Uniti e in Europa. Che di recente era
scoppiato un incendio nella casa di Providence dove aveva una stanza in affitto,
ed era stata costretta a trasferirsi; per fortuna le fiamme non avevano
raggiunto la sua stanza e lei era riuscita a recuperare quasi tutte le sue cose,
anche se l'acqua degli idranti dei pompieri aveva inzuppato il pavimento
rovinandole alcuni libri, coperte e materasso. Disse che ora tutti i suoi indumenti,
compresi quelli che aveva portato in lavanderia, sapevano di bruciato,
e alz un braccio per farmi sentire l'odore del maglione. Io le presi le
dita tra le mie e le sollevai un poco la mano mentre chinavo la faccia verso
la manica per inspirare, e forse sentii un vago odore di caminetto, ma anche
di sigaretta, e un profumo leggero, e quella fragranza di calore corporeo
come passato nella lana per cottura; quella che ancora sentivo nei suoi
maglioni a oltre un anno dalla sua morte. La guardai negli occhi e dissi, S,
 vero, sa di bruciato. Comunque, prosegu, non possedeva poi molte cose,
e aveva lasciato il computer e i libri pi importanti alla sua postazione
in biblioteca. Mi raccont dei suoi amici di Providence: Mauricio, studente
gay di lettere e messicano pure lui, e Frances, una nera paffutella che abitava
con lei nella casa distrutta dal fuoco e studiava arte alla Rhode Island
School of Design. Invece il suo relatore alla Brown, un luminare cileno di
letterature comparate, il professor T. che prima la adorava, aveva improvvisamente
cambiato atteggiamento nei suoi confronti: durante un colloquio
nel suo ufficio le aveva detto che non avrebbe mai fatto carriera negli studi
letterari perch mancava di seriet. Era una ragazza ricca e viziata, asseriva,
convinta che il solo scopo dell'universit fosse il suo divertimento.
 un bell'uomo?, le chiesi io. Uy, no, fece lei con un brivido, est muyfeo.
E poi era sulla sessantina, divorziato, ridicolmente vanitoso. Capelli e barba
fulvi, ovviamente tinti. Un problema a un occhio, la cui pupilla deviava
di lato, come un pesciolino nero, cos disse, che sbatte contro il vetro della
boccia sempre dalla stessa parte. Il sorriso di Aura dava l'impressione di
aprire gioiosamente la porta a chiunque, ma la lasciava anche spalancata a
grossolani errori di calcolo. A me, le dissi, sembra come minimo una cotta
non ricambiata, il che  comprensibile, per di certo non giustifica le sue
parole. Non sono ricca, disse Aura, ma a volte do quell'impressione. Non
so perch. Be', non  che sia per forza un insulto, dissi. Tu cosa gli hai risposto,
dopo che lui ti ha detto cos? Niente, disse. Ero talmente triste e mortificata
che sono tornata in camera mia e ho pianto. Poi ho telefonato alla
mamma. Disse mamma, in inglese. E quando aveva riferito alla madre
l'uscita del professor T., la signora ne era rimasta ancor pi sconvolta di lei;
addirittura aveva minacciato di saltare su un aereo per andare fin l dal
Messico e prenderlo a schiaffi. Be', se lo sarebbe meritato, dissi io. S, concord
Aura, quella testa di cazzo; quella grandissima testa di cazzo. Bench
avesse probabilmente imparato a esprimersi in quel modo in Texas, parlava
l'inglese con una specie di antiquato accento di Brooklyn, anzi come un
rauco scoiattolo dei cartoni animati con l'accento di Brooklyn. Da quel momento
aveva fatto in modo di evitarlo, il professor T. Passava tutto il tempo
in biblioteca a lavorare alla sua tesi su Borges e gli inglesi, e in palestra.
Le piaceva molto andare in palestra alle tre di notte, mi disse, per allenarsi
sulla macchina ellittica. In periodo di esami la palestra non chiudeva mai.
Fino a poco tempo prima Aura aveva portato mche viola nei capelli. Io
per scoprii quel particolare solo dopo la sua morte, quando Mauricio, il suo
amico della Brown, lo rievoc in un'e-mail di condoglianze.
Quando ho conosciuto Aura, scrisse, aveva le mche viola. Prima che diventassimo amici la
chiamavo la ragazza dai capelli viola. Stranamente, le stavano benissimo. Poi
un giorno, all'improvviso, i capelli sono tornati neri e neri sono rimasti. Per
qualche tempo, dopo che aveva smesso di tingerseli, ogni volta che la incrociavo
mi intristivo un po', come se i capelli violaglieli avesse rubati un malvivente
durante una rapina e noi tutti sapessimo che non cera pi modo di riaverli.
Quella sera passammo in continuazione dall'inglese allo spagnolo. Era
chiaro che Aura andava fiera del suo inglese; era meglio del mio spagnolo,
anche se con lei non l'ho mai ammesso. La maggior parte delle ragazze di
Citt del Messico che conoscevo parlavano inglese con una cadenza delicata
e melodiosa, quasi volessero sembrare parigine che cercano di parlare
inglese, ma Aura non era cos.
Com' che quando parli inglese, le chiesi infatti, sembri un'ebrea di New
York? Ormai avevamo lasciato la casa di Gabriela e passeggiavamo sul marciapiede,
insieme a Borgini, che non degnavamo di uno sguardo. Salman
Rushdie era svanito: dentro una bolla galleggiante, o forse solo un taxi.
Ah, ah. Cera una spiegazione. Siccome sua madre era sempre al lavoro,
da piccola lei aveva passato molte ore sola in casa a guardare la televisione,
e cos aveva imparato l'inglese per conto suo, dalla tiv e soprattutto
da Seinfeld. Avevano la televisione via cavo e Seinfeld era il loro programma
preferito, suo e di sua madre.
Quella sera mi raccont un po' anche della madre. Per gran parte della
vita di Aura aveva fatto la segretaria all'Unam, soprattutto nel dipartimento
di Psicologia, e in amministrazione. Nelle ore libere, per, seguiva anche
le lezioni di psicologia, e alla fine aveva preso quella laurea che non era riuscita
a prendere all'universit di Guanajuato prima che Aura nascesse. Poi
aveva cominciato a seguire anche i corsi postlaurea: uno a semestre. Ora le
mancava solo la tesi, per ottenere il dottorato in psicologia.
Finimmo allo Zombie Hut, su Smith Street, per il bicchiere della staffa.
A cena avevamo bevuto vino, ma a quel punto passammo alla vodka. Un
bicchiere tir l'altro e l'altro ancora, anche se Borgini fece durare il proprio
vodka tonic quanto tutte le nostre bevute. Mi colp che sembrasse molto
intimorito: sedeva di fronte ad Aura, stringendo il bicchiere come fosse il
palo di sostegno su una carrozza della metropolitana in piena corsa, come
non riuscisse a trovare l'equilibrio necessario per portarselo alle labbra in
un unico movimento, come non fosse neppure in grado di deglutire. Sono
certo che lo Zombie Hut fosse l'ultimo posto in cui aveva voglia di stare, e
con me al seguito per giunta: che perfetto idiota doveva considerarmi, per
come ci provavo senza remore con Aura dopo averla trascinata in quel petit
comit, dal quale lui l'aveva esclusa in modo surrettizio o da pusillanime o
semplicemente con l'inganno. Ma non osava lamentarsi. Era stato sgamato,
come si usa dire; d'altro canto, l allo Zombie Hut Aura ostent la massima
indifferenza per quel che il suo gesto di non invitarla alla cena aveva
rivelato di lui. A quel punto io mi ero praticamente convinto che tra loro
non poteva esserci nulla. Facile che fossero solo amici. E se Borgini era gay?
Picchiai sul tavolo e gridai: Basta, me ne vado.
Aura si era messa a declamare, in inglese, muovendo lentamente il pugno
chiuso su e gi. Sembrava in tutto e per tutto una liceale (ubriaca) che recitava
la poesia in classe. Le sue labbra adorabili parevano dar forma a ogni
singola parola della poesia come nelle animazioni in plastilina, quasi che
labbra e parole fossero fatte della stessa malleabile sostanza, e le parole
prendevano forma nell'aria, solide e lucenti - masticabili, baciabili.
E che, devo seguitare a sospirare e a strug-ger-miii?
Ogni tanto la voce saliva:
I miei versi e la mia vi-i-ta son liberi;
E poi scendeva, in quel suo comico baritono:
liberi come la stra-a-da,
e ancora pi gi, a capo chino, sul finale della poesia:
Ed io risposi: Mio signore(*).
Era una poesia bella lunga! Io non ne avevo mai imparata a memoria una
cos lunga. Lei disse che era Il collare di George Herbert. Una ragazza
messicana ritta in un bar di Brooklyn a recitare poesia sacra inglese del
Seicento. Nella storia del quartiere era mai successa, prima, una cosa del
genere?
Io so che incontrer il mio destino
Da qualche parte su fra le nuvole
Dopo essersi beata della mia incredulit per la declamazione herbertiana e
aver preso un altro sorso di vodka, Aura aveva posato il bicchiere sul bancone
e si era lanciata nella poesia di Yeats.
Io non odio coloro che combatto,
Coloro che difendo non li a-a-a-a-mo
Quanto mi sarebbe riecheggiata dentro quella voce nei mesi a seguire, ed
 ancora l.
Un impulso di gioia solitario
port a questo tumulto fra le nuvole
... mi parvero spreco di fiato,
uno spreco di fiato...**.
In seguito avrei capito che, passata una certa soglia di bicchierini, di norma
tre ma anche due, se si sentiva felice, felice e amata, o magari aveva solo
voglia di mettersi in mostra, Aura recitava poesie, quasi sempre queste due
e spesso pi di una volta, come un juke box in cui qualcuno ha selezionato
senza sosta le stesse due canzoni.
Picchiai sul tavolo e gridai: Basta, me ne vado.
Eccola di nuovo, allo Zombie Hut, con il secondo giro.
Io so che incontrer il mio destino
Poi cambi d'umore. Si dimentic di me e ritrov Borgini: a me non si interess
pi, quella sera. I due lasciarono insieme il bar poco dopo. Successe
tutto molto in fretta: eccoci l sul marciapiede a salutarci, la baciai sulle
guance come avrei fatto se durante la cena ci fossimo scambiati solo convenevoli
di rito. A dire la verit avevo creduto, in chiss che parte del mio
io ubriaco e affamato d'amore, che l'avrei riaccompagnata personalmente.
Invece Aura si tuff sul sedile posteriore del taxi come alla ricerca di qualcosa
che le stava sfuggendo di mano, mentre il suo compagno sal subito
dopo e chiuse la portiera. Per un attimo lei fu solo un'ombra sul sedile posteriore
di un'auto, e io non l'avrei mai pi rivista. Il taxi si allontan lungo
Smith Street. E come nel finale di un racconto di Babe'l, io rimasi sotto un
lampione a guardare il taxi che rimpiccioliva lungo la strada, rivelato per
quell'essere illuso, patetico e condannato all'infelicit che ero.
Per ci eravamo scambiati gli indirizzi e i numeri di telefono, e come
promesso le mandai una copia del mio ultimo romanzo, pubblicato quattro
anni prima. Passarono le settimane e i mesi e non ricevetti risposta. Mi
dicevo: il libro deve averle fatto schifo. Ma va bene cos,  troppo giovane.
Te la devi proprio scordare.
Aura e Borgini si erano messi insieme la primavera precedente, durante un
convegno alla Brown in occasione delle celebrazioni per il quarantesimo
anniversario dell'uscita di Aura, romanzo di fantasmi e realismo magico di
Carlos Fuentes, presiedute insieme allo stesso Borgini dal docente-nemesi
di Aura, che per non era ancora la sua nemesi. Eccoci qui riuniti per rendere
omaggio ad Aura, aveva improvvisato Borgini durante il suo discorso
al convegno, e anch'io ho trovato la mia Aura. La cosa aveva destato un
certo clamore; forse il professor T. giunse addirittura a pensare che il corso
del convegno fosse stato dirottato dalla tresca troppo sfacciata tra l'affascinante
giovane scrittore e la graziosa allieva con le ciocche viola, e naturalmente
se la prese con lei. Era stata quella, con ogni probabilit, la causa del
suo voltafaccia. Cinque anni dopo, bastava anche solo nominare T. in presenza
della madre di Aura per riaccendere tutto il suo astio.
Rabbiosa, rievocava l'impulso a prendere un aereo e andare a Providence ad affrontarlo
e in caso anche aggredirlo. Juanita era una bella donna, ma nella collera il
suo viso si faceva insopportabilmente vivido, come se i suoi lineamenti venissero
riflessi e ampliati dalle schegge di uno specchio rotto. Le piaceva
esibirsi in quel numero, provocando e denigrando come un teppista messicano
per mettere in mostra tutta la ferocia generata dall'amore protettivo
nei confronti della figlia. E non era solo una sceneggiata. Per Juanita i
risultati di Aura - i bei voti a scuola, le borse di studio delle universit statunitensi
- erano risultati personali. Aveva lavorato sodo, a turni doppi e
tripli, anno dopo anno perch sua figlia potesse accedere allo stesso livello di istruzione di una ragazza dell'alta borghesia messicana; e quando l'aveva
definita ricca e viziata, T. aveva pronunciato una blasfema condanna
dell'intera esistenza di Juanita - o quanto meno lei l'aveva presa cos, anzich
vedere la cosa come un indiretto riconoscimento del suo successo.
Juanita non leggeva romanzi, ma in Messico Aura di Fuentes - la giovane
e bella Aura di quella storia  il fantasma mistico di una zia centenaria che,
come una succuba, abita il corpo della nipote per sesso - era stato una pietra
miliare per la sua generazione.
Mia madre mi ha chiamata cos per il suo libro, Maestro disse Aura
a Carlos Fuentes durante quel convegno. Poi gli fece autografare una copia
del libro per Juanita, e lei e Borgini si fecero fotografare insieme a lui.
Nel diario che tenne da aprile a dicembre nel periodo in cui frequentava la
Brown, Aura accenn solo una volta di sfuggita, sebbene con un certo dispiacere,
all'apparente fine della sua storia con Borgini; l lo chiamava JB
e pi o meno tutti, nel suo diario, venivano indicati con le iniziali, come
per garbata discrezione. Descrisse molto brevemente il viaggio a New York,
senza una parola sulla presentazione del libro di Borgini, n sulla cena con
Salman Rushdie, e tanto meno riferiva di aver conosciuto me, o di aver ricevuto
il libro che le avevo mandato: nel diario non c' alcuna indicazione
che il nostro incontro le abbia fatto la bench minima impressione. Registr
invece enigmaticamente la successiva visita, in quello stesso autunno,
di un altro fidanzato messicano, a cui si riferiva come P.
In diverse pagine descriveva la tranquillit e la noia di Providence, che
allora ben si adattavano alle sue esigenze: le piacevano i lunghi e freddi
giorni autunnali di pioggia da passare rintanata nella sua stanza con i libri,
o in biblioteca. In un'annotazione muoveva a se stessa la critica di scrivere
sempre per ragioni introspettive, ma di non essersi mai allenata a raccontare
con precisione, per esempio, le giornate ventose e assolate in cui le
lunghe e diritte vie di Providence si riempivano di turbini di foglie rosse,
arancioni e gialle. Passato gran parte della giornata a pensare alla mamma,
e annotazioni come questa ce n'erano diverse. Mamma mi preoccupa.
Mi manca mia madre. Annotava i progressi della sua tesi in preda
all'ansia, ma anche con orgoglio e crescente esaltazione. Con quella tesi
voleva distinguersi, formare la prova di un destino gi scritto. E far vedere
al professor T. fino a che punto si era sbagliato sul suo conto. Descriveva
la fida sensazione di solitario rifugio che trovava nella lettura e nei libri:
... quelle terre sono le uniche, pare, che io riesca a visitare senza rovinarle.
Ma forse questo un giorno mi aiuter a trovare una via di fuga dal piccolo appezzamento che ho gi rovinato. Io sono venuta al mondo rovinata, da
un passato di cui non so nulla.
Questa pu sembrare una tipica espressione di tormento ed egocentrismo
postadolescenziali. Di certo era tipica di Aura. Le sue insicurezze e paure,
la sua ossessione per i misteri legati alla sua prima infanzia e al padre naturale
che, quando lei aveva solo quattro anni, aveva abbandonato madre
e figlia, riempivano cos tante pagine dei suoi quaderni e diari che  impossibile
leggerli senza rimanerne angosciati per lei, e perplessi per quanto
implacabilmente punisse se stessa. Era davvero tanto sola e infelice, o si
trattava solo dell'esagerata retorica diaristica di una giovane donna a cui,
come aveva notato lei stessa, questo genere di scrittura riusciva semplice?
In una successiva annotazione, datata 24 aprile, il giorno in cui compiva
ventisei anni, Aura scrisse che il padre le aveva telefonato per farle gli auguri
per la prima volta in oltre ventanni. La conversazione era stata breve,
riportava Aura concisamente, e lui le era sembrato nervoso.
Quella fu l'ultima volta in cui parl con suo padre.

Note.
* George Herbert, Il collare, trad. it. di G. Melchiori, in Antologia della poesia inglese
diretta da Franco Marucci, Prima parte: Dalle origini al Romanticismo, La Biblioteca
di Repubblica, Roma 2004, p. 371. [N.d.T.]
** William Butler Yeats, Un aviatore irlandese prevede la sua morte, in William Butler
Yeats: L'opera poetica, trad. it. di A. Marianni, I Meridiani Mondadori, Milano 2006, p.
459. [N.d.T.]
...
.
...
Capitolo 5.
...
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...
Ogni tanto sogno una mia foto, scattata quando avevo cinque anni. Sono
seduta in cima a una staccionata di legno. Dietro, un albero gigantesco mi
ripara da un sole che non si vede.
Questo  l'intero contenuto di un documento, in inglese, salvato sul computer
di Aura come Toexist.doc. Esistere... Ogni giorno trovavo nel suo
computer qualcosa che non avevo mai letto prima. Fu toccante scoprire che
lei sognava spesso quella foto, che ossessionava anche me; l'avevo gi trasferita
dalla sua scrivania alla mia. Nella foto Aura ha cinque anni, indossa
una salopette di jeans stropicciata e una maglietta rosa. I capelli neri, lustri
e scintillanti sotto quel sole che non si vede, sono tagliati a scodella da monellaccio,
con la frangetta irregolare che scende fin sulle sopracciglia ma
lascia scoperta met delle orecchie. Aura aveva le orecchie grandi; io anche.
Nostro figlio avrebbe certamente avuto due orecchie gigantesche.
La staccionata  tanto alta che l'essere riuscita ad arrampicarsi e sistemarsi
l sopra doveva essere stato come minimo un piccolo trionfo. Dunque
l'espressione sul viso, il sorriso serrato, lo sguardo dritto all'obiettivo potrebbero rappresentare la sua tranquilla soddisfazione. Ma sembra anche
cos teneramente fiduciosa e inconsapevole che non si pu fare a meno di
riflettere sulla solitudine e sulla vulnerabilit di quella bambina, stato d'animo
amplificato dalla scura massa del fogliame e dei grossi rami serpeggianti
sopra la sua testa.
Sembra l'ennesima ingiustizia nei confronti di Aura, questo analizzare
ogni sua foto d'infanzia alla ricerca di segni e presagi di un destino tragico.
Ma anche quando lei era ancora viva, ogni volta che guardavo quella
foto avvertivo urgente la necessit di proteggerla. Imitavo il sorrisetto tirato
che le gonfiava le guance, lo sguardo perso e fiducioso. E le dicevo che
era ancora uguale.
Che faccia ho io?, mi chiedeva a volte, e allora io imitavo lo sguardo della
foto, e lei diceva, Nooo, non  vero, e scoppiavamo a ridere.
Ho trovato un altro paragrafo salvato come Elsuenodemimadre.doc:
Il sogno di mia madre
Il sogno di mia madre, che crescendo mi sono accertata di portare gradualmente
e sistematicamente alla distruzione, era di vedermi realizzata come
docente di francese. Il fatto che le mie origini si trovassero nel Bajio messicano
e che io mancassi della bench minima abilit nella lingua dei miei
bisnonni non le dava pace. Per questo motivo, quando le dissi che volevo
andare a New York per laurearmi in lingue ispaniche, il bicchiere dal quale
sorseggiava il suo Bordeaux rosso le si frantum tra le mani e fece una scenata
tremenda nel ristorante dove stavamo cenando a base di crpe ai quattro
formaggi.
...
.
...
Capitolo 6.
...
.
...
Sono una mongolfiera, giro intorno alla terra, mi poso molto di rado, e mai
nessuno mi afferra dalla fune per tirarla e attirarmi pi vicino.  dura, sai,
 durissima, mi costa tutto, posarmi a terra. A volte credo centri il mangiare
cos poco. Alla Brown ho conosciuto una ragazza, mi ha detto che le
hanno diagnosticato l'anoressia; mi ha raccontato tutto di s e mi sono resa
conto che era il mio ritratto.
Sono tornata in Messico. Nell'appartamento nuovo di mia madre. Mi aspetta
un anno difficile. Incerto sotto diversi aspetti.
Aura era tornata a Citt del Messico all'inizio di dicembre, dopo l'ultimo semestre
alla Brown, quando scrisse queste parole sul diario. Si sentiva sola, un
po' persa e timorosa del futuro. Lass a Brooklyn, nemmeno io ero precisamente
entusiasta della mia vita; ormai erano passati cinque anni dall'ultima
volta che avevo avuto una fidanzata o anche solo una storia minimamente
stabile. Nel diario seguo l'innocente viaggio di Aura attraverso quei mesi, da
quando ci eravamo conosciuti a New York fino al punto in cui, girando la pagina,
ci si aspetterebbe di trovare noi che ci innamoriamo, e invece l finisce
tutto, quasi che lei stessa, incredula di quel che accadde poi, avesse abbandonato
il diario come un romanzo dalla trama troppo inverosimile. Negli anni
in cui siamo stati insieme Aura non tenne un diario regolare, e quel quaderno
 l'ultimo della dozzina di volumetti iniziati quando aveva sei o sette anni,
ai tempi in cui scriveva a qualsiasi ora di notte, spesso sotto le coperte con
una torcia mentre la sorellastra Katia dormiva nel letto accanto.
Fra poco partiamo per Guanajuato per le vacanze di Natale.
Fuori  ancora buio, ma gi sul Perifrico l'ingorgo perenne  gi cominciato,
in uno stridio di trombette di plastica, rimbombo di tamburi e folli ruggiti
di uno stadio gremito e sepolto sotto terra.
Il nuovo appartamento di Juanita era al nono piano di un palazzo che
dava sul Perifrico, l'autostrada che taglia la citt da nord a sud. Dovevano
essere circa le cinque del mattino. Il letto di Aura era il divano nello studio.
Probabilmente era ritta a sedere, il floscio quaderno rilegato in pelle
appoggiato sulle cosce sollevate, i capelli aggrovigliati di sonno, la smorfia
delicata delle labbra strette, la penna oscillante in mano, gli occhi fissi sulla
pagina in una concentrazione liquida e immobile, come bolle perfettamente
allineate nella livella di un falegname. In futuro io e Aura avremmo
trascorso pi di una notte su quello stesso divano; ma se il patrigno
Rodrigo, come accadeva spesso, era assente durante la nostra visita, io ci
dormivo da solo e Aura dormiva con la madre. Quando parlava o scriveva
del suo patrigno Aura tendeva a definirlo semplicemente il marito. E
Juanita di rado si tratteneva dallo sminuire il marito con il suo ben noto
sarcasmo, su argomenti quali il denaro (che non aveva), la politica (di
sinistra), le ambizioni (non pervenute) e addirittura l'intelligenza (inferiore
a quella di madre e figlia). Rodrigo era famoso per come incassava: con una
disciplinata, rocciosa impassibilit che per ribolliva all'interno rischiando
l'eruzione. Ma di sicuro voleva bene ad Aura, era fiero di lei e con me era
sempre gentile. Parlavamo spesso di football americano. Lui teneva per
i Colts, chiss perch. Una domenica andammo insieme a vederci una
partita Colts-Patriots di playoff, da Hooters sull'avenida Insurgentes, dove
Aura e Juanita ci raggiunsero pi tardi per un hamburger e una birra e si
misero a osservare perplesse le cameriere in pantaloncini cortissimi che
si destreggiavano sui pattini fra i tavoli del locale, con i vassoi carichi in
equilibrio sulle spalle, sotto i maxischermi luminosi e pieni di football,
e Juanita part con il ricordo di Aura ragazzina, un derviscio su rotelle;
descrisse la figlia che volteggiava e saltava nel parcheggio di Copilco come
una campionessa olimpionica... Ma io ricordo solo il profondo, soddisfatto
senso di appartenenza a una famiglia normale che provai quel pomeriggio,
un sentimento che in vita mia non avevo quasi mai sperimentato.
Per io non ero ancora presente in quel momento vicino all'alba,
qualche giorno prima di Natale, mentre Aura, appena tornata dalla Brown,
scriveva sul diario seduta a letto. Fuori dalla finestra l'aria che ardeva
invisibile sulla Valle del Messico era un enorme porto notturno, le cime
illuminate di alti edifici isolati alla fonda come avveniristica paccottiglia
cinese, torri radiofoniche e televisive come alberi di navi e gru accese;
all'orizzonte le montagne nero inchiostro della Sierra del Ajusco. Per
una buona mezzora rest a guardare quei monti emergere lentamente
dall'oscurit senza stelle, il profilo irregolare dei picchi appuntiti delineati
da un bagliore argenteo, macchie di lampone che si infiltravano nel cielo
soprastante; la luce dell'alba che permeava poco a poco i pendi come una
tintura azzurro fluorescente, portando in rilievo foreste di pini, strade
serpeggianti e terreni variegati. Aura descrisse tutto con precisione nel suo
diario. Per tutta la sua vita, rifletteva, a Citt del Messico, a Guanajuato e a
Taxco - forse anche a San Jos Tacuaya, ma non ricordava - si era sempre
svegliata con la vista delle montagne dalla finestra. Poi erano venuti
l'orizzonte spianato di Austin e le colline a panettone di Providence. Cosa
le avrebbe riservato l'anno seguente? Se tutto andava bene i grattacieli e i
ponti di New York. Quando studiava alla Brown era stata a New York tre
volte, una delle quali con la madre, e ogni volta si era sempre pi convinta
che era l che voleva vivere. Avrebbe abitato, scriveva sul diario, in uno di
quegli appartamenti simili a nidi appollaiati sopra un viale spettacolare.
Non appena metteva piede in una qualunque via di Manhattan si sentiva
travolta dalla poderosa e risoluta corrente della citt infinita; in un certo
senso Citt del Messico, anch'essa infinita, sembrava il rovescio di New
York come lo  lo sciame di fili che penzolano sotto un tappeto dalla fitta
intessitura. La citt di Auden, Bob Dylan, Woody Allen, dell'altro tragico
Dylan di cui aveva imparato a memoria le poesie all'Unam, di Seinfeld
e di Elaine. (Aura nutriva la convinzione di rado confidata che sarebbe
stata una brava attrice comica. Si immaginava anche come regista; durante
l'ultimo anno al liceo Guernica aveva un quaderno in cui incollava ritagli
di giornale e scriveva di ogni film che vedeva alla Cineteca Nacional.
Chiese addirittura alla madre il permesso di iscriversi al Centro Nacional
de las Artes per studiare recitazione e regia. Juanita glielo proib, ma aveva
ottimi motivi per vedere con timore quella professione. Suo padre aveva
recitato in alcuni film messicani molto rappresentativi, con stelle del
calibro di Maria Flix e Dolores del Rio: faceva sempre l'allegro, giovane
marito che prendeva una pallottola nei primi cinque minuti del film, o il
postino ammiccante che si presenta alla porta all'ultimo secondo, occhi
e denti lucenti, per consegnare la lettera d'amore cruciale. Ma il padre di
Juanita era anche un alcolizzato, un morfinomane, un donnaiolo e un
giocatore, ed era morto a trentadue anni quando lei era ancora in fasce.
Juanita non aveva ricordi di lui.) Aura era venuta su guardando film di
Woody Allen in videocassetta, spesso la sera a letto con la madre, gli
stessi pi e pi volte, specie le storie d'amore ambientate a New York o le
commedie ultranevrotiche. Ma le piacevano anche quelle pi svitate, e da
ragazzina si rifugiava nella doccia a recitare interi brani del Dormiglione e
anche di film di Cantinflas e Tin-Tan. Juanita aveva praticamente elevato
Woody Allen al ruolo di santo protettore del focolare, con tanto di foto
appesa in camera da letto. Eppure, dal momento che Aura aveva espresso
il desiderio di addottorarsi alla Columbia, la madre non si lasciava sfuggire
un'occasione di dire qualcosa di negativo su New York.
Ma non  forse vero che qualunque madre si sarebbe preoccupata se la
sua unica figlia, nell'autunno del 2002, avesse annunciato di voler studiare
e vivere a New York, quando cos tante altre citt nel mondo offrivano un
panorama universitario di prima categoria da cui scegliere? Nonostante la
sua paura di volare, Juanita and a trovare Aura a Providence e la accompagn
a New York. Anzich placarne i timori, per, quel viaggio non fece altro
che acuirli. Squadre di massicci soldati in mimetica armati fino ai denti
pattugliavano la Grand Central e la Penn Station accompagnati da cani lupo.
All'ingresso di biblioteche e musei le guardie ispezionavano ogni borsa
o borsetta addirittura con le torce, e Juanita girava sempre con un borsone
che implicava perquisizioni prolungate. Quando andarono al ristorante in
cui Woody Allen suonava il clarinetto, si sentirono dire che lui quella sera
non avrebbe suonato, e in ogni caso bisognava prenotare. E perfino a Citt
del Messico la metropolitana era pi pulita di quella di New York. Juanita
aveva setacciato la rete in cerca di notizie su stupri e rapine ai danni
di studentesse della Columbia a Morningside Heights e Harlem. Ma anche
Citt del Messico aveva il suo bel terrorismo, ricordava Aura alla madre.
Aveva mai sentito dire che a New York i tassisti sequestrassero i passeggeri
per poi portarli davanti a un bancomat con la pistola puntata, o peggio?
I nonni materni di Juanita erano francesi, anche se lei non era mai stata
in Francia e non parlava la lingua. Ma sebbene Aura non
intendesse realizzare il sogno materno di vederla insegnare alla Sorbona, avrebbe almeno
dovuto diventare professoressa in Messico, all'Unam, dove avrebbe subito
avuto un lavoro sicuro, uno stipendio decente e affidabile, indipendenza
e rispetto. Di certo non c'era nulla di sbagliato nel fatto che una madre
desiderasse cose del genere per la figlia; all'et di Aura, Juanita sapeva gi
fin troppo bene quante brutture potevano abbattersi su una giovane donna
senza una carriera propria. Se poi un giorno fosse saltato fuori un bel maritino,
preferibilmente ricco, tanto meglio, per quanto in Messico, come in
ogni altro posto - la madre di Aura ci credeva senza dubbio - non si poteva
contare sul fatto che un marito restasse a lungo dove stava, o si mantenesse
sobrio e sano di mente, o non finisse per buttare la carriera nel cesso
insieme a tutta la famiglia. Per Juanita non aveva senso che Aura lasciasse
il Messico e l'Unam - dove tra l'altro poteva ottenere un posto da assistente
mentre terminava il dottorato - per andare a studiare
letteratura ispanoamericana a New York.
Malgrado tutto, Juanita accompagn Aura alla Columbia per il colloquio
nella fatiscente palazzina barocca che ospitava il
dipartimento di Ispanistica, dove un tempo aveva alloggiato Federico Garcia Lorca incantando
docenti e studenti ai cocktail party in salottino. Decisero che mentre Aura
faceva il colloquio, la madre l'avrebbe aspettata all'Hungarian Pastry Shop.
Pareva che quando a chiunque avesse mai avuto a che fare con la Columbia
University veniva chiesta una cosa tipo, Dove bisogna andare per vedere
come si vive da studenti?, la risposta fosse l'Hungarian Pastry Shop.
Gi da Providence lo avevano cercato su Internet per copiarsi l'indirizzo,
trovandolo descritto come delizioso e accogliente caff. Si rivel invece
un localino umido e affollato che dava l'impressione di trovarsi in cantina,
nonostante i lunghi banconi di vetro pieni di pasticcini invitanti. Forse era
un test per valutare la compatibilit con la Columbia: se ti sembrava solo
un baretto fetido, il tuo posto non era l. Juanita fece addirittura notare ad
Aura che se quel posto rappresentava el colmo, l'apice della vita studentesca
alla Columbia, perch andare a New York? Intorno all'Unam era pieno
di caffetterie cos, n meglio n peggio. Pensala come vuoi, disse Aura nervosa.
Lei doveva andare al colloquio: Sua madre non si era portata nulla da
leggere e Aura le lasci un volume delle Obras Completas di Borges, impavesato
di post-it colorati come una nave da parata, quindi usc di corsa.
Il colloquio si teneva con il direttore di dipartimento, un peruviano
biondo e slavato, e dur circa un'ora. Parlarono a lungo del lavoro svolto
da Aura su Borges e gli scrittori di lingua inglese. Ben oltre la met del colloquio
il direttore le disse che l'avrebbero presa, e con una borsa completa
a carico del dipartimento. Quando torn all'Hungarian Pastry Shop, sua
madre era seduta allo stesso tavolo vicino alla parete dove lei l'aveva lasciata,
con il cappotto ancora indosso. Sul tavolino non cerano tazze n piatti
vuoti. Apparentemente non aveva neppure toccato il libro di Borges. Ma
non hai ordinato neanche un caff, mamma?, le chiese Aura.
Noooo, hija, disse Juanita con un sospiro esausto. Hanno un meccanismo
complicatissimo. Mi sa che bisogna avere un qi sopra la media e parlare
perfettamente inglese per capirlo. E quando ero pi o meno riuscita a
decifrarlo, ho pensato che tu saresti tornata dal colloquio da un momento
all'altro, y ya, e a quel punto non volevo pi niente.
Ay, Mamma, ti prego, non esagerare...
Esagerare? Dimmelo tu, se ti sembra normale costringere i clienti a fare
tutta questa trafila per ordinare anche solo un caff. Prima devi andare
a quel banco l per fare 1 ordine - neanche fosse la testimone di un omicidio,
Juanita punt un dito incerto verso il banco incriminato, interrompendosi
come per ricreare la confusa, terribile scena nella mente - cos loro lo
scrivono su uno di quei foglietti, mentre tu ci devi scrivere sopra il tuo nome,
e poi torni al tuo posto, e quando l'ordine  pronto la cameriera viene
fuori con la roba su un vassoio insieme al foglietto e passa fra i tavoli chiamandoti
a voce alta finch tu le fai cenno che sei quella che cerca. A ogni
modo devi sperare che lei stia guardando dalla tua parte, cos riesci a intercettare
il suo sguardo e ad alzare la mano in tempo. Ma che succede se invece
lei si allontana e va dall'altra parte del locale? Che fai, ti metti a urlare
il tuo nome al suo didietro? E poi perch dovrei essere obbligata a gridare
il mio nome in un caff affollato? Sono iiio Juaniiita! La
donita mexicana quagi! Ehil-! Juanita lev di scatto la mano come a buttarsi qualcosa
dietro le spalle. Ay, no.
Aura, che rideva tanto forte da dover tenere gli occhi chiusi, rantol,
Ay, Mamma!
No-no-no, hija. Perch devo dirgli come mi chiamo, per ordinare un
caff? Poi cosa mi chiedono, il passaporto e il visto?
Nessuno riusciva a far ridere Aura come sua madre. In seguito,
ogni volta che andavamo all'Hungarian Pastry Shop, lei ne
rievocava sempre la filippica.
Juanita si fece un punto d'onore di non chiedere ad Aura come era andato
il colloquio. Decisero di andare a bere qualcosa al West End Bar, un altro
locale culto della comunit studentesca. Dovevano attraversare il campus
per raggiungere la Broadway. Era tardo pomeriggio e si stava gi facendo
scuro. Aura port la madre oltre i cancelli in ferro battuto dell'universit
fino al centro del quadrilatero, con le due monumentali biblioteche a ciascuna
estremit: un gelido Zcalo con studenti che percorrevano in ogni
direzione l'erba ingiallita e i marciapiedi delimitati da siepi, ed entravano
e uscivano da edifici che proiettavano variegate geometrie di luce nel crepuscolo.
 bellissimo, vero mamma?, disse Aura fermandosi a indicare quel che
la circondava. Vengo a studiare qui, l'anno prossimo.
Ripresero a camminare come se sua madre non l'avesse neppure sentita.
Ma quando raggiunsero il lato opposto del quadrilatero, Juanita aveva
le guance rigate di lacrime; abbracci la figlia e le disse che era molto orgogliosa
di lei, che sapeva quanto aveva faticato per quel posto. Per quella sera
fu dichiarata una tregua nella loro guerra su New York. Al West End Bar
bevvero e festeggiarono la saga condivisa delle loro vite gemelle: la madre
abbandonata senza soldi n lavoro, n qualifiche professionali n prospettive,
che era fuggita da San Jos Tacuaya con la figlia quattrenne su un Maggiolino
Volkswagen che non era neanche suo per rifarsi una vita a Citt del
Messico. Ora quella figlia avrebbe preso un dottorato, con una borsa di studio
completa, in una delle pi prestigiose universit al mondo.
Dopo i quattro anni, Aura vide il padre naturale solo due volte. E quando
ebbe luogo il primo di questi incontri, in un ristorante di Guanajuato, ne
aveva ventuno. Dopo qualche trattativa telefonica, avviata proprio da Aura
e di nascosto da sua madre, lei prese la corriera da Citt del Messico a
Guanajuato, e lui si fece tutto il percorso in macchina da San Jos Tacuaya
dove ancora abitava, ormai con la nuova famiglia. Quando entr nel ristorante
quel giorno, in completo blu scuro e camicia beige, Aura, che sedeva
sola ad aspettarlo, lo riconobbe subito. Era pi vecchio di come lo ricordava,
naturalmente, e i capelli castani erano ingrigiti e pi corti di un tempo.
Nell'accorgersi che dal tavolo quasi in fondo al locale lei lo
aveva riconosciuto, spalanc gli occhi nerissimi come in preda al terrore, ma la raggiunse
con le braccia aperte e il delicato sorriso vivido che Aura non aveva mai
dimenticato e talvolta la sorprendeva nelle sue stesse fotografie; e lei si alz
per farsi abbracciare. Da lui venivano le orecchie cascanti che aveva ereditato,
come anche il lungo naso inclinato (bench in versione pi piacevole,
morbida, femminile). Subito dopo, Aura not che il padre aveva una gamba
dei calzoni coperta di fango giallastro, ormai secco. E non pioveva neanche.
Come si spiegava tutta quella mota, e su una gamba sola? Aura aveva sentito
dire dalla ta Vicky che finanziariamente non se la passava molto bene,
per il completo non sembrava malaccio. Comunque lei aveva troppa paura
di metterlo in imbarazzo chiedendogli del fango, e lui non disse niente.
Negli anni a seguire, in quasi tutti i racconti abortiti che Aura tent di scrivere
su quel suo incontro con il padre, compariva il calzone infangato. Si
vedeva benissimo che avrebbe voluto fare del mistero del fango la metafora
di tutti i misteri del padre e del proprio passato, ma che non era mai riuscita
a capire come inserirlo efficacemente nella narrazione. Il fango, aveva
stabilito, era certamente - o doveva certamente essere - collegato ai campi
di fragole di San Jos Tacuaya, poich il lavoro negli appezzamenti melmosi
che ricoprivano le pianure fuori dalla cittadina era il pi comune sostentamento
dei poveri di laggi. In quei racconti Aura era sempre in cerca di
un modo per agganciare il pantalone infangato ai campi di fragole, ed entrambe
le cose al primo incontro fra un padre e una figlia dopo diciassette
anni e a qualche verit ancora sottaciuta riguardo alla lunga separazione.
Suo padre non aveva pi niente a che fare con le fragole, bench, quando
lei era ancora la sua bimba adorata e lui un astro nascente del Partito rivoluzionario
istituzionale, avesse fatto comizi e presieduto molte cerimonie
presso le aziende che le coltivavano, per festeggiare raccolti e nuove intese
sindacali; quante volte era tornato a casa con le scarpe inzaccherate e puzzolenti
di letame, costretto a levarsele subito e lasciarle fuori.
Un pantalone misteriosamente infangato e l'abbandono mai compiutamente
spiegato, da parte di un uomo, della moglie e della figlia di quattro
anni: c'era davvero qualcosa in comune? Quel calzone infangato poteva
davvero trasformarsi nella metafora di quanto era accaduto diciassette anni
prima, qualunque cosa fosse? L'incapacit da parte di Aura di trovare un
legame narrativo plausibile fu uno dei motivi per cui non termin mai nessuno
di quei racconti.
Talvolta gli scrittori giovani come lei, e anche i lettori, e certi autori pi
maturi - quelli che non hanno imparato a riconoscere un compito inane
neanche quando ci sbattono il muso - sopravvalutano la capacit della
narrativa di mostrare verit nascoste. Se due cose sono legate in modo
evidente - il calzone infangato e l'abbandono di moglie e figlia, entrambi
attributi dello stesso uomo - ne discende che debbano esistere tra loro anche
corrispondenze meno ovvie? Pi profonde, rivelatrici o metaforiche
almeno? Aura era certa di s, e scav molte lunghe e profonde gallerie senza
trovare ci che cercava, il che per non significa che alla fine non ci sarebbe
riuscita.
O magari talvolta hai solo bisogno che qualcuno ti dica com' andata
veramente.
Appiccicata sull'album di prima elementare di Aura, fra disegni e pagine
di libri con le parole da colorare, cera questa lettera al padre:
Hctor
Te amo pap no se porque se separaron.
Pero de todas formas te sigo
queriendo corno cuando estbamos
juntos. (Oye tu me sigues queriendo
como antes? esper que st porque
Yo hasta te adoro adis pap te
amo con todo mi?*.
Aura sosteneva di avere solo ricordi vaghi della separazione dei genitori.
Per tutta l'infanzia, e oltre, e forse proprio fino ai suoi ultimi giorni - una
cosa che mi disse verso la fine mi fa ritenere che sia cos - interrog la madre
a intervalli regolari riguardo alle circostanze della rottura. Juanita non
avrebbe mai potuto prevedere che l'affetto di Aura per il padre, o la sua ossessione
per lui, sarebbero stati tanto tenaci. Fornirle subito un padre putativo,
risposandosi in fretta, non era minimamente servito ad attenuare la
fissazione della figlia per l'originale perduto; e forse ebbe l'effetto opposto.
Ma cos'aveva, l'amore di quella bimba quattrenne per il padre, nel rimanerle,
per il resto dell'infanzia e per tutta l'adolescenza e ancora a venticinque
anni, confitto dentro come la spada nella roccia?
In Messico, circa due settimane prima di morire, Aura rincas un pomeriggio
dopo un lungo pranzo con la madre e mi raccont che iniziava a sospettare
che i grandi eventi del suo passato non fossero accaduti esattamente
come aveva sempre creduto o le era stato detto. Fatta la ripida scaletta fino
al soppalco dove dormivamo, mi trov spaparanzato sul letto anzich al lavoro
o intento a leggere il libro posato l accanto, e prima ancora che aprisse
bocca io le avevo rivolto uno sguardo speranzoso e chiesto - imitando la
maniera festosa in cui lei spesso amava dire quelle parole, come un bambino
che ti invita a giocare - iQuieres hacer el amor? Ma lei non era assolutamente
in vena. Disse invece quel che disse riguardo ai grandi eventi,
in tono brusco, di rimprovero quasi, e io risposi: Ah, si? e attesi che proseguisse.
Ma lei si limit a prendere un po' di libri e di carte dal tavolino di
plastica che usava come scrivania quando veniva a isolarsi lass, e se li port
alla scrivania di sotto. Insomma, cosa le aveva detto sua madre che fin
l non aveva mai appreso? Io sapevo che Aura non aveva voglia di parlarne
proprio in quel momento, ma ero certo che pi tardi me lo avrebbe raccontato,
anche se  facile dirlo adesso. Forse furono pigrizia e disinteresse a
impedirmi di insistere: dei drammi di sua madre non ne potevo pi. Volevo
scopare, non mettermi un'altra volta a parlare di Juanita. Sapevo anche
quanto Aura fosse protettiva nei suoi confronti. Se le era stata fornita una
nuova versione del passato che metteva Juanita in cattiva luce - ora posso
figurarmi un'annebbiata confessione alcolica, subito ritrattata o razionalizzata,
la poca coerenza che il dialogo poteva aver posseduto che svanisce come
una risata spettrale -  molto pi facile che non mi avrebbe raccontato
tutto, almeno non subito. Insomma non so se alla fine me l'avrebbe detto,
non lo so. Tra Aura e Juanita cera un mondo segreto.
Note.
* Ti voglio bene pap non so perch vi siete separati. Comunque io ti voglio bene
come quando eravamo insieme. Senti ma tu mi vuoi bene come prima? Spero di si perch
io ti adoro addirittura ciao pap ti amo con tutto il mio?.
...
.
...
Capitolo 7.
...
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...
Tra fango e fragole ancora non nate, ancora a cacciare radici tra terra e concime,
le donne le tenevano aperte le gambe bianche e la spronavano in coro:
Spinga, Senora Primera Dama, spinga!. E la Senora Primera Dama, che riguardo
a questo scarno racconto dei fatti di cui, devo confessare, malgrado
la sorpresa o lo scherno di chi non crede in questo genere di ricordi prenatali,
io stessa conservo un'indelebile memoria che si manifesta in sogni che spesso
e malauguratamente si mutano in incubi... ma torniamo alle fragole e alla
storia della mia nascita.
Da Fragole, racconto incompiuto di Aura Estrada
Prima di arrivare a conoscerle nel profondo (prima di aver imparato tutto sulle
loro origini e sulla coltivazione) lei adorava le fragole. Ne mangiava a tutte
le ore. E quando non le mangiava, le piaceva pensarci; con la panna, senza
panna, al naturale o flamb. Non  peregrino ipotizzare che fu il suo amore
per la Fragaria delle Rosaceae a spingerla a un matrimonio frettoloso con
il futuro guardiano e procuratore dello Stato delle Fragole. Ma quell'unione
l'avrebbe anche condotta a un imprevedibile odio per quel frutto della terra.
Da Una storia di fango, racconto incompiuto di Aura Estrada
Dove perde la figlia, e dove la ritrova??? Le colpe che si fuggono, finch non si
riesce pi a fuggirle, finch non le trovi, o loro trovano te.
E qual  la grande metafora della colpa? Il fango!!
Dagli appunti di Aura Estrada per La visita, racconto incompiuto
...
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...
Capitolo 8.
...
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...
Prima della rottura con il padre di Aura, Juanita non aveva mai guidato da
sola. Qualche domenica pomeriggio, nelle strade tranquille della zona industriale
di San Jos Tacuaya, il marito le aveva dato alcune lezioni, seduto
accanto a lei nella Ford Falcon, la mano sospesa sopra quella di lei sul volante.
Eppure Juanita fece due valigie, prese la corriera che attraversava le
montagne fino a Guanajuato con Aura di quattro anni e chiese in prestito
il Maggiolino di Vicky senza dirle dove era diretta. Si butt nel traffico di
camion sull'autostrada e guid con la figlia accanto fino a Citt del Messico,
in un viaggio di almeno cinque ore. Crescendo, malgrado l'avesse sentito
e risentito raccontare, Aura non fu mai in grado di ricordare nulla di
quel viaggio leggendario, neanche il minimo particolare.
Ricordava invece il suo pap: il naso, le guance paffute, gli occhi scuri e
brillanti. La prendeva sempre in braccio, la lanciava in aria e la portava in
giro sulle spalle. Le cantava e suonava le canzoni di Cri-Cri con la chitarra
e le insegnava parole in inglese e in francese. Le diceva milioni di volte al
giorno che le voleva bene. Aura aveva una vecchia fotografia che la ritraeva
a cavalcioni sulla pancia morbida del padre sdraiato sull'erba del giardino
di casa, con l accanto il loro piccolo terrier bianco come la neve, che teneva
le zampine anteriori sollevate e probabilmente abbaiava. Spesso, quando
esaminava quella foto, veniva silenziosamente pervasa da un senso di
vertigine, come da un flebile ricordo fisico di solletico, di cadere in avanti
ridendo tra le sue braccia, i peli ispidi del mento come brucianti scintille
sulla guancia. Quella era stata l'ultima volta che aveva vissuto in una casa
con giardino, fatta eccezione per l'anno a Austin, dove il giardino apparteneva
ai ragazzi del piano terra. Ecco una cosa che Aura avrebbe sempre desiderato:
una casa sua con il giardino.
Hctor ha smesso di amarmi, rispondeva Juanita, di solito con un sospiro
stanco, ogni volta che Aura le chiedeva che cosa avesse provocato la separazione.
L'ho pregato di riprenderci con lui, nena, ma lui niente. A quel
punto ho capito che dovevamo andarcene e trovare il modo di ricominciare.
Non avevamo altra scelta, hija.
Aura conosceva la storia - o quanto meno una storia - di come si erano
incontrati i suoi genitori. Juanita aveva conosciuto Hctor quando studiava
all'Universit di Guanajuato e viveva in una casa in affitto con due delle
sorelle Hernndez, Lupe e Cali, e poi con Vicky Padilla, le future tas di
Aura. La madre di Juanita, Marna Violeta, l'aveva mandata via da Taxco e
spedita a Guanajuato quando aveva quattordici anni, per farla studiare in
un collegio cattolico femminile. Le sorelle Hernndez stavano nella stessa
scuola ma non nel convitto, e la loro madre, Mamma Loly, praticamente
adott Juanita e la invit a vivere con loro. Nello stesso periodo Juanita fece
amicizia anche con Vicky. Guanajuato, costruita lungo i pendi scoscesi
di una montagna, con la sua architettura coloniale, le chiese e la famosa
universit, le strade tortuose, le piazze asimmetriche e i bar, era, allora come
oggi, una citt studentesca internazionale oltre che una meta turistica.
La met degli anni settanta fu un periodo di alcol, droghe e dissipatezza
laggi come in ogni altra parte del mondo. Non posso dire con certezza
che tipi fossero all'epoca le sorelle Hernndez e Vicky, e neppure Juanita,
ma ciascuna di loro, a modo proprio, da giovane era stata considerata
una bellezza strepitosa e in gradi variabili era poi destinata, nell'et adulta,
a crepacuori, tragedie e alcolismo. Fu in quel periodo che Juanita conobbe
Hctor, a una festa in casa loro. Qualche anno prima lui era uscito per
un po' con Lupe Hernndez. Ad attrarre la sua attenzione su Juanita, cos
mi ha sempre detto Aura, era stata la minigonna di pelle che indossava
quella sera, il modo in cui le metteva in risalto le gambe e le cosce bianche
e armoniose. Juanita aveva una risata sonora e le piaceva fare osservazioni
audaci e taglienti; l'eyeliner nero e molto marcato, come il tratto di un pennarello
indelebile, intensificava il fascino focoso del suo sguardo. I ragazzi
della sua et li metteva a disagio. Ma Hctor, avvocato e politico locale,
aveva dieci anni pi di lei. Quella sera era completamente
vestito di bianco e si era portato dietro una chitarra bianca.
Non era bello, diceva sempre
Juanita, ma aveva una faccia color frumento che rivelava una gran personalit,
era mite e divertente nel parlare e possedeva un sorriso dolce e triste.
Orfano di padre e madre, adottato da una coppia senza figli di San Jos
Tacuaya - un ragioniere commercialista e sua moglie - aveva studiato legge
all'universit di Guanajuato con eccellenti risultati. Un intelletto brillante,
si diceva, con un futuro altrettanto brillante: una grande promessa
del Pri, anche pi del fratello di Juanita, Leopoldo, che gi lavorava all'interno
del partito. Alla chitarra Hctor era in grado di esibirsi in qualunque
pezzo dei Beatles, e quando faceva In th Summertime in inglese sembrava
proprio il cantante dei Mungo Jerry con accento messicano. Juanita e Hctor
si sposarono a circa due anni da quell'incontro, e meno di un anno dopo
nacque Aura in un ospedale di Leon, nel Guanajuato. Abitavano a San
Jos Tacuaya. Il Pri aveva scelto Hctor come proprio candidato alla carica
di presidente municipale della cittadina; praticamente, il sindaco. All'epoca
i candidati ufficiali del partito non perdevano le elezioni. Affiancato nella
campagna elettorale dalla bella e giovane moglie dai lunghi capelli castani
ondulati, in jeans e camicette ricamate da contadinella, mentre lui sfoggiava
una chioma alla Bobby Kennedy che gli ricadeva sulle orecchie e sugli
occhi, Hctor rappresentava la nuova immagine del Pri, un partito rivoluzionario
che aveva messo giudizio e imparato a rinnovarsi nel decennio seguito
al tragico cataclisma dei massacri studenteschi del '68, finalmente al
passo con la giovent e con i tempi. In qualit di Primera Dama Municipal,
la madre di Aura era costretta a stare sotto i riflettori quanto il marito
se non di pi, al suo fianco durante cerimonie e banchetti, sempre presente
ai pranzi tra donne, alle merende pomeridiane e alle raccolte fondi, cos
come a ogni genere di festival ed evento nelle fattorie dove si coltivavano le
fragole. Quando Hctor decise che non la voleva pi come moglie, Juanita
cap che la pubblica umiliazione dell'abbandono suo e della figlia le avrebbe
reso la vita insopportabile, a San Jos Tacuaya. Era impensabile che potesse
allevare Aura in un ambiente del genere. E comunque detestava quella
cittadina noiosa e volgare. Una cosa che in vita sua non avrebbe mai rimpianto
fu proprio la decisione di rifarsi una vita nella capitale.
C'era un'altra donna, Ma?, le chiedeva Aura qualche volta.
Chi lo sa, hija. Ormai non mi stupirebbe pi nulla. Ma Hctor non era
mai stato un donnaiolo.
Ma io?, chiedeva allora Aura. Perch ha voluto lasciare anche me? Perch
non risponde alle mie lettere?
A volte si disamorano anche gli adulti che hanno avuto la bambina pi
bella del mondo, cercava di spiegarle Juanita, e le ripeteva all'infnito quanto
il padre le avesse voluto bene. Ma poi era cambiato, diceva. A quel punto
sembrava ovvio che lui avesse qualcosa che non andava; a livello psicologico,
intendeva. Non faceva che mettere in dubbio tutte le cose belle che la
vita gli aveva dato, hija. Era molto fascinoso e intelligente, ma nell'intimo
non era mai stato in grado di superare ci che lo aveva predestinato a rovinare
ogni possibilit di essere felice, qualunque cosa fosse.
Al padre le cose non erano poi andate bene per niente, Aura lo sapeva,
dopo i giorni di gloria da presidente municipale. Invece di salire pi in alto
era precipitato; se gradualmente o di colpo, questo lei non lo sapeva. Ta
Vicky a volte le dava qualche notizia di lui: insegnava legge all'universit
popolare, ma arrotondava con la consegna di bibite in bottiglia ai banchi
del mercato e la raccolta dei vuoti per riportarli ai distributori. Era difficile
credere che suo padre fosse caduto cos in basso. E poi, anni pi tardi,
quasi che il partito ufficiale non avesse mai compreso quanto gli servisse
l'ex giovane e brillante presidente municipal di San Jos Tacuaya per entrare
finalmente nel futuro, anche il Pri, corrotto e odiatissimo, era caduto
in disgrazia.
I primi ricordi di Aura della nuova vita a Citt del Messico erano di sua
madre seduta per ore al buio nel salotto del loro appartamentino, ad ascoltare
canzoni dal giradischi, con il viso bagnato di lacrime. Aura non riusc
pi a sentire le pietose ballate di Jos Jos senza ricordare quel periodo.
Scriveva lettere al padre. Finch non fu in grado di farlo da sola, la aiutava
la mamma. In alcune di quelle lettere gli chiedeva addirittura perch non
le lasciava tornare a casa, lei e la mamma. Poi Juanita imbucava, ma il padre
non rispondeva mai.
In poco tempo Juanita aveva trovato un posto da segretaria all'universit,
nel dipartimento di Psicologia. Lei e Aura abitavano in un appartamentino
con una sola camera da letto nella zona sud della citt, in un complesso
di torri altissime che davano alloggio a basso prezzo ai dipendenti universitari,
anche se a quanto pareva molti inquilini non avevano nulla a che fare
con l'universit e forse avevano occupato gli alloggi abusivamente, pagando
le bustarelle del caso, dopo che parenti e amici si erano
trasferiti. L'appartamento puzzava di cemento stantio e gas. Col vento forte alcuni pezzi
si staccavano dai palazzi e rotolando gi di lato crepavano o fracassavano
i vetri delle finestre. Di notte Aura sentiva i gatti miagolare e i micetti affamati
che piangevano e chiedevano aiuto nella tromba dei dodici piani di
scale, ma le era stato proibito di andare ad aiutarli perch, cos diceva la
madre, nella tromba delle scale ci stavano anche i drogati. Aura si immaginava
i drogati che dormivano a testa in gi come pipistrelli, alimentandosi
del sangue dei gatti e dei bambini che si perdevano.
So che oggi come allora molta gente che lavora all'universit e abita in
quei palazzoni non li trova poi cos male. Ma l'impronta lasciata su Aura da
quella che lei talvolta chiamava la Torre Terribile non derivava soltanto
dai ricordi infantili di un periodo tremendo: una notte era successo qualcosa
di cui conservava solo un ricordo frammentario, e che non era nemmeno
sicura al cento per cento che fosse realmente accaduto. Ma era come
se quelle poche lucenti schegge di memoria le avessero tranciato i neuroni
in maniera tale da renderla vulnerabile a certi stimoli, allo stesso modo in
cui taluni possono essere colti da una crisi epilettica per la luce che guizza
tra gli alberi, che balena da dietro una staccionata, o addirittura per una
camicia a righe sgargianti che passa sul marciapiede.
Ogni volta che tornavamo in Messico durante le vacanze scolastiche o
in estate, ad Aura piaceva farmi fare lunghe passeggiate, di fatto visite guidate
per le strade della sua infanzia e adolescenza, nei quartieri che circondavano
la Ciudad Universitaria e attraverso il campus, una citt-stato
semiautonoma pi grande del Vaticano. Una volta, mentre andavamo verso
un ristorante giapponese in avenida Universidad, fermi a un semaforo
in attesa del verde, mi indic tre torri raggruppate all'orizzonte, dietro la fila
pi bassa di centri commerciali e fabbricati di uffici che costeggiavano la
strada, e mi disse che era l, in quella unidad habitacional, nella torre sulla
sinistra, che lei e la madre avevano trascorso i primi anni in citt. Gli edifici
erano stati costruiti in origine per ospitare gli atleti durante le Olimpiadi
del 1968. Macchiati da un velo di smog e canicola rovente, sembravano
sagome di cartoncino grigiazzurro incollate sul cielo grigio-giallo. Mentre
Aura descriveva i suoi ricordi, io squadrai la sua torre, cercando di immaginare
trombe di scale affollate di gatti ululanti e drogati vampiri. Quando il
semaforo cambi, attraversammo e proseguimmo lungo il viale tenendoci
per mano. Siccome la sera sua madre aveva paura di portare l'immondizia
fino ai cassonetti nel parcheggio, mi raccont Aura, chiedeva sempre al vicino
di casa di andare con lei. Il vicino era un tipo grasso e pacifico, addetto
di laboratorio nella facolt di Veterinaria. Quando apriva la porta del suo
appartamento, da fuori Aura riusciva a vedere un macao azzurro e rognoso
sul trespolo in fondo al soggiorno, e i terrari dove l'uomo teneva serpenti
e ragni. Poi aveva anche un bastardino giallo, tranquillo come il padrone,
che non abbaiava mai, anche se scodinzolava e si agitava tutto quando lo
incontravano in corridoio. Ma quel povero cagnolino, continu Aura, aveva
una terribile fobia per gli ascensori. Il vicino lo portava fuori a fare una
passeggiata almeno due volte al giorno e cos, almeno due volte al giorno,
i due dovevano fermarsi nel corridoio ad aspettare l'ascensore, che ci metteva
sempre un sacco e poi quando arrivava strideva moltissimo, e mentre
aspettavano, il ciccione cercava di calmare il cane, accarezzandolo e sussurrandogli
parole di conforto, ma sempre invano, perch non appena l'ascensore
si fermava e le porte si aprivano il cagnolino terrorizzato perdeva
il controllo della vescica e faceva pip sul pavimento. Come se parlasse con
un bambino esasperante ma bisognoso di coccole, il ciccione sgridava teneramente
il cane in un rassegnato tono nasale, che Aura riusciva ancora
a imitare: Devi aspettare di essere fuori, perrito necio, e poi tornava in casa a
prendere lo straccio. Nonostante le continue lamentele dei condomini per
l'odore di urina di cane che aleggiava davanti all'ascensore, nonostante il
fastidio che certo gli procurava il dover pulire per terra ogni volta che portava
a spasso il cane, il vicino ciccione non perdeva mai la pazienza, e tanto
meno accennava alla possibilit di sbarazzarsi del cane.
Cosa sarebbe, un esempio di amore incondizionato?, ricordo di aver detto
mentre camminavamo lungo il marciapiede.
Dopo un po' Aura disse, S, ma penso che sarebbe stato ancora pi amorevole
portare il cane a vivere in un altro posto, al primo piano.
Forse il ciccione non voleva trasferirsi, dissi, perch era molto pi innamorato
di tua madre.
Quin sabe, pu essere, disse Aura. Povero Ayax.
Ajax come il detersivo?, chiesi.
Ay-yax, fece lei, come quello dell'Iliade. Poi mi afferr il mento e disse,
Ay, mi amor por qu eres tan tonto?, e mi baci. Pure questo era uno dei
nostri rituali, anche se i miei commenti stupidi, contrariamente a quel che
le sue frecciatine lasciavano intendere, non erano sempre intenzionali.
Aura mi spieg che il detersivo si chiamava Ajax anche in Messico, ma in spagnolo
l'eroe greco, Aiace, si chiama yax. E in ogni caso Juanita andava ai
cassonetti, la sera, solo se accompagnata da yax. Che forse era davvero innamorato
di lei, soggiunse, e teneva da parte l'immondizia in modo da avere
sempre qualcosa di pronto da buttare ogni volta che lei bussava alla sua
porta, chiss... Solo allora mi resi conto che yax era il nome del vicino e
non del cane, e stavo per fare un altro commento stupido, ma qualcosa me
lo imped. Fu il modo in cui Aura disse chiss, con una nota triste nella voce,
come qualcuno che suoni una volta soltanto, con delicatezza, un accordo
minore al piano.
Che storia simpatica, arrischiai, per incoraggiarla a proseguire. Ma era
ovvio che il suo umore, cos da un momento all'altro, era cambiato. E il cane
come si chiamava?, le chiesi. Non ricordo, rispose. Si strinse a me, poggiandomi
la testa sulla spalla mentre camminavamo, e non disse altro fino
a quando non ci sedemmo al ristorante. Per gli standard di Citt del Messico,
in quel locale il sushi era abbastanza buono. Era una gestione familiare
e la famiglia era giapponese, diversamente dai soliti messicani in kimono
e fascia da maestro di spade in testa. L'arredamento aveva un'aria tradizionale,
con legno scuro dagli intarsi intricati e lanterne rosse stampate a ideogrammi
giapponesi.
Forse  successo ai cassonetti, disse Aura, e non nella tromba delle scale
come ho sempre pensato.
Che cosa, forse  successo ai cassonetti?, le chiesi con cautela.
Una cosa davvero terribile, disse. Alla mamma. Non lo so, forse. Tu non
hai idea di quel che ha passato mia madre in quel periodo, Frank. E questo,
sai,  uno dei motivi per cui non riesco mai a tenerle il muso. Non credo
che mi dir mai la verit su quel che successe. Nemmeno sul letto di morte...
Aura scroll teatralmente le spalle, e si strinse nelle braccia come se
avesse freddo. Poi si tir su una manica del maglioncino di cotone e allung
il braccio. Guarda, disse. Aveva la pelle d'oca. Le presi la mano e sentii
il palmo sudato.
iQu tepasa, mi amor?
Lei si limit a fissare tristemente il tavolo per quasi cinque minuti - forse
meno, ma a me sembr un tempo infinito - mentre io le stavo l di fronte,
semiparalizzato.
Be', avevo solo quattro o cinque anni, disse alla fine, perci non mi ricordo...
Adesso parlava con lo sguardo rivolto da un lato, e il tono guardingo
e vagamente infantile. Eravamo tornate a casa tardi, in taxi, questo
lo so. Forse la mamma mi aveva portato con s a casa di Vicky, o qualcosa
del genere. Era un vocho verde, un Maggiolino come tutti i taxi a quei
tempi, senza il sedile del passeggero davanti. Io probabilmente dormivo, lei
deve avermi svegliata. Aura, tu resta qui, mi disse, torno subito. Devo solo
andare a prendere i soldi. La voce era normale ma lei sembrava terrorizzata,
come se stesse facendo uno sforzo enorme per mantenere il controllo; il
viso tremava come fosse sul punto di esplodere. Me lo ricordo davvero, o 
una cosa che mi sono inventata tanto tempo fa, tipo racconto, per riempire
un vuoto o la mia confusione? Non lo so.
Cio, non sei certa di ricordare che lei abbia detto veramente cos?, le
chiesi. D'altronde  plausibile,  passato tanto tempo. Ma c' qualcosa che
sei sicura di ricordare?
Mi ricordo l'autista, disse Aura, o almeno credo che quello sia un vero
ricordo. Primo, mi ricordo la nuca. Aveva una testa enorme, per coi capelli
neri corti, tipo schiacciati in cima. Poi di certo aveva due orecchie
- si lasci sfuggire una risatina triste - ma quelle non me le ricordo, solo la
testa. Era come un pianeta morto. Un pianeta morto che irradia antimateria,
hai presente? Secondo, il collo, che era come quello di un maiale. E terzo,
l'occhio. Quando la mamma scese dal taxi lui si gir, e allora glielo vidi.
Non hai mai notato - adesso Aura mi guardava quasi implorante - come
ammutolisco quando siamo in taxi e il conducente ha la testa grossa cos?
Intendi solo qui in Messico, o anche a New York? A dire la verit non
avevo mai notato nulla del genere.
Pi che altro qui, disse. A New York i taxi sono diversi, hanno quei, come
si chiamano, divisori tra te e l'autista.
Forse qualche volta ho notato qualcosa, senza rendermi conto che il problema
fosse la testa del conducente, dissi.
Quando ho visto quell'occhio mi sono spaventata.
In che senso?
Aura si volt, un occhio che era una fessura.
Uh che spavento, dissi io con un sorriso; ma lei aveva quell'espressione
che diceva, so che la cosa pu esserti sembrata tenerissima, ma adesso ho
bisogno che tu creda e comprenda quel che sto cercando di dirti. Perci le
chiesi, Secondo te cos' successo quella sera?
Mi lasciarono sola sul taxi, rispose. Scesero entrambi, l'autista e mia madre.
Lui forse chiuse a chiave, non mi ricordo. Riesci a immaginare l'effetto
che mi ha fatto?
No, non ci riesco, dissi. Bench riuscissi a immaginare l'Aura quattrenne
seduta a gambe larghe sul sedile posteriore del taxi come una bambola
perduta, paffute guance da bambola e occhi pieni della paura di chi non
capisce.
Forse attraversarono lo spiazzo davanti all'edificio, continu, ed entrarono,
ma non lo so. Non mi ricordo se c'era qualcuno in giro, n quanto ci
mise la mamma a tornare. Ma quando alla fine torn, mi tir fuori dal taxi
e mi prese in braccio; ricordo che le nascosi la faccia contro la spalla. Probabilmente
piangevo. Ma credo di non ricordarmi altro.
Aura mi disse di aver esaminato quei frammenti di memoria innumerevoli
volte nel corso degli anni, anche in psicoterapia, nel tentativo di ricomporli,
ma aveva pure chiesto notizie dell'episodio a sua madre. Ayyy no, hija,
ora basta! - cos rispondeva di norma Juanita agli interrogatori - Non vorrai
farmi credere che davvero ti ricordi quella cosa? Non  successo niente.
No pas naaada! Una volta che Aura la incalzava, Ma almeno hai chiamato
la polizia, mamma?, Juanita rispose con una risata fasulla: Ma certo! Come
avrebbe fatto chiunque, no? Chiamare la polizia, cos loro gli pagavano
una tequila, a quel cabrn, per brindare alla sua salute? In che senso brindare,
mamma?, disse Aura, e la madre rimase un momento a fissarla e poi disse,
Perch mi aveva rapinata, hija, perch se no?
Aura stropicciava il tovagliolo. Dopo un po', con voce bassa e tremante,
disse, Frank, a volte ho talmente paura che esco di testa. Questa cosa mi
travolge e basta. Tu l'hai visto, lo sai cosa intendo.
Mi alzai dal mio lato del tavolo, andai a sedermi accanto a lei e la strinsi
fra le braccia. L'avevo visto e l'avrei visto altre volte. Una conversazione a
tarda notte sugli attentati dell'11 marzo ai treni di Madrid, avvenuti pi o
meno cinque mesi prima, aveva scatenato l'attacco a cui probabilmente si
riferiva ora, che fino a quel momento restava l'unico a cui avessi assistito.
Bench Aura non si trovasse n a Madrid n nelle sue vicinanze il giorno
delle bombe, la crisi di pianto e tremore per quella strage non mi era parsa
troppo melodrammatica; anzi, mi era sembrata quasi magica, l'empatia
chiaroveggente di un Ges bambino, e ricordo di aver pensato che almeno
una volta ogni tanto chiunque avrebbe dovuto reagire cos davanti agli
orrendi crimini del mondo. La volta dopo, tuttavia, eravamo a Brooklyn
in una fredda sera d'inverno, a casa a vedere in DVD il film sulla cattura di
Abimael Guzmn, capo del gruppo terrorista Sendero Luminoso. All'inizio
del film Guzmn sta ancora seminando morte dal suo buio nascondiglio,
e c' un primo piano del suo volto cereo, il sogghigno sinistro e un bagliore
da serpe negli occhi freddi, e tutto questo aveva scatenato in Aura il terrore.
Si era allontanata dal televisore e rintanata in un angolo del letto, le
braccia sopra la testa, un momento dopo piangeva e tremava violentemente.
Non importava che stessimo semplicemente guardando un attore: era come
se la ferocia di Guzmn, la sua indifferenza per il dolore che aveva inflitto
e addirittura la soddisfazione che ne traeva - in altre parole, il male per
il male - fosse filtrata in camera nostra da una crepa dello schermo. Quella
sera Aura fu travolta dal terrore al punto che io mi spaventai pensando a
quanto peggio sarebbe potuta andare se non fossi stato l a stringerla e rassicurarla.
Quegli attacchi, anche se si verificarono pochissime volte durante
i nostri quattro anni insieme, erano come i flashback che fanno uscire di
senno i reduci di guerra.
Da quando Aura  morta  come se io avessi ereditato, ma solo un pochino,
quel modo di sentirmi talvolta in sintonia con qualcosa di terribile
nel mondo esterno. Di solito non tremo n piango come faceva lei, ma di
certo esco abbastanza di testa. Un pomeriggio, a Citt del Messico, visitai
una mostra commemorativa per il quarantesimo anniversario del massacro
studentesco di Tlatelolco, e dopo andai sulla piazza dove erano avvenuti
i fatti, qualche isolato pi in l. Da un lato del catino di cemento si erge un
condominio malandato, parente architettonico della Torre Terribile bench
dotato di meno piani; dal lato opposto la piazza  delimitata da un sito archeologico,
le rovine di Tlatelolco dove, a quanto pare, dopo una battaglia
i conquistatori spagnoli lasciarono circa quarantamila guerrieri indigeni
massacrati a decomporsi nei canali circostanti e tra le macerie dei cannoneggiamenti.
Nel pomeriggio del massacro del '68 i militari avevano attraversato
furtivamente l'area archeologica per prendere posizione ai margini,
e da l avevano sparato sulla gente riunita in piazza, soprattutto studenti
che protestavano, ma anche bambini del quartiere e altri passanti. Il pomeriggio
in cui io mi misi a guardare dalla stessa posizione scelta dai soldati,
la piazza era quasi vuota, solo cartacce e qualche bambino che giocava,
ed era molto silenziosa, come se tutti gli abitanti del palazzo fossero ammutoliti
all'unisono e avessero spento radio e televisori per sentire meglio
ci che stava per succedere. La pavimentazione della piazza era grigio scuro,
il cielo di un grigio pi chiaro, l'aria tiepida e sudaticcia dava l'impressione
di respirare e le basse nuvole piovose sembravano fantasmi di soldati
che tornavano a prendere la posizione omicida. C'era un gioco di campana
tutto sghembo disegnato a terra col gesso, e anche quello aveva un'aria
sinistra, come se nascondesse una botola segreta. Pensai ad Aura, e a come
sarebbe stato facile per lei trovare l ci che la terrorizzava. Si percepiva la
morte nascosta nell'ombra, nella luce, che respirava l'aria e sospingeva cartacce
randagie per la piazza. La morte come entit pi forte della vita, pronta
a esplodere dall'aria con un grido spettrale o ad abbattersi in silenzio sui
bambini che giocavano nella piazza, o sull'intero mondo.
Forse ci che provai quel giorno fu una versione pi tranquilla del terrore
di cui Aura mi aveva parlato al ristorante giapponese. Quella conversazione
mi aveva fornito un nuovo scorcio di quanto era profondo il legame
tra lei e sua madre: un oggetto affidato al caveau di una banca dodici piani
sotto terra, di cui solo loro sapevano la combinazione. Non era forse una
mia responsabilit, sentire un po' di quanto Aura provava per la madre,
quel misto di pena, soggezione e rispetto riconoscente? E infatti l'ho sentito,
almeno in parte. Per me quel livello di intimit e fiducia era una novit,
con tutti i suoi requisiti: un allargamento dell'attenzione e un simultaneo
restringimento del campo per riuscire ad assimilare quanto pi potevo, tra
passato e presente, intorno alla vita di Aura; per provare a capire almeno
ci che lei mi avrebbe permesso di capire; per riuscire a prevedere e proteggere,
per essere sempre pronto. L'amore per me era una novit, che ci si
creda o no. Come ero giunto abbondantemente oltre la quarantina senza
averlo mai scoperto n imparato? E in seguito, poco pi di un anno dopo
la morte di Aura, ero gi in panico all'idea che stavo perdendo, o avevo gi
perso, la capacit di tenere a qualcuno in quel modo.
...
.
...
Capitolo 9.
...
.
...
Di Aura, Juanita aveva le ceneri e io avevo i diari. Lei si teneva le ceneri per
s, io mi tenevo i diari per me. Di rado mi arrischiavo a portarli fuori di
casa, e trascorrevo giornate intere alla scrivania chino su quei fogli, a ricopiarne
frasi e passaggi. I diari infantili talvolta disorientavano, perch con
il tipo d'amore che suscitavano io non avevo dimestichezza, somigliava pi
all'affetto di un genitore. O forse era una mia idea. Non essendo mai stato
genitore, come faccio a sapere quel che sa o prova un genitore?
Ricopiavo frasi come questa, registrata da Aura nel suo diario:
Ci chiamano los bichitos!
Probabilmente  il primo diario che abbia mai tenuto, questo dalla copertina
in plastica azzurra con sopra la pastorella Bo Peep completa di agnellini.
Bichitos era il soprannome dato da to Leopoldo alla nidiata di bambini
in pigiama - i suoi tre, Aura e la nuova arrivata - che gli ruzzavano tra le
mura del giardino. Me lo figuravo intento a osservarli con in mano un bicchiere
di scotch e soda avvolto in un tovagliolo, baffi e pizzetto a incorniciargli
le sottili labbra dall'aria acerba, l'espressione paternamente severa e
perplessa insieme. Perch il nomignolo sembra rallegrare tanto la seienne
Aura? Perch era buffo che uno, con il viso tanto serio, chiamasse i propri
figli e la nipotina bestioline. E poi le piaceva sentirsi inclusa tra i cugini. Lei
e la madre abitavano da quasi un anno nella Torre Terribile, e to Leopoldo
non lontano, a Coyoacn, con la moglie, i figli e la domestica in una dimora
coloniale ristrutturata di stucco giallo e nere pietre laviche. A quei tempi
Aura passava molto tempo con i cugini. In seguito, dopo che Leopoldo e
la moglie divorziarono e i figli andarono a vivere con la madre e il ricchissimo
neomarito, praticamente non li vide pi. (Non vennero nemmeno al
nostro matrimonio, e uno solo venne al funerale.)
Quella sera in giardino cera una bambina nuova, Katia, alta e graziosa.
Si teneva in disparte come se non sapesse giocare a
rincorrersi finch Rafa, il cugino di Aura, non la trascin
nel bel mezzo del gioco tirandola per
le mani e da quel momento in poi non ce ne fu pi per nessuno; schizzava
qua e l per tutto il prato come un cerbiatto sbigottito. Il padre di Katia era
Rodrigo, uomo alto e vigoroso dalla postura eretta, con capelli neri lunghi
fino alle spalle e acuti occhi a mandorla. La pelle ramata era pi scura
di quella della figlia; la pelle di Juanita era pi chiara di quella della figlia.
Juanita e Rodrigo vennero in giardino per dare la buonanotte, poi uscirono
insieme diretti altrove, e poco dopo le bestioline furono messe a letto. Il
mattino seguente dopo colazione, mentre guardavano la tiv, Aura aspettava
nervosamente il rientro della madre e Katia aspettava il padre. Alla fine
i due tornarono, verso mezzogiorno:
Mamma e Rodrigo avevano gli stessi vestiti di ieri sera!
annot Aura sul diario. Poco tempo dopo Rodrigo e Katia si trasferirono
nel gi piccolo appartamento della Torre Terribile con Juanita e Aura. Di l
in poi Aura doveva chiamare Rodrigo Pap, Katia doveva chiamare Juanita
Mamma, e Aura e Katia dovevano essere sorelle. Ma chi era la madre di Katia,
e dov'era? Si chiamava Yolanda e abitava a Orlando, in Florida, vicino
a Disney World. Senza alcun preavviso, Yolanda era scappata dal marito e
dalla figlia; pareva non c'entrasse un altro uomo. Perch lo aveva fatto? Perch
aveva un sogno da inseguire: e il suo sogno era rifarsi una vita a Orlando,
negli Stati Uniti. Nel corso dell'infanzia Katia and a trovare la mamma
in Florida giusto tre o quattro volte, nelle vacanze scolastiche, e col passare
del tempo i contatti si fecero sempre pi sporadici fino a cessare del tutto,
neanche una telefonata per il compleanno. Yolanda aveva trovato lavoro
come direttrice di sala in un ristorante di Orlando, e l aveva cominciato
a istruirsi da autodidatta nel settore della ristorazione di fascia alta.
Alla fine divenne, chi lo avrebbe detto, una sommelier; e naturalmente anche
una cittadina americana. Loro lo sapevano perch la rivista Good Life Orlando
aveva pubblicato un articolo su di lei, che lei poi aveva inviato ad alcuni
parenti di Rodrigo a McAllen, in Texas. La sua vita privata rimase un
mistero per quelli che si era lasciata alle spalle. Nel pezzo non si faceva alcun
cenno a un marito, passato o presente.
Rodrigo e Yolanda erano tutti e due di Culiacn, cittadina del rovente,
arido e irregolare Nord. Lui era venuto a Citt del Messico per studiare
all'universit, dove aveva preso una laurea in sociologia ed era stato una
stella della squadra di baseball, come lanciatore e come esterno. E bench
fosse un atleta rigoroso, la vita universitaria e l'epoca lo trasformarono in
un hippy simpatizzante dei movimenti politici di sinistra, manifestante,
contestatore e veemente polemista. Giur di abbracciare una carriera in
cui poter cambiare le esistenze dei poveri. Ma poco dopo la laurea si trov
con una moglie e una bimba da mantenere e and a lavorare nell'impresa
edile dello zio. Nel giro di pochi anni smise di dover mantenere la moglie,
ma gli restava la figlia.
La sua bimba flessuosa, che aveva i serici capelli castani, i luminosi occhi
nocciola e la carnagione pallida dalle guance rosee della madre, sarebbe
sempre stata, in qualunque scuola andasse, la pi carina della classe, la
pi cortese e beneducata, la pi popolare tra i popolari, con il miglior metodo
di studio e le pagelle praticamente perfette. Anche Aura, di due anni
pi giovane della nuova sorellastra, era una brava scolara, sebbene non altrettanto
disciplinata e lineare nei voti, e per quanto la sua condotta fosse
spesso allegramente birichina, ogni tanto era anche bizzarra e turbolenta.
Per esempio l'anno che Juanita venne convocata diverse volte al liceo
Kensington dalla preside, Miss Becky, perch Aura era stata sorpresa a rubare
roba, tutti i giorni, dalle cartelle e dagli zainetti delle compagne: una
matita portamine dell'Uomo Ragno, un borsellino di Hello Kitty, un righello
di Wonder Woman e cos via, e sembrava che nessun avvertimento
o pubblico castigo potesse mettere fine ai suoi furti. Quell'anno Juanita
e Rodrigo le avevano promesso che se si fosse comportata bene a scuola,
come premio sarebbe potuta partire insieme a Katia per trascorrere una
parte dell'estate a casa di Yolanda a Orlando, vicino a Disney World. Aura
era ormai sul punto di essere espulsa, quando sua madre cap finalmente
che la figlia desiderava tutto, tranne che ritrovarsi a
Orlando con la sorellastra e la sommelier. Quando infine
ritir la promessa, la frenesia criminale
di Aura cess.
Presto Rodrigo trov l'impiego che avrebbe poi conservato per un quarto
di secolo, come minimo, in una societ di consulenza che affiancava le
amministrazioni locali in tutto il Messico nello sviluppo di progetti di edilizia
popolare. Non si sarebbe mai avvicinato pi di cos al lavoro dei suoi
sogni, e girava l'intero paese per incontrare funzionari, commissioni edilizie,
portavoce di comunit e simili; ne ascoltava le idee e dispensava loro
consigli. La societ metteva in contatto le amministrazioni con gli imprenditori
privati, riscuotendo da questi ultimi una commissione quando si firmava
un contratto. Rodrigo non aveva molto a che fare con i costruttori:
si limitava a consegnare relazioni e pareri al suo capo, titolare unico della
societ. Il capo, che era anche il suo ex docente di urbanistica, con le intermediazioni
tra comuni e impresari edili divenne molto ricco. Mentre
Rodrigo, che per lavoro andava su e gi per il Messico anche cinque giorni
la settimana, cosa che non sembrava dispiacergli, guadagnava pochissimo.
Juanita invece, da segretaria del preside della facolt di Psicologia, assistente
di ricerca part-time e bibliotecaria una sera la settimana, rispetto
a lui guadagnava pi del doppio. Sald da sola la caparra per la casa nuova
nel complesso residenziale di Copilco, un bel passo avanti rispetto alla
Torre Terribile. C'era una camera per Rodrigo e Juanita, e le bambine ne
dividevano un'altra poco pi piccola all'altro capo del corridoio. Poi c'erano
due bagni, un cucinino e un vano centrale che faceva da soggiorno
e sala da pranzo. Al parcheggio cinto da mura si accedeva tramite un ingresso
con cancello e guardiola che rientrava appena dal viale principale.
L le bambine potevano giocare all'aperto, andare in bici e schettinare
nel parcheggio; nessuna tromba delle scale da temere, nessun pericolo nel
percorso tra casa e macchina. Nel comprensorio c'era un'amichetta a cui
i genitori permettevano addirittura di portare la spazzatura al cassonetto
di sera:
mentre a me la mamma non mi lascia mai,
scrisse Aura sul diario. A Citt del Messico quelli erano gli anni della crisi
da inquinamento, quando i bambini venivano spesso tenuti a casa da scuola
perch all'aperto l'aria era tanto velenosa da essere irrespirabile, e dal
cielo precipitavano gli uccelli asfissiati. Uno atterr proprio davanti alla bicicletta
di Aura, morto, una volta che lei pedalava in tondo nel parcheggio.
Aura e Katia possedevano, o sembravano decisissime a sviluppare, personalit
del tutto opposte. Se in cameretta la parte riservata a una era sempre
un modello di nitore, quella dell'altra - indovinate quale - era una
baraonda. Katia era di carattere mite, talvolta impudente e all'apparenza
sicura di s, non piangeva e non perdeva mai il controllo, ma dal punto
di vista emotivo era anche una ragazzina chiusa, e molto brava a escludere
tutti e tutto quanto la circondava. Mentre Aura era decisamente un tipo
da altissime lagne, chiacchiere da pagliaccia, rispostacce e scenate. Katia
era esigente fin da piccola in fatto di abbigliamento, e bench in casa non
ci fosse molto da spendere sapeva come aiutare la matrigna a vestirla sempre
in modo da farla risultare tra le pi eleganti della scuola. Aura invece
preferiva i jeans, i pantaloni di velluto a coste con l'elastico in vita, le felpe
smollate e le salopette, e adorava le scarpe da ginnastica coloratissime,
gli stivali da pioggia e le infradito di gomma, i cappelli eccentrici e gli occhialoni
da sole. La sorellastra pi grande non rompeva mai nessun gioco.
La pi giovane, ci si poteva contare, rompeva i propri e quelli della sorellastra.
A Katia piacevano le Barbie, e anche Aura apprezzava le bambole,
ma pure i Transformers, i Power Rangers, le Tartarughe Ninja, le costruzioni
Robotix, i videogame eccetera eccetera. A tutte e due piacevano i libri,
ma ad Aura di pi:
Ho letto un libro in inglese, Piccole donne, e l'ho capito benissimo,
annot sul diario a nove anni; qualche pagina dopo, si rimproverava da sola
perch spesso preferiva i fumetti - Mafalda, Betty & Veronica,
La Familia Burrn - ai libri veri. Katia eccelleva negli sport di squadra; ad Aura
piaceva andare in bicicletta e sui pattini a rotelle. Le due ragazzine vennero
iscritte insieme a danza classica. All'inizio si pensava che Katia fosse un talento
naturale, ma lei perse presto ogni interesse, annoiata dalla monotonia
di lezioni e prove; nel tempo libero preferiva stare con le amiche. Aura invece,
pur non avendo un fisico da ballerina classica come Katia, con sorpresa
di tutti si appassion alla disciplina e continu a praticarla per anni, arrivando
a fare la solista nei saggi della scuola e l'assistente di insegnamento
alle principianti, prestigioso incarico a lungo sospirato. Si parl addirittura
di mandarla a Cuba per studiare nella famosissima scuola di Alicia Alonso.
Al suo diario Aura confid che avrebbe voluto non dover dividere la stanza
con Katia per trasformarla in un atelier di danza, completo di sbarra e
specchio a tutta altezza.
Con Rodrigo che durante la settimana non cera quasi mai, toccava a
Juanita mandare a scuola le bambine la mattina, portarle dal dottore, dal
dentista e alla fine anche dallo strizzacervelli, a danza e a catechismo, alle
festicciole di compleanno, dagli scout, a ripetizione di francese e matematica,
al campo estivo dei Massoni, e tutto il resto. Abitare a pochi passi dall'universit
era un grosso vantaggio. E poi adesso cerano anche tante sue care
amiche di Guanajuato, le tas, l a dare una mano, essendosi trasferite nella
capitale una dopo l'altra, in fuga da rapporti e matrimoni falliti, pure loro
con i bambini al seguito. Juanita assunse anche una domestica, Ursula,
che arrivava la mattina dalle periferie e se ne andava alle quattro del pomeriggio
in vista del lungo ritorno a casa per la cena del marito e dei figli.
Mia madre era di fatto una madre single che ha tirato su Katia come se
fosse figlia sua, diceva sempre Aura. Anzi, semmai la trattava meglio di me.
Lei era Miss Perfettina e io quella piena di problemi.  sempre stato importante
per Rodrigo pensare che Katia fosse quella a posto, quella meno
rovinata e pi felice. Tanto lui la difendeva comunque. E a quell'epoca, soprattutto
perch temeva di venire piantata un'altra volta, mia madre faceva
tutto quello che voleva lui.
Aura parlava sempre di tutto il tempo che da bambina aveva passato da
sola. Sua madre spesso non rientrava dal lavoro che alle nove o alle dieci di
sera. Dopo la scuola, a Katia piaceva stare con le amiche, e di solito veniva
invitata a giocare a casa loro, fuori dal comprensorio di Copilco; in queste
occasioni non portava mai la sorellina con s, e di rado portava le sue amiche
a Copilco: una delle poche volte in cui lo fece fu anche l'ultima. Entrata
in cucina per vedere se c'era qualcosa da servire come merenda alle
amiche, Katia trov nel freezer un vassoio di cubetti di ghiaccio verdi, preparati,
credeva lei, con gelatina al lime o polverina aromatizzata Kool-Aid.
I cubetti li aveva fatti la sorella, ma il colore verde si doveva al lisoformio.
Aura adorava il profumo dei detersivi liquidi e aveva scoperto che, mescolati
con un po' d'acqua e congelati nei vassoietti per il ghiaccio, assumevano
una nota odorosa particolarmente rinfrescante: ti portavi il vassoietto
davanti alla faccia, sfioravi il ghiaccio con la punta del
naso - il che gi dava una bella sensazione, come lei stessa
mostr ventanni dopo a suo marito
nella loro cucina di Brooklyn, servendosi tuttavia solo di ghiaccio normale -
e inspiravi forte: mmmmm, che bel brividino brusco su per le narici! Aura
soffriva gi di sinusiti allergiche, aggravate dall'inquinamento cittadino.
Pi tardi, a tredici anni, nella fase ribelle in cui fumava talmente tanto che
a scuola l'avevano soprannominata la pipa, avrebbe subito un intervento
chirurgico ai seni nasali. Insomma, Katia offr a tutte le sue amiche un cubetto
di ghiaccio verde avvolto in un tovagliolino di carta. Ne diede uno
anche ad Aura, che se lo port al naso, inspir e poi si guard attorno per
vedere se anche le altre si stavano godendo il loro bel lisoformio gelato. Invece
vide la sorella e le sue amiche, con la rosea punta della lingua in fuori,
intente a leccarlo; e pi tardi non fu in grado di spiegare perch non le aveva
avvisate. Non le era proprio passato per la mente che fossero cos stupide
da mettersi a leccare i cubetti di lisoformio.
Diabla idiota!, strill Katia, hai avvelenato le mie amiche! Le ragazzine
in preda al panico urlavano, Chiamate l'ambulanza! Aura spalanc la bocca.
Scherzavano, vero? Alcune, fra singhiozzi e conati, telefonarono ai genitori.
Tu finisci in galera per il resto della vita!, url ancora Katia. Aura si
chiuse in bagno a strillare anche lei, in preda alla vergogna e a un confuso
terrore. Scene isteriche a parte, per, nessuna si era sentita male e nemmeno
aveva vomitato; tutte avevano buttato per terra i cubetti dopo due leccatine.
Poi doveva esser stato arduo per Juanita non farsi travolgere dalla
compassione per la figlia, che tuttavia andava punita. Niente bici per due
settimane! Ad alcune ragazzine fu proibito per sempre dai genitori di tornare
a casa di Katia: reazione crudelmente sproporzionata, che le caus un
profondissimo imbarazzo a scuola.
Rischiavo di tornare a casa e trovarmi sei bambine morte sul pavimento!,
si lament poi Juanita al telefono con Mamma Violeta, sua madre. Il suo
timore era che Aura faticasse a distinguere la realt dalla fantasia perch
passava troppo tempo da sola in casa. Lei per doveva lavorare fino a tardi,
per guadagnare i soldi che servivano a far studiare tutte e due le bambine.
Cos'altro poteva fare?
Perch Aura potesse avere un po' di compagnia nel pomeriggio, Rodrigo e
Juanita le comprarono al mercato un cucciolo di Scottish Terrier. Lei impazz
di felicit, ma la salute del piccolo scottie peggior molto rapidamente
e il cucciolo mor nel giro di una settimana. Sua madre ci prov, a spiegarle
che non era colpa sua, e che il venditore al mercato aveva venduto loro di
proposito un cane gi mortalmente ammalato.
Nei racconti incompiuti e nei frammenti che trovai in seguito sul computer
di Aura, le voci narranti di ragazzine sono sempre tormentate da sorellastre
pi grandi:
 colpa tua se la domestica se n' andata.
Non  vero risposi con veemenza, urlando quasi.
 colpa tua se oggi il mio pap non ci ha portato a scuola in macchina
continu lei.
Mandai gi la saliva e ripetei la mia risposta senza convinzione.
Passarono circa due anni, nel corso dei quali Juanita e Rodrigo si sposarono.
Sul diario Aura annotava:
Ho tutto, perfino un diario, e l'affetto dei miei genitori.
Ho dieci anni, e mia sorella  sempre impegnata. Ecco, mi piace scrivere storie,
e ne ho mandata una al quotidiano, La Jornada.
La mia mamma ha fatto una lezione all'universit, era padrisima, sono proprio
contenta!
Mi sono appena vestita e sono gi stufa, Mamma  tremenda, non so che cosa
le succede ma la verit  che non mi sta molto simpatica, anzi diciamo
il contrario,  solo che non riusciamo ad andare d'accordo, qualunque cosa
dico si arrabbia, gi quando non ho neanche cominciato a dire una frase.
Ma magari sono solo di malumore cos adesso vado fuori a schettinare.
 successo qualcosa,  strano, non c' pi niente come prima. Pap  sempre
via e quando poi lo vedo, il fine settimana, c' qualcosa che non va.
Mi sa che mi serve un altro tipo di amico. Mi piacerebbe un'amicizia piena
d'amore, che stiamo sempre a dirci quanto ci vogliamo bene, parliamo
a gesti, formiamo una grande squadra, ma finora quel tipo di amico non
l'ho trovato.
Oggi  stato uguale agli altri giorni. Non mi sono annoiata ma non mi sono
neanche divertita. Per nel pomeriggio andiamo da Perisur a comprare
un costume da bagno per Katia.
Sono andata a mangiare e siccome non sopporto mangiare con Katia sono
andata in cucina con Ursula. Lei aveva finito ma io le ho promesso che
mangiavo in fretta e in silenzio, poi mi sono seduta con lei e ho preso il t
con una brioscina e le ho detto delle parole in inglese e le ho spiegato cosa
volevano dire.
Crdenas ha preso diversi voti compresi quelli di mia mamma e mio pap e
io sto con loro. Siamo andati fuori dal palazzo del Parlamento per sostenere
il nostro partito. Quelli del Pan(*) facevano casino ma noi abbiamo fatto solo
la V di vittoria con le mani e ogni volta che usciva qualcuno del Pri per parlare
gli voltavamo tutti le spalle. La mamma conosceva uno del Pri e quando
 arrivato ha cominciato a insultarlo. Io reggevo un cartello che diceva
NO
AL FRAUDE
Oggi sono stata felice e ho imparato che solo perch una mamma non pu
stare con la figlia tutto il tempo, questo non la rende una mamma cattiva,
non  la quantit di tempo che conta.
Indosso un reggiseno!
Caro diario,
di certo ti chiedi perch ti scrivo. Di nuovo problemi con tua madre, o ti
senti sola? No, oggi non  cos, avevo solo voglia di scrivere. Ti dir tutto
quello che  successo...
La sera siamo andati al disco-pattinaggio. C'era una pista
grande e una piccola, tutte illuminate. Noi abbiamo pattinato in quella grande; c'era un povero
mongolotito che ci seguiva, ma lo hanno mandato via.
Ho conosciuto un istruttore.
Non so perch Frida si  arrabbiata con me.
Mi sembra di essere una pulce, nessuno fa caso a me, mi viene da piangere.
Sentirmi una pulce  troppo umiliante e troppo doloroso per me. Mi basta
sentire quella risatina della mia perfettissima sorella che riceve solo elogi,
congratulazioni e affetto e mi sembra che mi buttino il cuore nella spazzatura.
Ma mi sa che la vita va cos e basta, alcuni sono superiori ad altri.
Giocato come una matta con l'Atari, risistemato la casa di Barbie, guardato
la tiv, letto, apparecchiato la tavola.
Iniziare la secundaria [scuola media]  stato incredibile. La cosa peggiore sono
i miei rapporti con mia madre. Non la sopporto pi perch se lei non ha
nessun interesse per le mie cose, perch io devo essere interessata alle sue?
Consigli per non essere come la mia maldita perra madre:
1. Non scoraggiate i figli.
2. Non urlategli dietro.
3. Fate in modo che passino solo giorni meravigliosi e non scoprano mai
cos' la noia.
Sono una pendeja totale. Non sto mai attenta a niente e sono stufa di me, mi
odio. Vorrei qualcuno a cui poterlo dire, qualcuno da abbracciare, molto e
molto stretto. Ma mi guardo in giro, e non trovo nessuno.
Caro diario,
Mamma non c', sono sola a casa quindi posso fare quello che voglio, mia madre
mi ha proibito di uscire ma chi se ne frega esco lo stesso, con quel tipo
che ha la moto, la verit  che corre troppo.
Vado con lui, lui mi molla nel posto sbagliato e io ho fame cos entro in un
negozio e m'infilo delle barrette di cioccolato in tasca ma il commesso mi vede
e io corro fuori per strada ma quello mi piglia per la spalla e si riprende le
barrette, la prossima volta che rubo sar meglio che prenda pi precauzioni.
Poi sono andata a quel mercato orribile e ci ho trovato Luis che mi ha dato
il whiskey, all'inizio era veramente forte ma poi mi sono abituata. Verso le
10,40 ho deciso di tornare a casa appena in tempo per ingannare mia madre.
A colazione abbiamo mangiato uova ma io non avevo fame, il whiskey era
pi che abbastanza. Poi ho dovuto accompagnare mia madre al lavoro e mentre
lei pensa che stia qui seduta a uno dei tavoli, io invece vado gi al primo
piano, alla macchinetta delle lattine, la trovo e con attenzione, senza farmi
vedere da nessuno, le mollo una botta e mi prendo una coca. Mmmh, che
bont. Poi torno di sopra e mia madre non sa niente di quel che ho fatto oggi.
Forse Aura sospettava che la madre le sbirciasse il diario, oppure quest'ultima
annotazione  del tutto fantasiosa. Comunque, in quel periodo Aura
aveva preso ad andarsene in giro con i ragazzi pi grandi del comprensorio
di Copilco, e alcune storie che raccont a me non erano poi cos diverse
da quella, perci chiss?
Io e Juanita non abbiamo mai avuto la possibilit di sederci a discutere su
come dividerci gli effetti personali di Aura; non ci siamo neanche mai avvicinati
a una conversazione del genere. Io le avrei dato quasi tutto quello
che voleva, i diari infantili di sicuro. Mi chiam in effetti una sua cugina,
per dirmi che Juanita voleva il computer di Aura, ma dissi no, non solo perch
glielo avevo regalato io, ma perch molto di quello che ci stava dentro
era di tutti e due, o faceva parte del nostro rapporto: le foto, la musica, il sito
web del nostro matrimonio, i testi a cui avevamo lavorato insieme, e tutti
gli scritti di Aura, tutto salvato l. Portai invece il computer da un tecnico
e lo pagai per copiarmi su CD l'intero contenuto del disco fisso di Aura meno,
su consiglio di un avvocato, le sue caselle di posta elettronica. Ma circa
un mese dopo la morte di Aura, ricevetti un'e-mail dal legale di Juanita
- un avvocato dell'universit, collega di Leopoldo - che mi dava due giorni
per liberare l'appartamento di Escandn dove io e Aura avevamo abitato.
Anzi, l'e-mail non era neanche indirizzata a me, bens a un mio amico
che era venuto al matrimonio e anche al funerale, un avvocato di New York,
che a quanto pareva Juanita e il suo legale si erano convinti fosse il mio avvocato,
e non era cos, anche se poi lui mi aiut a trovarne uno in Messico.
Probabilmente non avevano alcun titolo legale per sfrattare me, il povero
vedovo, cos all'improvviso, anche se tecnicamente la casa era di Juanita,
ma io non avevo n la voglia n la forza di oppormi. Non che avessi paura
di quel che potevano farmi. Scappai dalla necessit di affrontare tutto il peso
del loro odio e biasimo per me. Dall'appartamento portai via tutto: cosa
che di certo sorprese Juanita. Probabilmente si aspettava che ci avrei lasciato
gran parte della roba di Aura, compreso il vecchio baule marinaro dove
lei conservava i diari d'infanzia, i vecchi compiti di scuola eccetera. Portai
con me a Brooklyn anche i CD-rom con i file del computer.
Un oggetto che invece lasciai l era una copia della raccolta di aforismi
politici di Leopoldo, con dedica per Aura. Posai il libro sul pavimento,
aperto a costola in su, ci saltai sopra lasciandoci l'impronta del piede, e
poi lo buttai con un calcio su un mucchio di spazzatura. Lasciai dov'erano
anche i mobili pi dozzinali, compreso il tavolo da pranzo in pino preso al
mercato dei falegnami di Tlalpan, con sopra le vecchie carte scolastiche e
le vecchie foto di famiglia di Aura ben impilate; poi una busta nella quale
avevo messo il braccialetto d'argento a ciondoli che era stato di Juanita
bambina, con inciso juanita sulla targhetta, insieme a un bigliettino in cui
spiegavo che Aura lo indossava l'ultimo giorno nell'oceano.
Ho uno zio che sicuramente ti odier, mi disse Aura poco dopo che avevamo
iniziato a frequentarci. E tu odierai lui.
Ma Leopoldo io non lo odiavo. Era uno dei pochi parenti di Aura, lei
gli voleva bene, e a quanto pareva lui ne voleva a lei, perci facevo del mio
meglio per andarci d'accordo. E comunque era spiritoso. Gli piaceva parlare
per massime; una volta che eravamo in un ristorante, guardando una
coppia di anziani che faceva una bisbetica piazzata tutta gesti a una cameriera,
nel medesimo tono lieve e asciutto che di certo aveva usato quando
incantava la seienne Aura chiamando lei e i suoi cugini bestioline, aveva
osservato: Los viejitos slo deben salir para ser amables, i vecchi dovrebbero
uscire solo per essere gentili.
Ma era anche un uomo presuntuoso, superbo e vanesio che sapeva perfettamente
di fare quest'effetto e, almeno in qualche occasione, pareva divertito
all'idea che il prossimo si domandasse se era davvero tanto odioso
o se si trattava solo di una perversa esibizione. Come aveva fatto con Juanita,
Mamma Violeta lo aveva spedito fuori casa molto giovane, ma nel suo caso
in un collegio militare a Tabasco, dove, essendo un ragazzo intelligente,
sensibile e solo, Leopoldo aveva patito orrori. Dalla ferita
bruciante di quegli anni venivano la sua rigida postura diritta, il formalismo antiquato, e la
generica misantropia e ostilit.
Non avevo mai veramente compreso che mi odiasse finch, al funerale
di Aura, lo sorpresi a fissarmi. Io piangevo, gli amici mi si accalcavano intorno,
sembrava che non potessi salutare nessuno o ricevere un abbraccio
senza crollare. Girai la testa e colsi Leopoldo che mi indirizzava un sguardo
di gelido odio: ricordo di aver pensato, Ma che ha?, e per di averlo rapidamente
liquidato, mi sembrava assolutamente normale che tutti si comportassero
in modi assurdi. Presto per compresi meglio quello sguardo. Non
conteneva solo l'odio: c'era anche l'indagine minuziosa, il freddo riflesso
del sospetto nascente e della logica. Mi fissava come se lui fosse il giudice
Porfirij Petrovic, e io Raskol'nikov.
...
.
...
Capitolo 10.
...
.
...
Il primo inverno della morte di Aura mi era venuta la fissa di non perdere
guanti, berretto e sciarpa. Da che mi avevano caricato della responsabilit
di tenere da conto guanti, berretto e sciarpa all'asilo, probabilmente non
avevo pi passato un inverno senza perdermeli tutti. E Aura era uguale, se
non peggio. Ci sar stata una dozzina di guanti spaiati, miei e suoi, sparsi
nella grande cabina armadio come uccelli scompagnati in una desolata
voliera. Almeno una volta nel corso dell'inverno Aura s'innamorava di un
berretto nuovo, essendo i cappelli invernali per lei una novit, e lo indossava
ovunque, anche se non faceva freddo, e mentre mi sdilinquivo a dirle
quant'era carina e andavo a coprirle di baci le guance arrossate dal freddo
pensavo, Perder anche questo,  solo questione di tempo, e non mi sono
mai sbagliato. Infatti una mattina mi ritrovavo l, a tentare di ricostruire il
percorso della sera precedente, a chiamare ogni bar e ristorante dov'eravamo
stati, e a descrivere, spesso in spagnolo a quelli delle pulizie o a un inserviente
di cucina, il cappello che Aura forse aveva dimenticato nel locale.
Insomma, dovunque andassi, quel primo inverno senza Aura, non facevo
che tastarmi il giaccone di piumino per assicurarmi che i guanti fossero al
loro posto e le lampo delle tasche ben chiuse, e non dimenticavo mai quel
gesto, per quanto ubriaco fossi. Se mi accorgevo che la cerniera di una tasca
era aperta con il guanto dentro, oppure ne vedevo spuntare un pezzetto
o un dito, spalancavo la bocca e mi stramaledicevo e richiudevo subito,
autoaccusandomi con tanto e tale trasporto da suscitare sguardi incuriositi
e allarmati per strada, in metropolitana o dal tavolo accanto. Mi amor, ti
prometto che questi guanti non li perdo, sussurravo, quasi fossero i suoi e
lei contasse su di me per riaverli. E in tutto quell'inverno, per la prima volta
da che ne ho memoria, non li persi. N guanti, n berretto. Persi per la
sciarpa in una lunga notte etilica di gennaio, a Berlino, dove trascorsi tre
settimane di quel primo inverno senza Aura in fuga da Brooklyn per le vacanze,
e mi rifiutai di comprarne un'altra, malgrado il freddo di quella citt
sembri arrivare dritto dai campi di battaglia della steppa russa ricoperti
di cadaveri congelati. Di rientro a Brooklyn circa una settimana pi tardi
presi invece a mettermi una sciarpa di Aura, una pashmina nera con un
motivo bianco ricamato a fili d'argento. Che bella sciarpa, oppure, Carina
quella sciarpa, mi dicevano, e io rispondevo,  di Aura, e loro, le donne soprattutto,
talvolta replicavano, S, l'avevo immaginato, oppure mi davano
una pacca sulla spalla. E quella era la sciarpa che ora mi riannodavo al collo,
nel prepararmi al secondo inverno senza Aura.
Stavolta non arrivai neppure a met dicembre prima di infilare una sera
le mani in tasca uscendo dalla metropolitana e accorgermi di aver perso
un guanto. Poi trovai nell'armadio un vecchio guanto sinistro spaiato, e
quando persi anche quello, non feci una piega. Ma ero ancora deciso a non
perdere il cappello: un berretto da aviatore in panno grigio con i paraorecchi
foderati di pelo sintetico. Ero con Aura quando l'avevo comprato per
dieci dollari a Chinatown nel nostro ultimo inverno.
Aura aveva abitato nell'appartamento di Copilco da quando aveva circa sei
anni a quando se nera andata all'Universit del Texas. Tornata dalla Brown
and a vivere per qualche mese nel nuovo appartamento di sua madre in
un palazzone; poi torn per conto suo a Copilco, nella casa che la madre
non aveva ancora venduto. A Copilco passammo la nostra prima notte insieme,
io e Aura. Moltissimi momenti cruciali della sua vita ebbero come
teatro quella casa. Quando lei aveva undici anni arriv da Taxco sua nonna,
Mamma Violeta, per quella che doveva essere una visita di un mese, forse
anche un po' di pi; si era anche ventilata l'ipotesi che Mamma Violeta si
trasferisse da loro. Ma nel giro di pochissimi giorni ci fu una lite, captata da
Aura in camera sua, con la nonna che prendeva la mamma a insulti veramente
orribili e la mamma indignata che urlando ordinava a Mamma Violeta
di andarsene. E Mamma Violeta se ne and davvero, e non si limit a uscire
sbattendo la porta e mettersi a vagare nel parcheggio e calmarsi, per poi
tornare indietro in lacrime a scusarsi con la figlia per le cose tremende che
aveva detto e viceversa, come Aura si aspettava; fece proprio la valigia, se
ne and e di l in poi non parl mai pi con la figlia, e neppure con la nipote.
All'epoca Juanita beveva di rado, andava a correre con Rodrigo nei fine
settimana e a lezione di aerobica; aveva il corpo tonico, la pelle liscia e fresca
ed era sempre ben vestita. Ah, era carina davvero, tu non hai idea, mi
diceva Aura in tono adorante da bambina orgogliosa. Aura non scopr mai,
oppure non mi raccont, qual era stata la causa della lite, ma era convinta
che se un episodio aveva segnato l'inizio del lungo e dapprincipio quasi invisibile
declino di sua madre, era stato proprio l'alterco con Mamma Violeta.
Sei anni pi tardi, Juanita cacci anche Katia
dall'appartamento di Copilco. A quel punto Katia non era pi
la perfettina della situazione: elettrizzata
dalle opportunit che la sua bellezza le offriva, testarda e appassionata di ragazzi,
si era opposta a Juanita per tutta l'adolescenza e alla fine, malgrado i
voti eccellenti a scuola, non aveva passato il durissimo esame d'ammissione
all'Unam. Ma quando, inseguendo il desiderio di studiare amministrazione
aziendale e il sogno di una carriera nella moda, venne ammessa a un'universit
privata, Juanita riusc chiss come a racimolare i soldi per la retta
e glieli diede. Pass qualche settimana. Il pomeriggio e la sera Katia rincasava
con sacchetti di Palacio de Hierro e altre boutique esclusive, una volta
sfoggiando addirittura un paio di stivali in pelle di marca italiana, divenuti
nella mente di Aura tanto emblematici che ancora dopo anni, ogni volta che
a New York doveva comprare stivali o si fermava a guardare una vetrina, le
sembrava sempre di vedere quelli di Katia fra gli altri: seminuovi, lievemente
impolverati e tragici, e le tornava in mente la sorellastra svanita all'improvviso
dalla sua vita dopo averla in buona sostanza dominata, da vera tiranna,
per tantissimo tempo. Per anni Juanita, per non dare un dispiacere a Rodrigo,
aveva chiuso un occhio sui quotidiani soprusi di Katia ai danni della sorellastra
minore. Ma quando scopr che la ragazza, nonostante fingesse ogni
mattina di andare a lezione, in realt non si era mai iscritta all'universit e
spendeva tutti i soldi della retta in vestiti, in quei famosi stivali e per il suo
ragazzo, Juanita la cacci di casa. Rodrigo non difese la figlia, forse neppure
os tentare: Katia aveva diciannove anni, non era pi una bambina, e aveva
commesso un delitto d'ingratitudine a dir poco demoniaca; bene, ora doveva
imparare ad arrangiarsi. E lei non ci mise molto ad acquisire il controllo
della propria vita, come se essere cacciata da Copilco e dalla famiglia fosse
proprio quel che desiderava. Si trov un posto dove vivere, qualche lavoretto
da modella, poi un impiego pi stabile come segretaria in un istituto di
studi economici, e torn a studiare part-time, pagandosi la retta da sola. Rodrigo
continu a vederla, pi o meno di nascosto. Juanita invece non la perdon
mai. Ma neppure Katia perdon mai Juanita, e non le chiese mai scusa
n mostr alcun desiderio di riconciliazione. Dovettero trascorrere dieci anni
prima che Aura e Katia si rivedessero.
Bench Aura non avesse pi visto n sentito la nonna dall'et di undici
anni, teneva una foto incorniciata di Mamma Violeta nella nostra camera
di Brooklyn. L'immagine ritraeva una donna dalla carnagione chiara seppure
avvizzita, con l'aria europea, gli arti lunghi e ossuti, le guance molli e
la bocca floscia (proprio la stessa di Juanita quand'era triste) e una turbolenza
familiare negli occhi intelligenti e feriti. Sul letto, sopra la trapunta
variopinta, c'era anche un cuscino fru-fru su cui Mamma Violeta aveva ricamato
fiori del male dagli steli neri e dai petali viola, rosso vivo e grigio perla,
e aura impunturato in giallo sul vaso.
La famosa prima seduta di terapia di Aura, quando aveva undici anni:
Hai la sensazione che tua madre ti ascolti, Aura?
Sua madre a lei la ascolta, Doctora?
Juanita, preoccupata per gli effetti che tutto quel traumatico lasciarsi e
separarsi poteva avere sulle bambine - il padre di Aura, la madre di Katia,
Mamma Violeta - aveva preso un appuntamento per ciascuna con la dottoressa
Nora Banini, una psicanalista che insegnava nel suo dipartimento. La
piccola birichina con l'aria vivace, la voce ruvida e i capelli sugli occhi, seduta
in pizzo al morbido sof in pelle con i gomiti appoggiati sulle ginocchia
e il mento sulle dita incrociate, fissava dritto negli occhi la dottoressa
che le stava di fronte e che continu imperterrita.
Sembri arrabbiata, Aura, ma noi ci siamo appena conosciute, quindi
non credo che tu sia davvero arrabbiata con me.  con tua madre che sei
arrabbiata?
Per io voglio conoscerla, Doctora. E lei?  arrabbiata con sua madre?
Ti prego, Aura, dammi del tu. Forse sei arrabbiata con tua madre perch
ti ha portata qui oggi? Secondo te, perch desiderava che noi due ci parlassimo?
No, parliamo di tua madre.  carina con te? Perch non vuoi parlare di
tua madre, Doctora?
Aura avrebbe continuato a vedere la dottoressa Banini fino ai ventisette
anni, sebbene a quel punto solo quando tornava da New York per le vacanze.
E anche Katia, che si pagava le sedute di tasca propria, continu a vedere
Nora Banini fin oltre i trentanni, gi sposata e madre.
Nell'estate del 1990, a muro di Berlino gi caduto e con l'Unione Sovietica
sull'orlo del disfacimento, Aura fu mandata a un campo estivo a Cuba. All'epoca,
pi per contrapporsi a Rodrigo che per qualunque altra ragione, Juanita
si era trasformata in una strenua oppositrice della sinistra, e allora perch
spedire la figlia laggi? Certo, Aura aveva sognato un tempo di poter studiare
danza nella scuola della grande Alicia Alonso, ma quei sogni appartenevano
al passato. A tredici anni, resa intransigente dalle presidenziali-truffa
in Messico e dall'invasione di Panama da parte degli Stati Uniti, Aura si dichiarava
a gran voce comunista e rivoluzionaria di stampo cubano, e Juanita
prevedeva, o cos Aura avrebbe sempre sostenuto, che per distruggere
le utopistiche illusioni della figlia sarebbe bastata giusto qualche settimana
proprio a Cuba. Il campo si trovava nei pressi di una spiaggia e radunava
adolescenti di tutto il mondo, fra cui molti dai paesi scandinavi. Erano alloggiati
in quello che sembrava un vecchio ospedale dai lunghi corridoi dipinti
di verde su cui si aprivano stanze asfittiche, del medesimo verde, sei
brande in ognuna. La prima notte Aura non riusc a chiudere occhio, tenuta
sveglia dal caldo soffocante, dal buio pesto e dal pianto acuto di un'altra
ragazza messicana nella stanza accanto il cui portafoglio, gonfio di dollari
che le avevano dato i genitori, era gi stato rubato. I primi giorni laggi Aura
perse i sandali sulla spiaggia e poi, ma forse quelle gliele rubarono, le scarpe
da ginnastica: fin con l'andare in giro scalza. Si mangiavano riso e fagioli
tutti i giorni e dopo ogni pasto i ragazzi dovevano vuotare gli avanzi in secchi
che venivano fatti girare, in modo da poterli aggiungere al riso e fagioli
servito la volta dopo, che cos diventava una sbobba via via pi collosa che
pareva fango. Aura smise di mangiare. Quando sua madre and a prenderla
all'aeroporto Benito Jurez era dimagrita cos tanto che doveva tenersi su
i pantaloni con le mani, era scalza, la sua pelle caramellata dal sole era tutta
segnata dai morsi d'insetto grattati a sangue e i suoi vestiti non erano pi
stati lavati da che era partita dal Messico. Ma quando Juanita le chiese come
avesse trascorso quelle tre settimane al campo, lei rispose tutta allegra:
A pomiciare coi ragazzi danesi, Mami!
Da allora, la parola comunismo avrebbe suscitato in lei un nauseabondo
ricordo di secchi comunitari pieni di riso e fagioli rancidi. La magrezza
appena conquistata per le regal anche un fascino sbarazzino che neppure
lei poteva negare. L'inquieto piacere stimolato da quel che scopr riflesso
nello specchio al ritorno a casa si trasform rapidamente in un'anoressia
quasi conclamata che non la abbandon fin oltre i ventanni. Di l a qualche
settimana conobbe il ragazzo che sarebbe diventato il suo primo fidanzato,
a un rave all'aperto nel Bosque de Tlalpan, il grande parco cittadino.
Ovviamente Juanita aveva proibito ad Aura di partecipare ai rave, divieto
che veniva aggirato tramite falsi inviti a dormire da questa o quell'amica.
Lo stratagemma fu presto svelato e Aura venne chiusa in casa per due
mesi, periodo che ricordava sempre con piacere perch le aveva permesso,
una domenica pomeriggio, nello studio di to Leopoldo, di scoprire un volume
dalla copertina azzurra di opere scelte di Oscar Wilde, nome che aveva
gi visto sui calendari della libreria Gandhi e su una maglietta indossata
da un dark che si faceva chiamare O.D., si pitturava le unghie e gli occhi
di nero ed era amico del ragazzo che aveva conosciuto al rave: il triste viso
squadrato e i capelli con la riga in mezzo stampati sulla maglietta di O.D.
le avevano ricordato Mamma Violeta. Aura si port il volume a Copilco per
non restare sola nelle settimane di reclusione, e a pennarello rosa scrisse
sulla copertina del suo quaderno: Non viaggio mai senza il mio diario. Bisogna
sempre avere qualcosa di sensazionale da leggere in treno(*), con intorno
un piccolo stormo di cuoricini rosa. Quindici anni pi tardi, quando
ci trasferimmo nell'appartamento di Escandn, da uno scatolone di libri
Aura estrasse lo stesso ingombrante volume con la copertina azzurra, me
lo mostr e mi raccont la storia; adesso  a Brooklyn.
Il ragazzo del rave si chiamava Dos Santos e aveva diciott'anni, cinque
pi di lei. Dos Santos in effetti era il cognome, ma Aura lo chiamava per nome
solo quando gli telefonava a casa e rispondeva uno dei genitori. Nel vecchio
baule dove Aura custodiva i suoi diari trovai anche le poesie di Dos
Santos, a centinaia, risme di fogli fotocopiati infilati in buste della spesa. Nel
periodo in cui si conobbero Dos Santos aveva anche finito di scrivere un romanzo
di circa seicento pagine che aveva dato da leggere al padre. Il padre lo
fece con entusiasmo, e quando ebbe finito disse al figlio che il libro era spazzatura
priva di valore, senza alcun segno di un talento promettente. Malgrado
le arie di diffidenza che si dava, Dos Santos era un ragazzo ingenuo e
fiducioso che venerava il padre, eminente economista dell'Itam, il politecnico
della capitale. Del tutto annichilito, giur che non avrebbe pi scritto una
riga, bench sostenesse che non cera altro per cui valesse la pena di vivere.
Tolta la madre Aura non si era mai sentita tanto importante per nessuno.
Se c' una cosa che un giovane scrittore non dovrebbe mai fare, disse a Dos
Santos,  condividere i propri scritti con i genitori: saggio consiglio che lei
stessa seguiva di rado. Lesse il tomo di Dos Santos e ne rimase folgorata.
Davvero, non lo diceva solo per tirarlo su. Pagine e pagine di prosa sfrenata
che inventava la sua grammatica, piena di battute sciocche e insondabili e
di una fantasia cos bizzarra che lui avrebbe dovuto essere grato al padre se
non l'aveva fatto internare in un manicomio! (Tra gli scritti di Dos Santos
che trovai nel baule il romanzo non c'era.) L'entusiasmo e le lodi di Aura,
probabilmente accompagnati da baci affinati dall'esercizio con i ragazzi
danesi sulle spiagge di Cuba, restituirono a Dos Santos la fede nel proprio
talento letterario e spirito ribelle, e in fin dei conti era proprio quella fede
a rendere Dos Santos quello che era, un personaggio adolescente, E1 Poeta
o chiss cos'altro, ma non certo un diciottenne sfigato che andava in giro
con una tredicenne. Aura e Dos Santos divennero compagni indispensabili
l'uno all'altra. Era lui l'amico con cui parlare segretamente a gesti che lei
aveva sempre desiderato.
Dov' il tuo senso dell'umorismo, mamma?
Amore
Non era anomalo: l'amore. Che una persona si innamori, costruisca un amore
giovane e innocente,  terribile. Niente di anomalo neppure nel credere che
tutti ce l'avessero con me: stando a Freud la paranoia  una reazione naturale
dell'amore giovanile. Tranne per il fatto che nel mio caso la paranoia non
era senza fondamento. Poggiava ben salda sulle spalle di mia madre, tutto il
corpo un piedistallo mentre in viso le calava un cipiglio e lei alzava le mani
al cielo e gemeva quando l'oscuro oggetto del suo odio veniva a trovarmi: il
mio Primo Ragazzo, seduto l, sulla sua poltrona!, con gli occhiali scuri
in un tetro venerd d'autunno, sotto il chiaro effetto della marijuana. Rilassati,
Ma; dov' il tuo senso dell'umorismo? Ma mia madre, la mia mamma
single, soprattutto quando si trattava della tredicenne figlia preadolescente
e mestruata, non aveva alcun senso dell'umorismo. Neppure un briciolo. La
mia mamma single soprattutto  schiacciata dal sospetto, tutta rigida di severi
moniti basati su statistiche, sondaggi, peggiori scenari ipotetici. Il che non
aveva nulla, o molto poco, ma pi probabilmente nulla a che vedere col fatto
che la figlia si fosse innamorata per la prima volta. Invece che attenzione e tenerezza,
piovevano castighi e divieti come foglie che cadono prematuramente
dagli alberi. Quell'autunno non se ne and mai: rovesci il futuro che aveva
davanti come in un domino. Fast forward, quando io volevo solo un rewind.
Aura Estrada
Di norma l'ostinato disprezzo di una madre autorevole per il fidanzato della
figlia adolescente alla fine vince, e Dos Santos e Aura formavano una coppia
che nemmeno genitrici semiaddormentate avrebbero incoraggiato. Alla
fine Dos Santos usc dalla vita di Aura, come trascinato via adagio da una
risacca che neppure lui aveva notato, fino a scomparire negli anni perduti
fra i venti e i venticinque. Ma Aura non smise mai di credere
in lui, cos come anni pi tardi credeva in me. Ogni volta che
tornavamo a Citt del Messico
ed entravamo in una libreria sapevo cosa sperava di trovare sul tavolo
delle novit: la prima raccolta di poesie o il primo romanzo di Dos Santos
freschi di stampa. E pensavo, pur senza dirlo, ormai avr passato i trenta,
se proprio deve succedere non ti sembra che sia ora?
L'ultima volta che vidi Lola, la migliore amica di Aura all'Unam, anche lei
cresciuta da una madre single a Citt del Messico, mi disse:
Ai tempi volevo anch'io una madre cos, che di certo mi avrebbe protetta
e avrebbe lottato per me nonostante tutto. Capisci cosa intendo? Una
madre che lotta per te da vera madre, ma anche come un padre.
Capivo, pi o meno. Anche a me avrebbe fatto comodo un genitore cos,
credo, quando ero adolescente, visto che mio padre era l'esatto contrario
di uno pronto a battersi per me.
Quella conversazione con Lola era avvenuta l'anno scorso, alla vigilia di
Capodanno, in un bar di Ludlow Street. Lei studiava ancora per il dottorato
a Yale e, proprio come quando Aura era ancora viva, passava sempre da
New York in pullman quando andava a trovare Bernie Chen, dottorando alla
Cornell e suo attuale fidanzato. Cinque anni prima, quando l'avevo conosciuta,
subito dopo che io e Aura ci eravamo messi insieme, Lola mi aveva
preso da parte per un alcolico quanto candido ammonimento:
Se a Juanita va bene che Aura stia con te, allora lei star con te. Ma se non
le va bene - fece lentamente di no con la testa - allora niente. Lo sai, vero?
Quindi mi stai dicendo che se sua madre non vuole che lei stia con me,
tu pensi che ci potr dividere.
Il potere di Juanita su Aura ha qualcosa di mitologico, disse Lola. Come
se potesse lanciare fulmini direttamente dal Messico.
La conoscer tra qualche settimana, dissi. Nientemeno che a Las Vegas,
pensa un po'.
Lola cerc di tirarmi su il morale. Quando Juanita vedr quant' felice
Aura con te, mi disse, tutto si sistemer. In fin dei conti  quello che le interessa
di pi.
Con Katia che, cacciata di casa, non rappresentava pi una spesa, cerano
pi soldi per l'istruzione di Aura. Per arrivare al dottorato in letterature
comparate Aura doveva imparare bene tre lingue, cos fu
spedita in Europa per tre estati di seguito: due volte a
Parigi per il francese e una volta a
Cambridge a studiare letteratura inglese. I pochi viaggi all'estero che Juanita
e Rodrigo si erano concessi li avevano portati, in automobile, poco oltre
il confine messicano, pi che altro in Texas, ma una volta anche in Belize.
Era impossibile manifestare tutta la gratitudine necessaria per i sacrifici
della madre, ma Aura ci provava. Una figlia di madre single ventiquattrore
su ventiquattro, cos si descriveva Aura in un diario; insistendo nel definire
Juanita single, anche perch, con Rodrigo quasi sempre via, agli effetti
pratici lo era. Sebbene non fosse in grado di esprimere a parole la causa dei
suoi infausti presentimenti, Aura spesso si preoccupava moltissimo per la
madre. Tutti i giorni feriali tornava a casa di corsa dall'universit e sostituiva
Ursula, la domestica, in cucina per preparare il pranzo, dando cos a Juanita
la possibilit di venire via dal campus e passare un paio d'ore da sola
con la figlia anzich andare nei soliti ristoranti ofondas con docenti e colleghi
- per pranzi durante i quali, Aura lo sapeva benissimo, sua madre non
riusciva a resistere a una seconda o una terza tequila, se non di pi, quando
anche gli altri bevevano. Al pari della madre, neppure Aura sapeva cucinare
- Ursula lasciava loro la cena pronta prima di tornare a casa al pomeriggio
- ma cominci a imparare da autodidatta con un libro inglese di ricette
internazionali trovato in un cestone delle occasioni alla libreria Gandhi, e
quasi ogni giorno andava al supermercato con la lista della spesa. Le piaceva
cucinare il pesce perch non ci voleva molto tempo e in teoria era un
cibo sano, ma i nomi inglesi dei pesci che trovava nel libro non corrispondevano
a quelli che trovava sul banco pescheria del Superama. Poi ce n'erano
parecchi troppo cari, salvo uno pi accessibile che si chiamava punta
de venta ed era sempre disponibile gi sfilettato in pacchetti. Oggi si mangia
punta de venta, mamma, annunciava al telefono per dirle di sbrigarsi
a tornare dall'universit. E quando Juanita rispondeva, Di nuovo?, Aura
la rassicurava dicendo che lo faceva in un modo diverso dall'ultima volta,
che fosse stato al forno, fritto,  la veracruzana o addirittura alla mugnaia.
Un giorno Juanita le disse, Guarda Aura che non devi per forza comprare
sempre la punta de venta, ti do i soldi per comprare qualcosa di fresco,
possiamo permettercelo. Cmo?, fece Aura confusa. Allora la madre
le chiese se secondo lei la punta de venta era un tipo di pesce. Ma certo, lo
sapeva, disse Aura, era un pesce. Perch, scusa, aspetta, non lo ? E cos'
allora? Juanita le spieg che col nome punta de venta al
supermercato etichettavano tutto il pesce in offerta perch prossimo alla scadenza. Ohhh!
Stavano ancora ridendo come pazze quando Juanita soggiunse, Mi amor,
non c' bisogno che mi prepari da mangiare tutti i giorni. Cal un breve
silenzio. Cio, non vuoi pi che io cucini per te, Ma?, chiese Aura. Hija, questo continuo andirivieni, con la macchina fra casa e lavoro solo per
mangiare, prima o poi mi uccider, el trfico est de la chingada. Aura fece
una risatina, cui la madre fece eco con uno sghignazzo sforzato che provoc
un altro accesso di ridarella, bench non esagerato come il precedente.
Hija, corazn, implor teneramente Juanita, ma non  un peso anche per
te, stare sempre a fare la spesa e cucinare? Hai veramente il tempo di farlo?
E non preferiresti mangiare con i tuoi amici?
 tutta una fantasia, osserv un giorno Juanita in una conversazione che
Aura registr sul suo diario.
Nessuna delle tas di Aura era davvero una parente. Non di sangue.
Erano una famiglia fasulla, inventata. Una famiglia protesica, come diceva
Aura.
E io cosa dovrei dire?, chiese Aura. Che aiuto pu darmi, sapere che sono
una fantasia?
Lo siamo tutte e due, mica solo tu, rispose la madre. E dovresti apprezzarlo,
e ringraziare, anzich trovar sempre da ridire come fai.
Per Juanita anche il marito, o entrambi i mariti, o forse qualsiasi marito
sempre e ovunque, erano congiunti-protesi? Staccabili, soltanto parti di
una famiglia illusoria? Erano veri solo i rapporti madre-figlia?
Quando lessi sul diario di Aura i resoconti dei mesi dopo il nostro primo
incontro, quando lei torn in Messico dalla Brown e and a
Guanajuato per Natale, mi fece un effetto strano non trovarmi in mezzo a quel cast
ormai cos familiare: le tas, Mamma Loly, Vicky Padilla, i padrini che erano
anche i professori di Aura, Fabiola... tutta gente con cui avrei trascorso le
vacanze l'anno dopo nel ruolo di nuovo e maturo fidanzato di Aura arrivato
da New York. Quel Natale a Guanajuato c'era anche il capo di Juanita,
solitamente noto come El Dramaturgo. Sui venticinque anni aveva scritto
una commedia genere Giovane Macho Arrabbiato che veniva ancora regolarmente
messa in scena nelle scuole messicane. Anche Aura aveva recitato
in un allestimento al liceo Guernica, nella parte della coraggiosa ma instancabilmente
bistrattata moglie del macho. Detesto estrarmi proiettili
dal corpo, carajol era una delle sue battute, che si era trasformata in un ridicolo
tormentone buono in tutti i reali o ironici momenti di difficolt delle
donne di casa, Ursula inclusa. Ormai cinquantenne, El Dramaturgo era
il rettore di Scienze umanistiche, incarico tra i pi autorevoli dell'universit.
Poco dopo la fine dello sciopero studentesco che aveva costretto Aura ad
andare a Austin, El Dramaturgo aveva assunto Juanita come segretaria amministrativa
della facolt, posizione di tutto rispetto anche quella, e ora lei
aveva un ufficio tutto per s un piano sotto di lui, due segretarie e uno stipendio
pi che dignitoso. Per quanto poco ortodossa, la mossa di assumere
Juanita era stata abile: nessuno meglio di lei conosceva i tenebrosi meandri
della formidabile burocrazia universitaria; e nel campus non c'era praticamente
funzionario, archivista, guardia giurata o conducente di autobus con
cui lei non si desse del tu. Avrebbe anche potuto deviare e mettersi a fare la
dirigente sindacale - in diversi le avevano fatto capire quanto avrebbe potuto
contare in quel ruolo - ma il cuore di Juanita era devoto agli accademici,
ai docenti e ai ricercatori che le avevano dato modo di sopravvivere
quando era appena arrivata nella capitale con la sua bambina. L'universit
per lei era una citt-stato rinascimentale che l'aveva accolta da trovatella
per trasformarla in una delle sue gran signore, profonda conoscitrice dell'esercizio
del potere entro le sue mura.
Quanto meno, scriveva Aura nel diario, adesso era troppo grande per
essere obbligata a dare dello zio anche a El Dramaturgo. La prima mattina
a Guanajuato usc, incaricata dalla madre di andare al mercato a comprare
un regalo da fare proprio a lui - scelse un portapenne di legno intagliato -
e dei fiori per la festa in suo onore, organizzata quel pomeriggio a casa della
madre di tta Vicky, della quale erano ospiti. Tra le ultime stelle dell'Et
d'oro del cinema messicano ancora in vita, Cariota Padilla ormai interpretava
solo ruoli da nonna o da vecchia governante saggia nelle telenovelas e,
sebbene abitasse a Citt del Messico, possedeva anche un'hacienda ristrutturata
appena fuori Guanajuato che somigliava a uno di quei conventi coloniali
spesso riconvertiti in alberghi a cinque stelle; sul retro cerano un
frutteto recintato e una piscina. Aura era contenta di andare in giro a sbrigare
le sue varie commissioni festaiole ammirando l'architettura coloniale
e le alte montagne che circondavano la cittadina. (Le piaceva citare la battuta
del dottor Vigil, il beone di Sotto il vulcano: Guanajuato  posta in
uno stupendo circo di alture scoscese.)
I fiori li ho comprati io (La signora D., di VW) e poi sono tornata a casa dove
El Dramaturgo stava gi tequilando con la mamma ad avvio delle attivit
etiliche che, per me, sono state una rovina. Conversazioni. Complimenti:
sinceri e falsi. Il pranzo. Carne. Io evito. Tequila. Per me t freddo. Porto via
il mio piatto, mi alzo da tavola; ballo da sola in un angolo, guardo la tiv.
Altra tequila, mia madre e il suo jefe. Il marito di mia madre prende una posizione
inattesa durante un'accesa discussione politica. Arriva un altro dramaturgo, venuto apposta da Guadalajara per vedere El Dramaturgo. Altra
tequila. Mia madre comincia a sfiorare argomenti destabilizzanti. Al punto
tale che pi tardi, andandosene, il dramaturgo numero 2 mi
sussurra, Segui il tuo destino. Ma io ce l'ho un destino? Ho i
nervi a fior di pelle. Voglio
iniziare il dottorato, frequentare un'universit prestigiosa, scrivere, studiare,
lavorare, farmi una vita mia. Il mio padrino  buono. Mi lusinga in tutti
i modi. Non so se credergli. Sarei felice se fosse vera anche solo la met di
quanto dice.  ubriaco. Come la mamma.
Quali potevano essere quegli argomenti destabilizzanti, mi amori Forse
l'ennesima beffarda disquisizione sull'assurdit di andarsene a studiare letteratura
ispanoamericana in un'universit gringa? Ma Juanita non aveva
forse cresciuto e preparato la figlia proprio per quello, per farla studiare
all'estero? Adesso per non voleva lasciarla andare. Juanita aveva il terrore
di trovarsi senza Aura, il terrore di rimanere sola con un marito che non
l'amava pi e non l'avrebbe aiutata, perch l'unico modo di aiutarla sarebbe
stato amarla. E quel terrore si era trasmesso alla figlia; la valigia pi pesante
che si portava a New York. Aura non poteva voler bene al patrigno se
lui non tentava almeno di rendere felice sua madre. Certo non era tutta colpa
di Rodrigo, lo sapeva, ma a lei importava solo della felicit di sua madre.
Perch mi hai mollata a crescere senza pap?, aveva chiesto Aura al padre,
il viso in fiamme, nel ristorante di Guanajuato, quella prima volta che l'aveva
rivisto dopo diciassette anni. Perch non hai mai neanche risposto alle
mie lettere? Fin qui tutto bene, si disse. Non ho pianto. Poi per cedette.
Appoggi la testa sulle braccia conserte e prese a singhiozzare e lui si alz
e and a sedersi accanto a lei e le cinse le spalle con un braccio e di certo si
domand perch si fosse imbarcato in una cosa cos, e perch ci si era imbarcata
lei e tutto sommato che senso ha vivere se poi viene fuori che
la vita  un cazzo di casino, seduto l con una figlia in
lacrime che non vedi da
diciassette anni e i calzoni tutti infangati.
Be', era chiaro che si sarebbe messa a piangere. Ma lui disse quel che doveva
dire, le mani snelle incrociate sul piano del tavolo, la spiegazione che
probabilmente aveva provato percorrendo lo stato in macchina da San Jos
Tacuaya:
Pensavo che tu dovessi avere solo un padre, hija. Dopo che io e tua madre
ci siamo separati e lei ha sposato Rodrigo, volevo che tu lo considerassi
tuo padre e gli volessi bene. Pensavo che fosse la cosa migliore per te. Per
una bambina non va bene avere due padri. Ma ovviamente io ti ho sempre
voluto bene, e mi sei sempre mancata.
Grazie, Pa', disse lei. Anch'io ti ho sempre voluto bene e mi sei sempre
mancato. Ma grazie di che? Pi ripensava alla risposta del padre, dopo, pi
si intristiva ma anche si arrabbiava. Il suo vero padre, aveva capito quel giorno,
era una persona intelligente, sensibile e fallibile, che abitava il mondo al
suo stesso modo, sempre pronto a scusarsi per la propria esistenza. Tutto di
lui - gli occhi teneri, la voce sommessa, il garbo, il misterioso fango sui calzoni
- l'aveva riempita di compassione. Era convinta che avrebbero potuto
trarre forza dal reciproco amore, dalla positiva complicit tra padre e figlia.
Qualcosa di fondamentale, necessario a entrambi, era stato loro strappato di
mano: quello era l'uomo che avrebbe dovuto farle da padre.
Il giorno dopo Natale, dopo essere stata da Mamma Loly per salutare Fabiola
e tutto il clan Hernndez, Aura rientr a piedi a casa Padilla, e stava per
infilare la chiave nella toppa quando le vecchie assi della porta che dava
sullo zagun presero a sbatacchiare nel telaio come per una scossa di assestamento,
seguita da uno scoppio di trambusto metallico all'interno della
serratura che fece tremare la maniglia. Aura aspett un istante, poi infil
la chiave, la gir, spinse il massiccio battente e dall'altra parte, nel vestibolo
lastricato, trov Hctor, il padre, con l'aria molto agitata e i capelli grigi e
scarmigliati sulla fronte. Fece vanamente il gesto di afferrare la porta mentre
lei lasciava che le si chiudesse alle spalle; poi i due si guardarono negli
occhi, si scambiarono baci sulle guance, un abbraccio lievemente goffo, gli
auguri per le feste e infine Aura disse, Che sorpresa, Pa', che ci fai qui? Lui
era vestito uguale all'ultima volta che l'aveva visto - stesso completo, Aura
ne era abbastanza sicura - solo senza cravatta, ma sembrava pi vecchio
di dieci anni anzich quattro. Esaurito, smunto. Non riuscivo a capire come
si apriva la porta, disse con un sorriso sghembo. Ho sentito da Vicky
che eri qui, continu, e ho pensato di fare un salto a salutarti, hija, ma adesso,
mi dispiace, devo andare, come vedi. Est bien, Pa, rispose lei, Feliz ano
pues... l'imbarazzo le dava un tono indifferente. Igualmente, hija, disse lui,
spero che l'anno nuovo ti regali tutta la felicit che meriti, poi si chin per
darle un altro bacio sulla guancia e infine disse, Perdn, Aura, la porta, c'
un trucco che io non capisco. Lei apr, premendo la levetta del chiavistello
e sganciandolo contemporaneamente di lato e disse, Infatti  un po' complicata,
Pa', poi spinse la porta con entrambe le mani e gliela tenne aperta
con il braccio teso, con un sorriso e un lieve inchino che lui non parve
notare mentre la ringraziava e scappava via come liberato da una gabbia.
In fondo al vialetto la salut nervosamente con la mano e svolt imboccando
la strada e quella fu l'ultima volta che Aura vide suo padre. In un angolo
ombroso del grande salotto trov la madre e Vicky sedute a un tavolo
come una coppia di ambigue fattucchiere, occhi bassi, volute di fumo di sigaretta
e una bottiglia di tequila in due. Stavano ridendo, intu Aura, e avevano
smesso quando era entrata lei. Ridevano di pap, pens. Ma non avrebbe
dato loro l'opportunit di mettere in scena un siparietto sarcastico su quella
visita, non avrebbe chiesto nulla, si sarebbe limitata ad andare in camera per
fare la valigia e poi andare alla stazione dei pullman di l a un'ora. Ma Vicky
le chiese, Hai visto Hctor?, e cos lei dovette rispondere e disse, S, ta, stava
uscendo.  venuto solo perch voleva vedere te, disse la madre senza alzare
lo sguardo.  stata Vicky a telefonargli per dirgli che eri qui. Lo so, disse
Aura, me l'ha detto anche lui. Grazie, ta... be', io vado a fare la valigia. Solo che poi, disse la madre, si  ricordato che doveva andare a recuperare delle
bottiglie vuote al mercato, per quello se n' andato cos di corsa. Le due donne
ridacchiarono. Jajaja, disse Aura, e si avvi verso la camera da letto. Doveva
andare al mare con P, che dall'estate era il suo ragazzo a intermittenza.
Sarebbero partiti dalla capitale con un pullman notturno di prima classe per
Puerto Escondido, nell'Oaxaca, e poi avrebbero preso l'autobus litoraneo fino
a quella selvaggia infilata di tre spiagge separate da scogliere e promontori
rocciosi: Ventanilla, San Agustinillo e Mazunte. Aura desiderava vedere quelle
spiagge da quando aveva quattordici anni, quando gruppi di compagni di
scuola avevano cominciato ad andarci in gite che sua madre le aveva sempre
vietato. Laggi non cerano n alberghi n villaggi turistici, per un sacco di
posti che affittavano amache e un po' di riparo; altri visitatori si limitavano ad
agganciare la propria amaca tra gli alberi o piantavano le tende sulla spiaggia
senza pagare nulla. La relazione con P. sarebbe durata solo qualche altro mese,
ma l'amore di Aura per quel tratto di costa avrebbe resistito.
Nei quattro anni e sette mesi che seguirono sarebbe tornata su quelle
spiagge almeno altre otto volte, di cui cinque con me, come attratta dall'irresistibile
richiamo del destino: un tutt'uno di geografia e fato. P. la port
a Ventanilla, la pi incontaminata delle tre spiagge, dove non c'era neppure
un ostello spartano per turisti faidat. La costruzione pi grande era
una specie di capanna a due piani con un tetto di paglia a due punte sopra
un pavimento in legno circondato da una mezza parete di assicelle, la zona
giorno sorretta a sua volta da lunghi pali che erano tronchi di palma.
Dalla facciata della struttura si gettava sopra la sabbia bruna una tettoia di
paglia. Il pescatore che abitava l con la famiglia affittava amache a prezzo
irrisorio o permetteva ai turisti di appendere le proprie tra i pali della tettoia,
o di piantare una tenda sulla sabbia, come fecero P. e Aura; pagavano
per usare il bagnetto esterno e, durante il giorno, le amache appese all'ombra.
La cucina, poco lontana dalla casa, stava in una palapa aperta dove la
moglie del pescatore, insieme alle sorelle, preparava da mangiare per la famiglia
e gestiva un semplice ristorante che serviva la colazione e, per tutto
il lungo pomeriggio, pesce, gamberi e aragoste pescati dal marito e dai fratelli
con le lance che spingevano tra i flutti scuri prima dell'alba.
Con i suoi immensi spazi oceanici, il cielo, la spiaggia e la semplice vita
pacifica del pescatore e della sua famiglia - un'esistenza che si aveva l'impressione
di poter condividere o prendere a prestito semplicemente affittando
un'amaca - Ventanilla cambi Aura, una ragazza della megalopoli,
cresciuta in un appartamentino dove non c'era modo di sfuggire alle asfissianti
personalit di chi ci abitava, dove spesso, come riportava nel diario,
non aveva altra scelta se non quella di sedersi a frinire di rabbia contro l'antagonista
del momento, e dove aveva dovuto imparare a eccellere nell'arte
della disputa e del commento sferzante per sopravvivere. Non sapeva che
dentro di lei ci fosse spazio per un luogo come Ventanilla: ma laggi scopr
un nuovo modo di essere, cos pensava, un s che le era sempre stato nascosto,
pi vero, era convinta, della ragazza ansiosa, sempre sulla difensiva
e provocatoriamente sfrontata di Citt del Messico.
Ventanilla era un paradiso, scrisse nel diario, ma era anche un labirinto
perch racchiudeva molte cose che lei non aveva mai visto n sperimentato.
Perfino il sapore della papaya era diverso da quello che aveva sempre conosciuto.
La disciplinata operosit dei pellicani, che disegnavano lunghe e diritte
traiettorie di volo sfiorando l'acqua in cerca di pesci con i loro becchi
enormi. Meditabondi aironi bianchi appollaiati sulle rocce. Il vento dell'oceano
che le soffiava in faccia tutto il giorno, energico, ruvido di sabbia ma anche
carezzevole. La scoperta che era possibile passare un giorno intero su un'amaca
a leggere, scrivere, guardare l'oceano, sognare a occhi aperti, oppure
chiudere gli occhi e ascoltare le grida e le risate dei figli del pescatore, i frammenti
dei loro dialoghi portati dal vento come versi di poesia sperimentale.
Le giornate erano cos lunghe che arrivata al tardo pomeriggio Aura
non era pi sicura che quanto era successo la mattina non risalisse invece
al giorno prima; la sera arrivava sempre come una gradita
sorpresa a raffrescare la sabbia bollente, a riempire il cielo
e l'aria coi colori dei succhi
di frutta diluiti, finch non si faceva troppo buio per leggere. Dalla notte
si pretendeva o ci si aspettava talmente poco che era come tornare bambini.
Addormentarsi ascoltando il frangersi meccanico delle onde, tranquilli
sapendosi al sicuro, fuori dalla loro portata. I figli del pescatore passavano
ore a giocare a calcio con un pallone talmente sgonfio che sembrava un
berretto, e le femminucce chiacchierine che andavano alla scuola fatta di
un'unica stanza di Mazunte non erano mai a corto di storie da raccontare,
e si portavano dietro pulcini di pappagallo e micetti come fossero bambole
di pezza. Aura aveva imparato i nomi di tutti i bambini e non riusciva a
smettere di fotografarli, in quel primo viaggio e in tutti quelli che seguirono.
Il lungo confine di giungla e palme dietro la spiaggia per la spaventava,
ci dovevano essere dei serpenti l dentro, e lei si immaginava occhi che la
guardavano da dietro le ombre verdi; nelle fitte nebbie del primo mattino, le
sagome a piedi sulla spiaggia ricordavano tristemente i fantasmi di Cornala.
A un'estremit della spiaggia si ergeva un ripido promontorio sormontato
da una grande croce solitaria. Millenni di erosione avevano aperto una
finestrella triangolare negli enormi faraglioni che si protendevano nell'oceano
ai piedi del promontorio, la ventanilla, appunto, che dava il nome alla
spiaggia e incorniciava i tramonti come pezzi staccati di cielo. Aura passava
molto tempo a cercar di capire quando e come il vento e l'oceano avessero
penetrato la roccia, e l'istante in cui la luce e la spuma dei flutti l'avevano
trapassata per la prima volta, come poteva essere stato? La
spiaggia di Ventanilla dava sul mar abierto, spalancata
sull'oceano che vi portava correnti
infide e onde feroci. Tutti ti mettevano in guardia dai pericoli di farci il
bagno, bench i surfisti sembrassero impavidi.
L'oceano ti circonda non appena lo avvicini, scrisse Aura sul diario, e ti
tira e ti spinge e ti seduce con il sussurro della risacca spumosa sulla sabbia
che ribolle. Le pesanti onde sospese in aria per un istante miracoloso davanti
al tuo sguardo. Poi vanno gi gi gi furibonde e ti sbattono e ti trascinano
con pi forza di quanto credessi.
Quasi tutti i giorni, aprendo gli occhi la mattina, la prima cosa che vedo,
proiettata a forza dal cervello e dalle orbite come un raggio laser dell'orrore,
 Aura quando mi dissero che era morta e io corsi al suo capezzale e la vidi.
Oppure l'ampia fascia di schiuma che si allontana e la scopre che galleggia a
faccia in gi, e io urlo sempre no! Pu tornare in qualsiasi momento. Il panico
dentro che esplode dal basso come un silenzioso fuoco di contraerea,
oppure dall'alto perch somiglia anche alla sensazione di cadere nel sonno,
tranne che sei sveglio. Vampate bollenti sulla fronte, sudore gi per la schiena,
brividi. Fanculo. Gridare, a volte piano, a volte cos forte che la gente si
gira. Trovarsi sulla banchina della metro o per strada o in un bar buio, pugni
stretti contro le cosce, a guardare per terra, la testa che dondola e fa No
No No no no no no no noi no:, e risvegliarsi di colpo e guardarsi attorno.
Ho il terrore di perderti dentro di me. Tornato a Brooklyn mi ritrovo ancora
talvolta a saltellare lungo il nostro marciapiede come facevi sempre tu,
angelo mio. Aura mi sfidava a provarci, io eseguivo e poi eccola l, con una
smorfia rattrappita mentre rideva delle mie mosse spastiche. Quell'agile saltello
come per giocare a campana che faceva sul marciapiede, un turbinio di
piedi alati, punta-tacco indietro punta-tacco indietro, ma nel frattempo avanzando
in uno slancio entusiastico sul cemento come a tornare di botto all'infanzia
di Copilco, con le altre ragazzine accalcate nel parcheggio a guardare
come agnellini nella penombra. Vorrei che quanti percorrono Degraw Street
potessero fermarsi a ricordare Aura che saltella sul marciapiede come faceva,
anzich notare me che cerco di rievocarla con queste gambe che hanno mezzo
secolo, che inciampo goffo a passi pesanti sul marciapiede, che sorprendo
e sconcerto vicini e passanti con la mia futile danza di vedovo.

Note.
* Da Oscar Wilde, L'importanza di chiamarsi Ernesto, trad. it. di L. Lunari, Rizzoli,
Milano 1990, p. 139. [N.d.T.]
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Capitolo 11.
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Febbraio 2003 (Citt del Messico)
La mia prima infanzia sprecata nella borsa senza fondo della mamma, una
matita per le labbra e un astuccio per il trucco, prove inammissibili forse:
una vena azzurra che le pulsa in fronte. Occhi bassi che implorano il perdono.
Angoscia e, pi tardi, rabbia insaziabile.
Ho troppo rumore in testa, la memoria che fa quel che deve, ricordi che piuttosto
scorderei tornano e ritornano. Questo posto mi distrugger. L'ombra
di mia madre. Aura, quello stramaledetto libro, una storia e le sue coincidenze,
finzione divenuta realt. Oppure sono io una finzione, un incubo di
mia madre. Non riesco a essere me. Forse di l la ricorrente idea della morte.
Unico modo per me di affermarmi, trovarmi, essere un individuo, compiere
un atto completamente volontario. O almeno trovare un linguaggio
che lei non capisca, tutto mio. Al tempo stesso per ansia, nausea, senso di
colpa. Psicanalisi di merda che poi in pratica non risolve niente. Sapere non
 agire. Questo posto in cui abito: pure lacrime.
Romantica disillusione.
La mia infanzia distrutta: un rudere.
Una ragazza invecchiata: ho lasciato morire la speranza.
Con lei ogni cosa  angoscia, scetticismo
Marzo 2003, Copilco. Continuo a fare sogni tipo: uomini che mi inseguono,
devo salvare un gruppo di maschi, la mamma che annega in mare, il
mio vero padre che torna e poi ci abbandona di nuovo, una piscina ingoiata
dal mare.
25 maggio 2003. Mi manca essere innamorata, presa. Stamattina me ne sono
andata da casa di P. arrabbiata, annientata, disamata. Sensazione di essere
un cubo rosso in mezzo al deserto.
3 giugno. L'energia mi viene solo quando mi sento al sicuro. Funziono per
due settimane, poi per altre due sono un vegetale comatoso che non riesce
neanche a leggere. Non sono fatta per il mondo accademico. Da quando
avevo diciott'anni mi sento incalzata dall'idea che avrei dovuto dedicarmi
a qualcosa di completamente diverso; una professione che non pretendesse
da me il vincolo alla solitudine. Io non sono capace di vincolarmi, n a un
mestiere n a una persona. C' qualcosa in me che si impegna a distruggere
la fiducia che cos lentamente accumulo. Quindi passo due settimane in cui
mi sento creativa e sicura di me e riprendo a star bene in compagnia della
solitudine e dei libri (Chesterton, Yeats) ma poi quelle due settimane benedette
finiscono ed ecco di nuovo la rovina dello spirito, la morte della motivazione,
tutto il giorno a letto o a fissare il nulla e aspettare ansiosamente lo
squillo del telefono e la presenza mascolina dei bar di notte e quel cameratismo
assurdo che alla fin fine mi fa sentire ancora pi sola. Chi voglio prendere
in giro,  solo questione di ormoni e ciclo mestruale.
Ho tantissimi amici eppure mi sento molto isolata in questa casa, la casa
della mia infanzia, dove ho trascorso momenti belli ma anche e soprattutto
esasperanti.
Tutti morti la stessa settimana:
Botano
Compay Segundo
Celia Cruz
Lupe Valenzuela (ex moglie di El Dramaturgo)
Botano  nato lo stesso anno della morte di Dylan Thomas (e anche di Stalin)
Ventanilla, 3 luglio. Sono di nuovo davanti all'oceano. Qui si sono sorpresi
che stavolta non sia venuta con P.; spero che mi apprezzino per quello che
sono.  stato strano quando ho deciso di venire, a P. e a noi due qui non ci
ho neanche pensato. Pensavo solo alla gioia di rivedere i bei visetti bruni
dei bambini. La moglie del pescatore ha 24 anni e gi cinque figli. Certe volte
tento di immaginarmi come sar studiare per il dottorato, cerco di capire
se  quello che voglio veramente e la confusione mi travolge. Ora almeno
ho Kafka qui con me, i suoi splendidi racconti postumi, Durante la costruzione
della muraglia cinese... ma sar meglio che riprenda Derrida per motivi
professionali... spero che la scrittura non mi abbandoni.
Il pensiero  un agente di cambiamento, ha delle ripercussioni sulla vita.
Settembre 2003. Sono a New York. La partenza  avvenuta. L'inizio  difficile.
Quanto alle idee nuove... ho i pensieri velati di ragnatele, fili di morte
intessuti con la paura di sbagliare e di non trovare mai il mio posto. Ho paura
di me. Non capisco questa mia compulsione a cercare la strada e la notte
quando mi fa cos male. Sei un pericolo pubblico: ha ragione mia madre.
Febbraio 2004 (Parigi)
O sont les axolotls?
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Capitolo 12.
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Quello sarebbe un robot?
Aura mi mostrava, sul suo blocco per appunti, lo schizzo di un paio di
scarpe con le stringhe, circondate di minuscoli tratti, ripetizioni di lineette
angolari e ondulate.
Sono scarpe che quando le chiami arrivano, disse.
Cio, tu ti metti a chiamare, Scarpe, venite qui, e loro vengono da te,
ovunque tu sia?
S, conferm lei. Be', lontanissimo non devi essere. E poi non sono in
grado di salire e scendere le scale.
Ma si possono indossare?
Si devono senz'altro poter indossare. I robot, mi spieg, devono essere
utili, altrimenti non sono veramente robot.
Eravamo a Copilco, seduti sul divano in soggiorno. Aura teneva il blocco,
uno di quelli normalissimi a spirale con la copertina in cartoncino rosso,
aperto in grembo. Le scarpe robotizzate erano una sua invenzione, per
quanto ferma allo stadio embrionale. Aura aveva un po' la fissa dei robot.
Mi spieg che ciascuna scarpa sarebbe stata dotata di sensori programmati
per reagire alla voce del proprietario, e che alla chiamata le scarpe si sarebbero
dirette verso quella voce, in una stanza o anche all'interno di una
casa entro un determinato raggio. Per le situazioni in cui fosse preferibile
non strillare, per esempio volendo sgusciare fuori da un appartamento
buio senza svegliare nessuno ma anche senza abbandonare le scarpe,
era previsto un telecomando. I circuiti robotici sarebbero
stati incorporati nelle calzature; la progettazione del movimento non era uno scherzo ma
tu immaginala, mi disse, come un pentametro giambico sincronizzato che
fa la camminata.
Fichissima come invenzione, dissi io. Lei fece un inchino col capo, tutta
fiera come un pony da circo, disse tante grazie e volt qualche altra pagina
di blocco, fermandosi poi a una con lo schizzo di un abito fatto da lei. Un
abito dall'aria bizzarra, disegnato a matita colorata con cerchi gialli, rossi e
azzurri che sembravano piroettare attorno alla gonna. Ma tu te lo metteresti?,
le chiesi, e lei disse di s. I disegni di abiti erano fra gli scarabocchi preferiti
di Aura, e ho trovato schizzi come quello in tutti i suoi taccuini dei
tempi della Columbia. Era il nostro primo appuntamento: nove mesi dopo
la sera in cui l'avevo conosciuta a New York - da allora non l'avevo pi
vista, n avevo avuto alcuna notizia di lei - alla fine di agosto, in Messico,
si era materializzata da El Mitote, uno squallido ritrovo di bohmien e cocainomani
ai margini della Condesa. Io bevevo una cosa al bar con i miei
amici Montiel e Lida ed eccola spuntare l, proprio davanti a me. Ci si rivede,
morte. Mi sentii come se la stessi guardando attraverso una fitta nebbia:
il fumo di sigaretta nell'aria, il mio stesso ebbro e timido sgomento.
Com' che non hai mai risposto all'e-mail che ti ho mandato?, mi chiese.
Risposi che non avevo ricevuto nessunissima e-mail da parte sua. Mi
aveva mandato un e-mail, insistette lei, in cui mi ringraziava per averle spedito
il libro, e mi diceva anche che sarebbe tornata a New York. Non pensavo
mica che lei fosse il tipo che non ringrazia se uno le manda il suo libro,
eh? Be', non so proprio cosa ne sia stato di quell'e-mail, dissi: si sar persa.
A vederla quella sera da E1 Mitote nessuno avrebbe detto che Aura fosse
una dottoranda. L'acconciatura non era pi cos chic: aveva i capelli in
disordine, le cascavano sugli occhi. Era venuta con un gruppetto di amici
che stavano all'altro capo del bancone. Partiva per New York tre giorni dopo,
mi disse, per cominciare il dottorato alla Columbia. Quella notizia accese
in me una silenziosa scarica di scintille; anch'io sarei tornato a New
York nel giro di due settimane. Allora non c' tempo per rivedersi prima
che tu parta, dissi, ma lei fece, Perch no? S che c'. E ci mettemmo d'accordo
per vederci la sera dopo al San Angel Inn, bar ristorante nel fabbricato
di un'antica hacienda dove ci si siede intorno a un patio su massicci
divani in pelle a bere margarita e Martini serviti in caraffine d'argento in
miniatura dentro a piccoli secchielli da ghiaccio. Di certo non ero il primo
a tentare di far colpo invitandola proprio l, ma almeno non avrebbe pensato
che frequentavo solo bettole come El Mitote.
Sul divano in similpelle beige di Copilco Aura volt qualche altra pagina
del blocco e arriv a una tutta scritta in pennarello turchese. Era un
racconto che aveva appena finito. Vuoi sentirlo?, mi chiese.  cortissimo,
solo quattro pagine. Risposi certo, e lei me lo lesse. Il racconto parlava di un
giovanotto in un aeroporto che non si ricorda se sta l perch parte o arriva.
Era scritto in un solitario tono minimalista aeroportuale, con un tenero
umorismo un po' all'inglese. Io per non ascoltavo con il massimo della
concentrazione, perch mi passavano per la testa troppe cose. A cena avevo
gi dato la stura alle speranze, progettando modi di rivederla presto a New
York; poi lei mi aveva colto del tutto di sorpresa invitandomi a salire a casa
sua. Voleva solo leggermi un racconto? Seduto l vicino a lei osservavo le
sue adorabili labbra dar forma alle parole che stava leggendo e mi chiedevo
se davvero l'avrei baciata entro pochi minuti, o ore, o mai.
I suoi genitori si erano trasferiti da Copilco alla casa nuova un anno prima.
In soggiorno erano rimasti solo il divano su cui sedevamo e il tavolo
da pranzo rotondo, bianco e grigio acciaio, al quale Aura aveva consumato
migliaia di pasti in famiglia. Adesso gran parte delle sue cose e dei suoi libri
erano chiusi dentro a scatoloni. C'era il baule marinaro;
c'erano vari magneti
con parole e un adesivo con la scritta keep austin weird, mantieni
Austin stramba, sullo sportello del frigo; dentro il frigo invece una bottiglia
da un litro di birra Indio, mezza vuota e ritappata, e un lucido contenitore
cilindrico con del succo d'arancia Jumex che avrei bevuto il mattino
seguente dopo essermi lavato i denti con un po' di dentifricio di Aura spalmato
sul dito. Bottiglie di birra vuote affastellate in un angolo, cartoni della
pizza infilati dietro la pattumiera. Negli ultimi sei mesi circa Aura aveva
vissuto l da sola; le amiche che ancora abitavano a casa con i genitori venivano
e si fermavano per il weekend, buttate sul divano e sul pavimento.
Lei aveva tenuto dei corsi di introduzione alla poesia inglese e alla narrativa
ispanoamericana all'Unam mentre finiva la tesi su Borges e gli scrittori
di lingua inglese e preparava e dava l'esame di ammissione, mesi di tensione
e nervi a fior di pelle, ma anche di nottate pazzesche: in nessun'altra citt
la notte  pi lunga, eccessiva e assurda che a Ciu-dad de M-xico. Negli
anni pi recenti, Aura ne era convinta, ogni volta che aveva iniziato a mandare
la propria vita seriamente a rotoli era stato perch aveva
nuovamente ceduto alla notte di Citt del Messico, dove come niente si poteva finire
fuori rotta per sempre.
Per mesi la data della sua partenza per la Columbia le era sembrata ridicolmente
lontana. Ma giusto l'altro giorno aveva infilato un carico di roba
nella lavatrice e aveva pensato, la prossima volta che metto questi calzini
sar a New York. Ah, ma il Messico le sarebbe mancato, ovvio. Ancora raccontava,
tutta trilli di esaltata gratitudine, della festa che sua madre aveva
dato per lei due settimane prima nel superattico della ta Cali, con terrazza
a tutto tetto, per festeggiare la laurea e l'ammissione al dottorato: musica
dal vivo, balli, l'abito nuovo rosso fuoco che si era messa (e che quattro
anni pi tardi sarebbe stato ancora il suo preferito per matrimoni e feste
eleganti). In borsa aveva delle istantanee della festa e me le aveva mostrate
a inizio serata al San Angel Inn.
Quando ebbe finito di leggermi il racconto sul giovanotto all'aeroporto
le dissi che mi era piaciuto molto, e lei mi ringrazi e mi chiese che cosa
nello specifico mi fosse piaciuto. Mentre rispondevo si mantenne perfettamente
immobile, neanche riuscisse a sentirmi il battito e me lo stesse
misurando come la macchina della verit. Poi mi disse che non pensavo
quello che avevo detto, e che l'avevo detto solo perch mi piaceva lei. Io risi
e dissi, Che tu mi piaci  verissimo, ma mi  piaciuto anche il racconto,
giuro, e in pratica le ripetei a memoria il pezzo in cui il protagonista raccoglie
da terra un dpliant gettato via e legge che per festeggiare la nuova
rotta sulle Hawaii di una compagnia aerea messicana offrono da bere
all'imbarco 37, e lui va a prendersi da bere, poi partecipa a un'estrazione
per vincere un viaggio alle Hawaii e non vince. Lei intanto rideva, piegata
in due con gli occhi serrati, come se la scena l'avesse scritta qualcun altro
e lei la stesse sentendo per la prima volta, trovandola esilarante. Quella fu
la prima di molte nostre conversazioni sulla sua scrittura, che negli anni
a venire sarebbero pi o meno sempre andate nello stesso modo, partendo
dalla sua affermazione che i miei elogi fossero diretti esclusivamente
a ottenere il suo affetto o un po' di sesso o anche solo la pace domestica.
Quella sera, sul divano, cominciammo a baciarci e finimmo nel suo letto
a baciarci ancora e toccarci. Io ero cos meravigliato della sua tiepida, zuccherina
e agile giovent e da quell'inaspettato sviluppo nella mia vita che
correvo il pericolo di farmi trascinare come un cucciolo ruzzante in un
campo di tulipani, e in silenzio m'imposi di non perdere il controllo, di
fare l'amore con lei da uomo adulto, non da adolescente eccitabile. Ma poi
mi chiese se mi dava fastidio che si tenesse i jeans. Allora non si scopava.
Per me va bene, dissi, ti assicuro, non c' fretta. Mi espressi con delicatezza,
anche se magari con una traccia di delusione o difesa nella voce. In tono
mesto, ma anche di sfida, come non fosse minimamente scesa a patti
con un compito indesiderato bench all'apparenza inevitabile, mi chiese,
Allora, devo succhiartelo o qualcosa del genere? Io risi e dissi, Ma no che
non devi succhiarmelo, domandandomi al tempo stesso, Ma cos'abbiamo
fatto alle nostre ragazze? Poi dissi che ovviamente avevo voglia di fare l'amore
con lei, ma solo quando si fosse sentita pronta. Muy bien, disse. Col
naso premuto fra i suoi capelli dissi, Hmmm, che buon odore che hai, non
solo i capelli, tutta la testa, hai la testa che sa di torta. Lei ridacchi e disse,
Non  vero. Invece  vero, insistetti, hai la testa che sa di torta, quella ai
tres leches, la mia preferita. Le infilai di nuovo il naso tra i capelli e inspirai
e la baciai e finsi addirittura di darle un gran morso alla testa e le ripetei,
Hai la testa che sa di torta! Poco dopo ci addormentammo l'uno fra le
braccia dell'altro, lei ancora con i jeans addosso. Sul soffitto cerano centinaia
di stelline fosforescenti: ce le avevano attaccate lei e Lola, seguendo
con cura le carte celesti delle varie costellazioni.
La mattina dopo, mentre io ero in bagno, lei si sporse gi dal letto e mi
tir fuori il portafoglio dai pantaloni sul pavimento. Quando tornai in camera
aveva in mano la mia patente di guida. Alz lo sguardo e sbott, Quarantasette!
Gi, feci io, imbarazzato.
Pensavo avessi minimo dieci anni di meno, disse lei. Avrei detto trentasei.
A questo punto dovrei ringraziare, mi sa, dissi. No, ne ho quarantasette.
Non mi aveva mai chiesto l'et. Ma ero comunque sorpreso che non
la sapesse. Pensavo che Borgini, quanto meno, le avesse detto qualcosa in
proposito. Quel giorno era sabato e pi tardi Aura era invitata a un matrimonio.
Disse che sarebbe tornata presto; aveva ancora molto da fare per
prepararsi al volo per New York la mattina seguente, e avrebbe dormito da
sua madre. Quella sera la chiamai l e al telefono rispose Juanita. Era la primissima
volta che ci parlavamo, ma lei sapeva gi il mio nome. Frank, mi
chiam: Hola Fraaaank, con quell'accento messicano che in Aura sembrava
un allegro richiamo d'oca selvatica. Quella volta al telefono Juanita mi
tratt con tanta e tale cordialit che Aura, pensavo, le aveva
per forza parlato di me e anche bene. Aura non era ancora
tornata dallo sposalizio, ma
si era portata dietro il cellulare di sua madre; penso che avesse perso o dimenticato
chiss dove il suo. Juanita mi diede il numero e quando chiamai
trovai la segreteria. Aura mi ritelefon pi tardi, e le si sentiva dietro un
sottofondo di musica e voci. Disse che con me era stata bene e si scus per
avermi costretto a sentire il suo racconto aeroportuale, e io le dissi che mi
aveva fatto molto piacere sentirlo, e anche vedere le scarpe che quando le
chiami arrivano. Aggiunsi che l'avrei chiamata non appena tornato anch'io
a New York, di l a dieci giorni. Riattaccando pensai, Fra dieci giorni la sua
vita sar cambiata completamente.
A Citt del Messico avevo in affitto a pochi soldi gi da sei anni un appartamento
che poi di norma subaffittavo ogni volta che tornavo a Brooklyn.
Negli anni ottanta, quando lavoravo come giornalista freelance in America
Centrale, certe volte i bonifici coi miei pagamenti venivano fatti da New
York su banche di Citt del Messico, e allora mi toccava andarci per riscuoterli
e cambiarli in contanti. La prima volta fu nel 1984, quando Aura aveva
sette anni e la megacitt mi parve, a paragone con Managua, Tegucigalpa
e Citt del Guatemala, raggiante e inesauribile, zeppa di sorprese e opportunit.
Ero nella capitale da meno di ventiquattrore quando al museo
Rufino Tamayo conobbi una soglioletta di ragazza in calzoni attillati da punk
e scarpe da tennis fucsia, studentessa diciannovenne all'accademia di Belle
Arti che aveva un viso delicato da principessa Maya e si mise a pomiciare
con me sui gradini del museo. Per non la rividi mai pi: il giorno dopo
partiva per lo Yucatn, luogo di origine dei suoi, per le vacanze di Natale.
Fino alla riapertura delle banche dopo la lunghissima pausa festiva, quando
potei andare a prendere i soldi e saldare il conto, si tennero il passaporto
in garanzia alla reception dell'alberghetto in centro; dove un pomeriggio,
nel bar, due puttane - pi vecchie di me, gi sui trentacinque come minimo
- mi chiesero se volevo compagnia e poi salirono nella mia cameretta.
Due bellissime donne mature, si scopr poi, in mutandine come nelle pubblicit
di Life della mia infanzia, una di loro con una sottile striscia di peluria
nera come una lingua di fiamma che le lambiva l'ampio ventre morbido
fino all'ombelico, l'altra pi chiara di pelo e pi muscolosa, con i seni piccoli.
Quella rimane l'unica volta che l'ho fatto con due donne insieme, sul
lettino singolo con il fragile materasso a molle, con loro che applaudivano
entusiasticamente ogni orgasmo, mio e loro, e alla fine pagai con la radiolina
portatile a onde corte perch non avevo contanti, e quella di pelo nero
disse che potevamo rifarlo il giorno dopo, se mi capitava in mano qualcosa
da barattare in cambio di sesso, e io ebbi l'intuizione, niente di pi, che
fossero solo una coppia di casalinghe e amanti bisessuali che facevano quel
che facevano soprattutto per divertirsi. Tornai a Citt del Messico la seconda
volta a oltre un anno di distanza, circa sei mesi dopo il terremoto. L'alberghetto
non c'era pi, anche se ne restava in piedi il muro posteriore
di mattoni, e dal marciapiede di fronte si vedevano bene i
vari piani, crollati
a formare un tramezzino di cemento multistrato con le macerie che sgusciavano
fuori dai lati. La citt era colma di rovine simili, pi in certe zone
che in altre; a sud, dove abitava Aura, non si era costruito sulla terra morbida
dell'antico letto lacustre come in centro, e quella era l'area meno colpita.
(Proprio ora avrei voluto chiedere: Aura, mi ridici cos' che ti ricordi
di quando c' stato il terremoto?. Me ne parl un paio di volte ma adesso
non ricordo pi esattamente in che termini, tutto andato.) Io avevo seguito
il sisma tramite i notiziari e conoscevo molti giornalisti mandati su
dall'America Centrale per documentarlo, e alcuni erano tornati davvero
sconvolti. La mancanza di un'angolazione palesemente politica da appiccicare
al peggio che avevano visto, o almeno un vago collegamento a geopolitica
e guerra, sembrava rendere il tutto ancora pi devastante. Avevo
un amico, Saqui, che aveva visto pi guerre di qualunque altro coetaneo
di mia conoscenza: Afghanistan, Africa e Medio Oriente, oltre all'America
Centrale. Saqui mi raccont di quando era uscito dal suo albergo in avenida
Reforma la sera che era arrivato in citt a due giorni dal sisma, dell'aria
densa di smog, cemento polverizzato e fumo acre, e che nell'attraversare la
strada aveva visto, in una delle corsie chiuse al traffico, un piccolo cadavere
disteso sul marciapiede, una bambina in felpa, jeans e scarpe da tennis
che sembrava passata nella farina. La vegliavano due uomini adulti i quali,
mi disse il mio amico, gli avevano rivolto uno sguardo che lo avvertiva di
non fare un passo in pi, in modo cos doloroso e al contempo minaccioso
che lui aveva girato sui tacchi come se i due fossero stati armati, senza
neanche azzardare un'occhiata alle spalle finch non aveva raggiunto l'altro
marciapiede, dove poi si era voltato e aveva visto i due messicani ancora
ritti sulla morticina come se aspettassero l'autobus, e secondo lui era la
cosa pi tremenda, la pi triste che avesse mai visto. E le madri in lacrime
fuori dalle scuole crollate al momento del terremoto, nel bel mezzo della
mattinata di lezioni. Sedici scuole venute gi, migliaia di bambini morti:
scuole che avrebbero dovuto essere antisismiche ma non lo erano, conseguenza
diretta della corruttela nei rapporti fra il Pri e le imprese edili...
forse un'angolazione politica cera, se mai poteva essere di conforto. E i volontari
di tutto il mondo che si erano uniti a centinaia di migliaia di messicani
nella ricerca dei superstiti fra le macerie, e gli stremati evviva che si
alzavano ogni volta che se ne trovava uno. Tuttavia, ci che pi aveva sorpreso
Saqui era stata la rapidit e l'inesorabilit con cui la metropoli si era
imposta di tornare a vivere, i viali che si riempivano di traffico mentre gli
uomini talpa delle squadre di soccorso ancora scavavano e i gruppi di madri
ancora aspettavano in lacrime e il fetore della morte in citt si faceva
pi forte di giorno in giorno.
Tornavo a Citt del Messico almeno una volta l'anno. Instaurai con la
capitale un rapporto solido e fedele, ed ero stregato dai suoi misteri medievali,
perch c'era qualcosa nella citt post terremoto che assomigliava
proprio ai festeggiamenti per la fine di una pestilenza in una cittadina medievale,
con trionfi orgiastici e sacre rappresentazioni. Nel 1993 io e la mia
ragazza ci abitammo addirittura per un anno, a Coyoacn, dove di certo
incrociammo la quindicenne Aura che passava il tempo con altri adolescenti
trasandati e hippy nella piazza - ci andava quasi ogni fine settimana
- o sfogliammo qualcosa accanto a lei nelle librerie Parnaso e Gandhi,
o le passammo accanto mentre sferragliava in bici gi per il lastrico di calle
Francisco Sosa. Nel 1995, quando quella donna mi moll, lei rimase nel
nostro appartamento di Brooklyn e io mi trasferii laggi nella capitale, sentendomi
liberato da una relazione fallita ed esaltato all'idea di ricominciare
da capo, sorretto dalla sdolcinata fantasticheria che avrei ritrovato e sposato
la ragazza che avevo baciato sugli scalini del museo Tamayo dieci anni
prima. Ero esattamente quel tipo di romantico imbecille, e bench fossi
abbastanza sicuro di ricordarne il nome, Selena Yanez, non  vero che la
fortuna arrida sempre agli stolti, e infatti non trovai mai n lei n nessuno
che la conoscesse.
Negli anni successivi finii col passare pi tempo a Citt del Messico che
a New York, finch non mi fecero un contratto part-time al Wadley College:
l'idea era di abitare a Brooklyn solo quando insegnavo, e in Messico per il
resto dell'anno. Casa mia si trovava sull'avenida Amsterdam nella Condesa,
un enorme appartamento di cinque vani praticamente vuoti in un palazzo
vecchio di quasi un secolo e trascurato in ogni modo possibile dal suo proprietario.
(Che attualmente  in carcere: l'hanno arrestato qualche anno fa
perch riciclava il denaro sporco di una banda di sequestratori.) In cucina
c'era una perdita di gas costante; l'impianto elettrico era vetusto e pericoloso;
lo spugnoso pavimento di legno era dipinto di un vischioso marrone da
stabilimento balneare che si spellava; le portefnestre a riquadri, dagli infissi
farciti di tarli, mancavano di qualche pannello di vetro e lasciavano cos
passare la pioggia e talvolta un uccello sperso. Il mobilio si limitava al mio
letto da pochi soldi di Dormimundo, due tavoli, qualche seggiola e una cassettiera
che avevo trovato l. Davanti alle finestre della facciata cerano degli
alberi, e durante i piovosi, lunghi pomeriggi estivi pensavo sempre che
era il posto per scrivere pi tranquillo che avessi mai trovato. Quando mi ci
ero trasferito io, la Condesa era ancora un placido quartiere residenziale di
case piccoloborghesi, condomini art dco e qualche dimora signorile, con
vie alberate, parchi, piazze circolari con fontana e qualche antica panetteria
ebraica o caff slavo, ancora l dai tempi in cui la Condesa era popolata
da immigrati e profughi ebrei che poi avevano fatto fortuna e avevano traslocato
con le famiglie a Polanco e nei sobborghi. Ma era anche sull'orlo di
quella che poi sarebbe stata la rapidissima trasformazione nel quartiere pi
alla moda della citt e forse di tutta l'America Latina; mutamento scatenato,
cos si diceva sempre, dal ritorno degli artistoidi, bohmien, ambiziosi
e cocainomani figli nati in Messico da quegli stessi ebrei.
In quei miei primi mesi messicani, intanto che cercavo Selena Yanez,
vissi un'esaltante serie di brevi relazioni e seduzioni, proprio quel che pensavo
mi ci volesse perch dal college in poi avevo sempre avuto storie stabili,
una dietro l'altra o anche sovrapposte, in qualche caso. D., con la quale
mi trasferii a New York finita l'universit; Gus (ci sposammo e divorziammo
prima che compissi ventisei anni e ormai era probabilmente la mia migliore
amica); J.; poi M.; e alla fine S. Dopodich, quasi senza accorgermene,
mi ritrovai dentro all'ennesimo tira-ma-soprattutto-molla da incubo, il pi
opprimente, forsennato e distruttivo rapporto della mia vita. Lei era una
donna frustrata in maniera straziante, un'artista dotata ma verosimilmente
destinata a non realizzarsi mai, di tredici anni pi giovane di me, in volontario
e acrimonioso esilio dalla famiglia altoborghese, l'unica di quattro
sorelle a essere uscita di casa prima di sposarsi. A Citt del
Messico il fenomeno per cui le ragazze di una certa estrazione
andavano a vivere da sole
in appartamentini minuscoli, come le loro omologhe newyorkesi o parigine,
era ancora abbastanza recente. Per non sapeva proprio che fare di se
stessa. Fragilissima e piena di conflittualit, aveva anche un lato maniacale:
la prima volta che passai la notte da lei mi cacci la mattina dopo perch
in bagno avevo riappeso una salvietta al portasciugamani sbagliato.
Era una nina perversa, come amava dire di s, appassionata e bellissima, gli
enormi occhi scuri un bagliore opaco, e poi davvero timida e delicata sotto
quella corazza. Non avevo mai incontrato nessuno, credo, tanto bisognoso
dell'amore che poi inevitabilmente scansava; a quanto pare una cos la conoscono
tutti, ma io allora no. Non avrei dovuto capire che cosa mi aspettava
dopo la prima scopata a casa mia, quando lei dichiar che avremmo
fatto sesso per una settimana e poi mai pi? Per una settimana si present
coscienziosamente da me tutti i pomeriggi: suonava alla porta, io la vedevo
attraverso lo spioncino che si arrotolava nervosa una ciocca di capelli
attorno a un dito, e alla fine della settimana era sparita. Quasi ci diventai
matto, ad aspettarla sotto casa, a sfogarmi al telefono, a infilarle poesiole
d'amore su striscioline di carta ripiegate come quelle dei biscottini cinesi
sotto la targhetta col nome vicino al campanello. Un mesetto dopo cedette
e ricominciammo a vederci, ma la verit  che per Z. mi umiliai e mi incasinai
alla stragrande. Non c'era amico che non tentasse di convincermi
a fuggire dal supplizio di quella storia; che io ci abbia sprecato diversi anni
 la penosa dimostrazione che mi mancava qualcosa che ogni uomo maturo
ed equilibrato dovrebbe possedere, solo non sapevo cosa fosse. Quando
tutto fin per davvero dovetti affrontare, e avevo la sensazione che fosse
la prima volta, il fatto che per quanto potessi lasciarmi conoscere a fondo
da una donna, e facessi del mio meglio per amarla, questo non sarebbe necessariamente
bastato a farmi riamare da lei. Pian piano caddi in una lunga
depressione. Mi vedevo con qualche ragazza, venivo abbondantemente
respinto (bench quasi mai da persone di cui in effetti mi importasse), e
qualche volta fui io a respingere. In base a qualsiasi valutazione non illusoria,
non ero pi giovane: ogni anno conduceva a quello dopo e quello dopo
ancora, finch assommai cinque anni di solitudine, senza storie che durassero
pi di qualche settimana o giorno, e tutte inframmezzate da un anno
o anche pi. Procedevo col romanzo da trasognato pressappochista, senza
alcuna spinta o urgenza di finire; praticavo pochissimo
giornalismo; andavo in palestra; frequentavo posti tipo El
Mitote e El Closet, un locale di spogliarelli;
finivo in bettole after hours come El Bullpen, El Jacalito e altre di
cui non ricordo pi n nome n indirizzo. Ora ripenso a tutto quel periodo
come a una lunga prova generale di quello che sarebbe successo davvero,
della pena, la malinconia, la solitudine e la dissoluzione che erano ancora
lontane da venire e che forse ora non finiranno mai. In quegli anni mio
padre moriva lentamente. Ci mise moltissimo tempo a morire, fuori e dentro
gli ospedali per cinque anni all'incirca, lottando per la vita tra il panico
e la disperazione, il terrore assoluto della morte e grandi sofferenze, e io
venivo costantemente richiamato al suo capezzale a Boston ovunque fossi
- dal Messico, una volta da Barcellona, un'altra dall'Avana dove facevo alcune
ricerche - per quella che ogni volta doveva essere la fine, solo che poi
lui ce la faceva sempre.
Qualche sera dopo quella prima notte con Aura a Copilco, prima che
tornassi a New York, l'argentina a cui dovevo subaffittare l'appartamento
pass per lasciarmi un assegno e prendere le chiavi. Era una disegnatrice,
forse sui trentacinque, separata da poco dal marito messicano; aveva occhi
scuri tristi, una fossetta sul mento, sottili capelli diritti e biondastri, e portava
jeans dlav attillati e una camicia di flanella che lasciava intravedere
le ombre della scollatura. Sistemate le faccende della casa, uscimmo a bere
qualcosa, poi lei mi riaccompagn. Era tardi, la via era vuota e buia, e chiss
come finimmo per scopare proprio l nella sua auto, lei mont sopra di
me sul sedile del passeggero dopo essersi sfilata i jeans. Con lo sguardo alle
sue spalle notai, con grandissima sorpresa, la velocit con cui si appannava
il parabrezza e il bagliore del lampione oltre gli alberi sopra di noi, che
faceva splendere la condensa come ghiaccio rosato. Qual era l'ultima volta
che avevo scopato in macchina? Al college, credo. Era la prima volta che
facevo sesso da mesi. E ora perch quell'episodio del tutto inaspettato? Stavo
tornando alla vita? Non la rividi mai pi.
Una volta a New York, non mi affannai per rivedere Aura. Non direi che
fosse una strategia, ma qualcosa mi diceva che per avere una possibilit con
lei quanto meno non dovevo opprimerla. Si era rapidamente immersa nella
sua vita alla Columbia, ne ero certo: gli studi, i nuovi amici, brillantissimi
giovanotti di tutto il mondo... aitanti studiosi di robotica! Perch avrebbe
dovuto ricordarsi di me? Mi preparavo a non rimanere deluso, giurai che
non me la sarei presa con lei. Ero tornato da neanche una settimana quando
mia madre mi chiam per dirmi che pap era di nuovo in ospedale. Andai
su al Wadley, tenni le prime lezioni del semestre e poi mi diressi a Boston
nella calura di fine estate per vederlo. A quel punto avevo mandato ad Aura
un'e-mail per salutarla, e dal suo nuovo indirizzo di posta alla Columbia
lei aveva risposto con il numero di telefono. La prima volta che chiamai,
tanto nervoso ed eccitato che al posto dello stomaco mi sembrava di avere
un cesto di anguille impazzite, mi rispose la sua compagna di stanza, la
botanica coreana. Aveva una voce giovane e allegra che percorse la linea
telefonica come una folata di vento primaverile; Aura era sotto la doccia,
mi disse. Era sotto la doccia. Una frase che evocava di tutto: erano le sei o le
sette di una serata infrasettimanale, di norma non l'ora per fare la doccia
a meno che stesse per uscire, quasi certamente per un appuntamento...
galante o di qualunque altro genere sia oggi per una dottoranda, pensai tra
me, un appuntamento. Ancora adesso mi fa male pensarla impegnata in
quel tenero rituale per uno che non ero io: lei che esce dal bagno coi capelli
inturbantati in un asciugamano, un altro avvolto sul petto, che sceglie cosa
mettersi, si asciuga i capelli col phon, si veste, si esamina allo specchio, si
trucca, si toglie il vestito scelto e se ne mette un altro - uno meno carino e
provocante ma tagliato in modo da coprire il tatuaggio sole-luna tipo yin
e yang sul torace, sopra il seno sinistro, che ha da quando aveva quindici
anni - si rimette il lucidalabbra con la mano esperta di un calligrafo zen,
che gira per casa con i piedi ancora nudi o solo con le calze, in quello
stato di esaltazione repressa appena prima di andare incontro alla notte.
Lasciai il nome, chiesi alla coreana di riferire ad Aura che avrei richiamato,
e qualche giorno dopo lo feci. Parlammo un po' dei suoi corsi e dei docenti
- il capo del dipartimento, il peruviano pallido da cui aveva saputo al
colloquio che era stata presa, aveva accettato un posto nel Michigan e aveva
levato le tende, cos, zac! - ma sembrava contenta, mi disse che aveva dato
una festa per i compagni di studio del dipartimento, che a Spanish Harlem
era riuscita a trovare tutti gli ingredienti necessari per le ricette che aveva
preparato, persino gli sciroppi messicani in bottiglia e un grosso blocco di
ghiaccio con gli strumenti giusti per grattarlo e fare i raspados. Adorava
organizzare feste. Le chiesi se era libera per cena una sera di quelle. Lei mi
chiese se invece non potevamo vederci per pranzo. Io dissi che non vedevo
mai nessuno a pranzo perch mi spezzava le ore lavorative. Perch dissi
cos? Perch pensavo che la proposta di vedersi a pranzo fosse per lei un
modo di farmi sapere che pensava solo a un'amicizia. Non ci voleva molto, a
quei tempi, per scoraggiarmi. Prima di riattaccare lei mi ripet che di giorno
era sempre libera. Mi domando se alla fine avrei ceduto e sarei andato alla
Columbia per pranzare con lei, o per un caff pomeridiano all'Hungarian
Pastry Shop, e come la cosa avrebbe potuto influenzare i nostri destini.
Ma lo stallo fu interrotto dal rapido declino di mio padre: venne trasferito
dall'ospedale bostoniano in un cupo hospice convenzionato a Dedham,
appena fuori dalla Route 128. Il non detto era che quel trasferimento
significava che la fine era ormai vicina, ma pap era sfuggito alla morte cos
tante volte che io ero certo lo avrebbe fatto ancora, sebbene a quel punto
non lo volesse pi nessuno, e mia madre meno di tutti.
Il matrimonio dei miei era infelicissimo. Non li ho mai visti baciarsi,
neanche una volta. Lui aveva diciott'anni pi di lei. Quando ero all'ultimo
anno delle superiori finalmente si erano separati, come le mie sorelle
da anni suggerivano a mia madre. Ma la separazione non era mai diventata
un divorzio. Dopo la pensione, a settantanni, pap si compr un appartamentino
in condominio in Florida, dove passava l'inverno, per poi tornare
in auto nel Massachusetts ogni primavera. Aveva un appartamentino anche
a Walpole, ma dopo qualche anno lo vendette e ogni volta che tornava
a nord andava a stare da mia madre a Namoset, con la scusa che la mamma
non riusciva a gestire la casa da sola; pagare le bollette, il giardiniere eccetera.
A ottantasette anni, quando cominci ad ammalarsi e non riusciva
pi a fare i lunghi tragitti in auto, pap vendette anche l'appartamento in
Florida; e tornare a vivere con lui tutto l'anno, affrontare i suoi malanni e
il suo caratteraccio, strem mia madre al punto tale che nel giro di pochi
anni pareva vecchia e malferma quanto lui. Da giovane mio padre era stato
un atleta, giocatore di football alle superiori e semiprofessionista nel baseball,
ma negli ultimi anni, mentre il lentissimo cancro intestinale lo divorava,
aveva la magrezza devastata del decrepito Fidel Castro. Nel 1999 si era
strozzato con il suo stesso vomito nel sonno ed era stato otto giorni in coma,
dal quale si era miracolosamente risvegliato con un bagliore folle negli
occhi, le membra scarne elettrizzate dall'energia di uno scheletro ballerino.
Dal coma eredit vuoti di memoria e momenti di disorientamento, anche
se quattro anni dopo faceva ancora il cruciverba del Times tutti i giorni
e aveva un'opinione su tutto. Talvolta aveva delle uscite bizzarre e stranamente
aggressive, quasi che il coma avesse aperto una falla dalla
quale filtrava senza controllo una logica onirica, come quella
volta che parlavamo
al telefono dopo l'11 settembre e lui mi disse, Frankie, perch non sei fuori
a fare la guardia agli aeroporti? Non avevo idea di cosa intendesse. Frankie,
i giovanotti sono tutti a far la guardia agli aeroporti, tu perch non sei l?
A met settembre andai a trovarlo in clinica direttamente dal Wadley.
Stava in una camera che era una scatola di cemento ed era attaccato al
solito alberello di flebo, sacche per l'urina, monitoraggi. Mio padre
trascorse i suoi ultimi giorni in quel luogo orribile, per lo pi sdraiato su
un fianco a fissare il muro. Le infermiere erano brusche e incattivite; la
mamma mi disse che non ne aveva ancora trovata una gentile. Quando
gli chiesi che tipo era stata sua madre, pap scoppi in singhiozzi; non
l'avevo mai visto crollare a quel modo, proprio buuah-buuah. La nonna
era morta diversi anni prima che io nascessi, e non avevo mai nutrito
grande curiosit nei suoi confronti. Mio padre veniva da una famiglia di
immigrati russi che fuggivano dai pogrom; era tra gli ultimi di otto o nove
fratelli, ed era diventato maggiorenne durante la Depressione. Per tutta
la sua vita adulta, fino ai settantanni, aveva fatto l'ingegnere chimico per
un'azienda di prodotti dentali di Somerville, e usciva ogni mattina alle
sei e mezza per andare al lavoro. Sua madre, mi raccont quel giorno in
clinica, era una cazzo di stronza sboccata che litigava sempre con suo
padre e con i figli, rendendo la vita di tutti un inferno. All'incirca l'opposto
di come l'avevo sentita descrivere anni prima in quella che doveva essere la
versione edulcorata per ragazzi. Ma vederlo piangere cos, come per rabbia
impotente, mentre parlava di sua madre, mi sorprese anche di pi. Credo
avesse capito che se gli chiedevo della nonna poteva essere solo perch la
morte era imminente. Forse pens che il mio fosse puro opportunismo da
romanziere: meglio spremergli le informazioni adesso prima che vadano
perse per sempre. Aveva condotto quella che a qualcuno poteva sembrare
una discreta vita di merda, ma di certo era affezionato ai suoi piccoli
piaceri: l'orto e le aiuole fiorite, le scommesse su cavalli e football, i romanzi
di spionaggio e i libri di storia americana. A ottantasei anni andava ancora
in macchina fino a Fenway Park e comprava un posto in piedi per vedere
Roger Clemens che lanciava. Per molti versi se l'era cavata meglio di me:
si era comprato casa fuori citt, aveva contribuito a far studiare i figli,
aveva sposato una bellissima donna centroamericana, segretaria bilingue
nello stabilimento in cui lavorava quando si erano conosciuti e futura
maestra elementare, che non lo aveva mai veramente amato, proprio come
lui non aveva forse mai amato lei. A ogni modo, non essere stato amato
dalla moglie non gli stava per nulla facilitando il passaggio. Gli dissi che
sarei tornato la settimana dopo; avrebbe resistito, ne ero certo, e pensavo
forse addirittura un altro anno. Pap, tra non molto ci guardiamo insieme
i Red Sox alle World Series, dissi. Scherzavamo sempre sul fatto che lui
non avrebbe lasciato questa vita, non cera verso, finch i Sox non avessero
finalmente vinto il campionato. E non sarebbe successo quell'anno, il 2003,
anche se in quel momento sembrava ancora possibile. Avevo gi comprato
il biglietto del treno per andare a Boston nel fine settimana quando, seduto
nel mio cubicolo al Wadley College, ricevetti una chiamata sul cellulare
dalla clinica in cui mi comunicavano che era morto. Con lui non c'era
nessuno, era morto da solo, guardando quel muro, o cos me lo figurai io.
Si pu dire che non ebbi la possibilit di addolorarmi o portare il lutto per
mio padre, ma non credo che avrei comunque provato un gran dolore. Una
notte mi svegliai da un brutto sogno e lui era l seduto sul bordo del letto, solo
che al posto della sua faccia cera un ovale pieno d'ombra, come l'ingresso
di un buco nero. Fu poco pi di due settimane dopo il funerale che Aura
mi chiam e disse che doveva parlarmi urgentemente; aveva bisogno di un
consiglio per un problema. Voleva vedermi proprio quel giorno, ero libero?
Le dissi che potevamo vederci alle due da Barnes & Noble su Union Square,
e mi trovavo accanto a uno dei tavoli delle novit all'ingresso del negozio
quando mi raggiunse. Indossava jeans sbiaditi e una maglietta a righe sotto
una felpa con cerniera e cappuccio; con la frangia che le nascondeva un po'
gli occhi, il suo sorriso sembrava ingrandito. Portava a tracolla una borsa
di tela con lo stemma della Columbia, ed era anche pi magra di quando
l'avevo vista l'ultima volta in Messico un mese e mezzo prima. Le mie uniche
amiche mi si sono rivoltate contro!, sbott, e furono le prime parole che mi
rivolse. Ho fatto un casino pazzesco! Poi rise come imbarazzata di se stessa,
damigella nei guai. Proposi di uscire per andare a chiacchierare nel parco.
Era una bella giornata autunnale, soleggiata come il giorno del funerale di
mio padre, cielo di un limpido azzurro, qualche nuvoletta bianca, alberi a
chiazze di colore, l'aria frizzante e pulita, un bel tempo che faceva sembrare
Union Square, le dissi, i Giardini del Lussemburgo senza le statue delle
regine. Le regine sono scappate, continuai, per guarda, hanno lasciato
qui le lunghe vesti di pietra bruna per poter correre via, vedi? Vedi tutti
quei sacchetti di carta marrone gualciti contro il cordolo del marciapiede
e mescolati alle foglie, e appallottolati nei cestini dell'immondizia laggi,
e quello ritto proprio sulla panchina, accanto al signore che si mangia
il tramezzino? Sono gli abiti delle regine. Aura diede una lenta occhiata
circolare ai sacchetti di carta, come se quel che dicevo potesse essere vero,
e sorrise. E dove sono andate le regine?, chiese.  quel che tutti cercano di
scoprire, risposi. Be', magari potessi andarci anch'io, disse lei. Ci sedemmo
su una panchina e mi parl del suo problema con le amiche. Nei suoi primi
giorni alla Columbia due ragazze, amiche inseparabili, nessuna delle due
al primo anno, l'avevano adottata come proverbiale terzo incomodo. Una,
Moira, era in parte dominicana in parte di New York, mentre l'altra, Lizette,
veniva dal Venezuela. A un convegno di studi organizzato dal dipartimento,
Moira, bellissima mulatta ma anche neurtica totale e una piriche obsesiva de
controlar todo, si era presa una cotta per un tipo di Princeton venuto a fare
una presentazione sull'argomento della propria tesi, La rappresentazione
dell'infanzia in tre autrici latinoamericane. Qui partimmo per una breve
digressione sulle tre autrici: una, Clarice Lispector - ma Aura la chiamava
Clarice L'Inspector - piaceva moltissimo anche a me; poi lei apprezzava
Rosario Castellanos, che io non avevo mai letto; e aggiunse che la terza, di
cui non avevo mai sentito parlare, era praticamente l'unica contemporanea
che i docenti del suo dipartimento approvassero, e questo perch i suoi
romanzi si prestano benissimo a una lettura teoretica. All'inizio pareva
che anche il tizio di Princeton fosse interessato a Moira, e aveva persino
organizzato di rivederla il fine settimana successivo, ma da quando era
tornato nel New Jersey non faceva che telefonare ad Aura. Peggio ancora,
aveva persino mandato un'e-mail a Moira per dirle che se ne era innamorato,
arrivando al punto di dirsi vittima del flechazo, il dardo di Cupido, e Moira
aveva subito inoltrato il messaggio alla stessa Aura e all'altra amica, Lizette,
e forse anche ad altra gente nel dipartimento. Dopo una serie di scontri
terrificanti, Moira e Lizette avevano mandato ad Aura un'e-mail nella quale
rompevano formalmente i rapporti con lei, come se avesse firmato chiss
quale contratto di amicizia che adesso loro rescindevano. Aura era andata
a trovarle entrambe a casa, ma nessuno le aveva aperto, bench lei fosse
certa di aver sentito un brusio soffocato provenire da casa di Lizette. Perci
eccola qui, a neanche due mesi dall'inizio del semestre, senza amiche e
ingiustamente dipinta come una ruba-uomini.
Dopo un intermezzo di apparente saggia riflessione io le chiesi, Ma lui
ha scelto quel titolo di tesi perch gli interessa la questione femminile pi
di qualsiasi altra cosa, o perch vuole che lo pensino le donne?
Aura rise. Oddio, ci devono essere modi pi facili di rimorchiare, anche
nel mondo accademico, disse poi.  ossessionato da sua madre, e io sono
ossessionata da mia madre, e di questo abbiamo parlato. Ma il fatto che
uno sia ossessionato dalla madre non mi fa venir voglia di uscirci. Semmai
il contrario.
Be', io non sono ossessionato da mia madre, feci, cos almeno di quello
non devi preoccuparti.
La tracolla di Aura era appesantita dai libri e dal portatile. Andava in biblioteca?,
chiesi. No, ma aveva della roba da leggere. Non ci sarebbe pi stato
un giorno, per il resto della sua vita, in cui lei non avesse della roba da
leggere. Pensava di sistemarsi in un caff. Se le andava, le dissi, potevamo
andare da me a leggere un po', e poi l'avrei portata fuori a cena. Tornammo
a Brooklyn in metropolitana e passammo il resto del pomeriggio e la serata
seduti a casa mia, lei sull'orrendo divano a righe bianche e azzurre destinato
a essere il primo pezzo di mobilio che poi avrebbe gettato a mare, e
presto mi ritrovai cullato dal rapido ticchettio in sordina della sua tastiera.
Cenammo in un ristorante sulla Quinta Avenue a Park Slope, cucina
mediterranea; faceva ancora abbastanza caldo da sedersi all'aperto, in giardino.
Dopo tentai di baciarla per strada, ma lei distolse il capo con un sorriso
seducente. Cio, non aveva intenzione di baciarmi? Mi misi a ridere,
come se non me ne importasse un fico secco. Tornammo da me e facemmo
l'amore fino quasi all'alba e poi di nuovo in tarda mattinata dopo esserci
svegliati. Ma mentre se ne andava io dissi, testuale,
Ti rivedr?
Lei mi guard lievemente sconcertata e rispose, Ovvio che mi rivedrai.
Torn quella sera stessa.
...
.
...
Capitolo 13.
...
.
...
Mia madre e le sue amiche appartengono alla Generazione della Vaga Idea,
mi disse una volta Aura. Della realt, aggiunse poi: la
generazione postsessantottina arenata in una Citt del Messico che non aveva rivelato alcuna
somiglianza con le varie New York, San Francisco o Parigi di quell'epoca,
ma era la solita vecchia Citt del Messico, solo pi traumatizzata e disorientata
che mai.
Tra l'intellighenzia della Generazione della Vaga Idea si afferm un certo
entusiasmo per la psicanalisi. Le speranze per un'organizzazione della
vita pi alta, pi giusta e poetica - secondo Aura - ora andavano cercate e
perfezionate nel nocciolo intimo dell'individuo ed entro il ristretto circolo di famiglia nucleare e amici pi stretti, prima di poterle diffondere, un
giorno o l'altro, anche tra le masse. Certi strizzacervelli messicani erano
oggetto quasi ossessivo di discussione e pettegolezzo, nella cerchia di amici
e colleghi di sua madre e di suo zio. Alcuni seducevano e intrattenevano
relazioni amorose con le loro pazienti. E tra gli appartenenti a quella generazione
divenne una moda, mascherata da dovere illuminato, mandare in
analisi le proprie domestiche: donne e ragazze quasi senza eccezione analfabete
e poco istruite. In Messico, ovviamente, anche una segretaria poteva
permettersi di assumere una cameriera almeno a mezza giornata, vista
l'esigua paga dei lavoratori domestici. Lo zio di Aura fu uno dei primi a
mandare la muchacha che viveva con loro dall'analista di famiglia: se lui,
la moglie e i figli erano in terapia, aveva spiegato Leopoldo, la Gestalt domestica
poteva solo giovarne se ci andava anche la serva.
Sono questi i fatti che ispirarono il romanzo a cui Aura lavor nel suo
ultimo anno di vita e che aveva provvisoriamente intitolato Memorie di una
dottoranda. La protagonista del romanzo si chiama Alicia ed  una ragazza
di Citt del Messico che fa un dottorato in letteratura a New York. Alicia
non vuole fare la professoressa, ma non ha il coraggio di opporsi alla madre
e seguire il suo sogno segreto. Non sempre la vera Aura aveva nascosto
alla madre il proprio desiderio di scrivere, ma sapeva di non avere la sua
approvazione. Juanita era convinta che la figlia dovesse concentrare tutte
le sue brillanti energie nella carriera accademica, se voleva aver successo.
Aura termin due capitoli del romanzo e ne lasci diversi frammenti.
Il primo capitolo parla dell'infanzia di Alicia in Messico. Conosciamo sua
madre Julieta, la domestica Irma e l'ex fidanzato di Julieta, Marcelo Diaz
Michaux, uno psicanalista appena rientrato a Citt del Messico dopo anni
di studi ed esercizio della professione in Francia. Nel corso del romanzo
Marcelo Diaz Michaux avrebbe insistito con Julieta perch la domestica, Irma,
diventasse sua paziente, e poi l'avrebbe mandata in un utopistico manicomio
sperimentale in Francia. Come la vera Ursula, Irma  un donnino
minuscolo, allegro e ciarliero a cui viene attribuito il corpo di un ragazzino
di dieci anni, anche se lei ne ha quasi quaranta. Ricordo Aura che ride
al pensiero di come sarebbero state le prime sedute di Irma con Marcelo.
La domestica come testimone dei segreti della famiglia, e pi intima amica
e confidente nei pomeriggi di una ragazzina solitaria: anche queste cose
rientravano nel progetto di Aura.
Anche la casa di cura sperimentale in Francia aveva una controparte:
un rinomato istituto a poche ore da Parigi chiamato La Ferte. Aura aveva
gi avviato una corrispondenza con l'ottantasettenne direttore, in vista di
un soggiorno nel quale raccogliere materiale per il romanzo. Avevamo programmato
di andare alla Ferte l'anno seguente, nella primavera del 2008.
Questi sono gli ultimi frammenti di romanzo scritti da Aura, che in seguito
trovai sul suo computer salvati come documento a parte:
Marcelo Diaz Michaux:
Julieta anche da madre morta mi ha giocato veramente un brutto tiro. E ora
non c' modo di batterla... anche se la partita non  ancora finita. Io sono
giovane - i sessanta sono i nuovi trenta - e lei  morta, quindi chi vince?
D'accordo, mi ha lasciato senza un tetto insieme a mia moglie Alicia e alla
creatura, decidendo all'ultimo momento di destinare la casa alla nostra cameriera
di sempre, Irma Hernndez, che adesso sta in Francia, da qualche
parte fuori Parigi, e l sto andando proprio ora.
Personaggi
Marcelo Diaz Michaux
 nato nel 1946 a Citt del Messico da un diplomatico e una casalinga devota.
Viene cresciuto a Citt del Messico (soprattutto) dalla madre. Ha frequentato
il liceo francese (in Messico) dove ha conosciuto Julieta. A ventisei
anni va a studiare psichiatria alla Sorbona. Due anni dopo, quando riceve
l'invito al matrimonio di Julieta, inizia il suo declino. Quindici anni pi tardi
torna in Messico dove apre uno studio in cui pratica una sorta di psicoterapia
lacaniana. Parallelamente inizia a lavorare a un saggio sulle nuvole
come costruzione ideologica.
Alicia, figlia di Julieta
Nata nel 1977: fronda, anelli, naufraga, rotta di collo, lasciva, matassa, strillo,
grotta, coscia di pollo, zolla, crochi, usurpare, fremito, sdrucciolare, tonta,
scroccare, limosina, tela tessuta di ragno.
Nel 2008 Alicia ha trentun anni.
Alicia ha la stessa et che avrebbe avuto Aura se fosse vissuta altri nove mesi,
fino al 24 aprile, giorno del suo compleanno, nella primavera del 2008.
Se tutto fosse andato secondo i nostri piani, saremmo andati alla Ferte nella
primavera del 2008 e Aura sarebbe stata incinta.
Ero io il modello per Marcelo Diaz Michaux? All'apparenza non abbiamo
molto in comune. Aura l'aveva fatto dieci anni pi vecchio di me, cosa
che poteva costituire un'espressione d'ansia, o forse un'ansiosa frecciata,
sulla nostra differenza di et. Ovviamente Julieta non poteva essere molto
contenta che quel deficiente del suo ex fidanzato avesse sposato la figlia.
Ma come eminente strizzacervelli parigino, Marcelo aveva certo molti pi
soldi di me. E quindi in quell'estate del 2007 Alicia e Marcelo sarebbero
andati in vacanza a Tulum o in qualche altra localit dello Yucatn, come
per esempio la Riviera Maya, con il suo tranquillo Mar dei Caraibi, e non
in una spiaggia da hippy piena di onde tumultuose sulla costa del Pacifico,
nell'Oaxaca. Ed essendo andata a Tulum anzich nell'Oaxaca, Alicia  ancora
viva nella primavera del 2008, quando compie trentun anni. Perch io
e Aura non siamo andati a Tulum quell'estate, dove avevamo passato cinque
giorni nel 2004, invece di scegliere le spiagge dell'altra costa? Perch io
non potevo permettermi di affittare casa per due settimane a Tulum, mentre
nell'Oaxaca s.
fronda
anelli
naufraga
rotta di collo
lasciva
matassa
strillo
grotta
coscia di pollo
zolla
crochi
usurpare
fremito
sdrucciolare
tonta
scroccare
limosina
tela tessuta di ragno
Ho mandato a memoria quell'elenco e ci ho meditato spesso su, a volte concentrandomi
solo su una parola finch non ci ritrovavo Aura dentro, e allora
ridevo, come se lei fosse l con me e condividessimo la stessa risata su
quel che aveva inteso dire con coscia di pollo. Oppure salmodiavo la lista
e aspettavo quel che veniva: immagini, ricordi, altre parole, visioni.
Grotta: cenote. Lungo la sterrata appena dopo il nostro albergo di Tulum e
prima di entrare nella Riserva della biosfera maya, a lato della strada c'era
un piccolo cenote, una fenditura apparentemente senza fondo riempita dalle
acque cristalline di un fiume sotterraneo. Avevamo parcheggiato l'auto
a noleggio - eravamo gi in costume - ed eravamo scesi per andare a farci
il bagno con i ragazzini del posto che si arrampicavano sugli alberi torti
lungo le rive per poi tuffarsi in acqua. Feci lo stesso anch'io, suscitando timidi
sorrisetti e anche risate piene nello scaraventare per aria pancia-pelosa-sporgente-sopra-costume
e largo-torace bianco-inverno, per poi finire
in acqua tra mille schizzi e spingere a tutta forza con braccia e gambe per
vedere quale profondit sarei riuscito a raggiungere in quelle fredde acque
violacee finch, travolto dalla paura di cacciarmi per sbaglio in una grotta
chiusa e non essere pi in grado di uscirne, mi girai e presi a scalciare freneticamente
verso l'alto. La penisola dello Yucatn, cos avevamo letto sulla
guida,  un'unica immensa placca calcarea schiacciata milioni di anni
fa da un meteorite gigante, il cui impatto gener vaste fessure e crepe dalle
quali passa l'acqua piovana per riempire i fiumi che scorrono sotto la superficie
arida della penisola. Ogni volta che crolla la roccia sopra a un vuoto
acquoso, o che lo spostamento delle zolle tettoniche apre una fenditura negli
strati calcarei, si forma un cenote.
Porta degli inferi, cos io e Aura sentimmo una guida, rivolta al suo
gregge di visitatori-tutto-compreso in un sito archeologico maya, definire
un cenote la cui superficie color verde pisello nascondeva le profondit
oscure di un pozzo senza fondo e scheletri di vittime sacrificali alle quali
era stato strappato il cuore. E Hell-Ha fu il nome che Aura diede al parco
tematico maya di Xel-Ha, un'affollata trappola per turisti dove andammo
attratti dalla promessa di trovare lagune e cenotes in cui fare immersioni,
anche se sott'acqua cerano molte pi paia di gambe umane scalcianti e pendule
da camere d'aria che galleggiavano sulle nostre teste che non pesci da
vedere, pi una moltitudine di cartacce traslucide alla deriva.
Ma cera anche la piccola laguna, laghetto o stagno che scoprimmo un pomeriggio
nella riserva maya. Ci eravamo spinti all'interno su un'altra strada
sterrata piena di solchi fangosi e buche acquitrinose, costeggiata da un
ininterrotto groviglio di giungla, quando sulla destra vedemmo una piccola
area di parcheggio e una torretta d'osservazione dipinta di giallo fluorescente
che svettava sopra gli alberi bassi come una postazione da bagnini
che si fosse persa. Parcheggiammo, scendemmo e seguimmo il sentiero fino
a raggiungere la torre, poi salimmo la scaletta a zig-zag fino alla piattaforma
in cima. Fu una sorpresa vedere l'azzurro del mare caraibico a non
pi di duecento metri, oltre la volta di giungla al di l della strada; e poi, essendo
pi tardi di quanto credessimo, il sole che cadeva nel cielo pulsando
di arancione.
Una volta scesi, anzich tornare a Tulum seguimmo il sentiero fino a
quella laguna nascosta, dove ci mettemmo a sedere su un basso pontile di
legno, soli, e presto ci trovammo a guardare gli iridescenti colori pastello del tramonto diffondersi sull'acqua e avvampare nel cielo sopra la striscia
di giungla tra noi e l'oceano, in un palpitare di richiami d'uccelli, come
se ognuno di quegli alberi e piante incandescenti nascondesse un paio di
chiassosi pennuti, ed entrambi eravamo assorti in personali, pacifiche meditazioni
su quanto fosse pazzesco e sublime ci di cui eravamo testimoni,
riempiti tutti e due da un senso di solitudine e mistica meraviglia che poi
conflu in una comune solitudine e mistica meraviglia. Era come se ci fossimo
appena sposati in una cerimonia segreta officiata dagli uccelli. A volte
penso che se davvero i cenotes fossero porte degli inferi e io potessi varcarne
una per riunirmi con Aura,  sulle rive di quella laguna nella giungla che
riemergerei, e l la troverei ad aspettarmi.
D'accordo, Hell-Ha, mi amor. Nessun ricordo felice che non sia infetto. Un
ceppo virale saltato dalla morte alla vita, che arretra vorace fra tutti i ricordi
obbligandomi a desiderare che niente, del mio passato, sia mai accaduto.
Ma io sono come un piantone che continua ad appisolarsi all'ingresso della
quarantena e lascia uscire fiotti di ricoverati. Eppure  tristissimo rimanere
qui solo con le mie versioni. Aura non pu dire: ma non  andata cos,
mi amor, semmai era cos. Un giorno sarebbe stata lei, con le mie mani ossute
tra le sue, a condurmi tra i ricordi del nostro innamoramento: la dolce
euforia di svegliarmi e trovarmela accanto nel letto. L'appartamento che si
riempiva di musica che non avevo mai sentito prima, musica di donne, intelligente,
melodiosa - Belle & Sebastian - nelle mattine pi felici della mia
vita fin l. (Quattro anni dopo non ero ancora riuscito a farmene una ragione,
della quotidiana sorpresa della felicit.) Quelle prime sere che si fermava
da me Aura si portava i suoi CD. Dear Catastrophe Waitress, Wrapped
up in Books, Judy and th Dream ofHorses, e poi
If you find yourself caught in love
Say a prayer to th man above
Thank him for every day you pass
You should thank him for saving your sorry ass.'
Stava succedendo davvero? Nella mia vita? Non riesco pi a sentire certe
canzoni senza che mi vengano le lacrime agli occhi. I Soda Stereo, Charlie
Garda, gli Smiths, i Pixies, le ooioo; i suoi amatissimi Beatles e Dylan. E
io, cos'ho fatto conoscere ad Aura? Iggy Pop e gli Stooges, credo. Te quiero
aun mas hoy que ayer, Oggi ti amo anche pi di ieri; erano queste le prime
parole che le dicevo ogni mattina, come la scaramanzia vuole che a Capodanno
si dica per prima cosa ad alta voce rabbit rabbit rabbit. Passarono
mesi prima che venisse la mattina in cui mi scordai di dirlo. Per un paio di
minuti Aura si finse sdegnata, Che c', ti stai gi disamorando? La mattina
seguente me ne ricordai, ma in meno di un anno quella reiterazione prese
infine a sembrarci troppo automatica. Per non era una cosa da buttare come
roba smessa, cerano ancora mattine in cui desideravo particolarmente
che me lo sentisse dire o in cui avevo semplicemente voglia di dirlo io.
Una mattina di quella prima o seconda settimana lei mi accompagn dal
letto allo stereo, mise su il suo CD di Bjrk e lo fece andare avanti fino a It's
Oh So Quiet, la canzone che parla dell'innamoramento, dove il sussurro
iniziale, tutto uno shh-shh di Bjrk, esplode poi in strilli euforici: wowww
wowww... this is IT!!! Io riuscivo a ispirare una cosa delgenere(*). A Bjrk
somigliavano l'obliquit e la forma degli occhi di Aura, la piega dei capelli,
l'aria da folletto birichino. Un'altra sera, seduta in braccio a me, mi lesse
una poesia dal libro di Carol Ann Duffy che aveva portato con s: Alla fine
dell'infanzia, le case s'esaurivano [...]finch non si arrivava al limite del bosco.
Ed era in una radura in quei boschi che la voce narrante della poesia,
Berrettino Rosso, per la prima volta adocchiava il lupo. In quel suo modo
strascicato il vecchio lupo, il muso sporco di vino, recitava le sue poesie, il
libro stretto nella zampa irsuta - Aura abbassava la voce su quegli accenti,
le punte delle calze nere arricciate sulle dita dei piedi che si alzavano ogni
volta ritmicamente come orecchie di gatto allertate da un
rumore. Che occhi grandi aveva, che denti!, ah ah uh, feci in
modo [...] che mi offrisse da bere,
il mio primo drink. Perch Berrettino Rosso vuole andare con il vecchio
lupo? Aura premette la fronte tiepida contro la mia: La poesia. Ecco perch.
Lo ripet: la poesia. Anche Berrettino Rosso vuole diventare una poetessa.
Qual ragazzina non ama teneramente un lupo?
... intonato con effervescenza e protratto come il ritornello di un amatissimo
inno rock. Tranne che poi la poesia non finisce bene, almeno non
per il lupo. Dopo dieci anni passati ad ascoltarlo che si esibisce sempre nelle
stesse canzoni, incapace di trovare una voce propria, Berrettino Rosso lo
squarta dallo scroto alla gola con un'ascia, e l dentro ritrova le ossa della
nonna. Oh no, dissi io, Ti prego, amore mio, non farmi cos, non a me, io
non reprimer la tua voce, io non sono un vecchio lupo di quelli!
La nostra prima domenica a New York insieme andammo da Katz's Deli
dove Aura mangi il suo primo sandwich al pastrami. Da l pensavamo di
andare al Metropolitan Museum, poi magari fare una passeggiata nel parco,
bere qualcosa in un albergo romantico, vedere un film, e poi cenare tardi
da qualche parte. Da Katz's i panini sono enormi, perci le suggerii di
prenderne uno da dividere e poi ordinare la zuppa di matzah per due visto
che non aveva mai provato neanche quella; ma l'assaggio di pastrami che le
diede il barista le piacque talmente tanto, ed era cos esaltata dall'aspetto di
quei panini, con la carne succulenta che usciva da tutte le parti, che ne volle
uno tutto per s. Lo divor e poi, fuori davanti a Katz's, cominci a dire
che le faceva male lo stomaco. Aveva lo sguardo confuso, il viso contratto,
e quando le premetti le labbra e il naso sulla guancia la sentii umida, e sapeva
un po' di senape e grasso di carne. Uuuhh, gemeva intanto lei, piegata
in due a tenersi la pancia, Devo andare a casa. Intendi a casa mia?, feci
io. Annu. Fermai un taxi e tornammo da me a Brooklyn, dove Aura pass
il resto del pomeriggio a letto, mentre io le facevo bere l'Alka-Seltzer, correvo
al supermercato a comprare la camomilla, leggevo, guardavo un po'
di football senza audio mentre lei pisolava, le accarezzavo l'interno dell'avambraccio
come gi sapevo che le piaceva, sfiorandola su e gi come una
piuma con la punta delle dita. Verso sera si sentiva meglio, e per cena ordinai
al cinese dietro l'angolo una minestra di riso e pollo per lei, spaghetti
di riso ai gamberetti per me e ci guardammo un DVD. Mi ero praticamente
dimenticato che si poteva passare una domenica nel modo in cui io e Aura
passammo quella.
Adesso, ogni volta che sono dalle parti di Katz's Deli, mi fermo muto e
confuso a guardare quel marciapiede, il lungo cordolo nero e serpentino
e l'aria vuota al di sopra. A volte vado proprio sul punto dov' successo e
mormoro, Intendi a casa mia? Scendere nei ricordi come Orfeo per riportarne
fuori Aura viva per un attimo,  questo il disperato proposito di tutte
le mie piccole e futili liturgie e messe in scena.
Per festeggiare i cinquantanni di Juanita, le due tas Lupe e Cali, e alcuni
amici fra cui il dentista di Aura da bambina, avevano invitato lei e Rodrigo
per un weekend lungo a Las Vegas. Aura aveva lezione sia il venerd che il
luned, perci noi prendemmo il volo del sabato mattina, giusto per andare
a cena con sua madre quella sera e rientrare il giorno dopo. Las Vegas 
dominata da una montagna nera dalla cima piatta, o forse  un butte, che si
staglia dal deserto del Mojave contro l'orizzonte come un gigantesco furgone
nero in un parcheggio vuoto, rovente e lucido nel sole abbacinante. Aura
e io stabilimmo che irradiava malvagit, diffondendola sulla citt scintillante
in archi continui, come una pip di gatto a lunga gittata. Il nostro tassista
si rese almeno in parte responsabile di quella nostra prima e duratura
impressione, per come si allontan dall'aeroporto neanche avesse l'ordine
di consegnarci nel pi breve tempo possibile alla sinistra altura dove il suo
Signore e Padrone, giudice e sovrano del nostro destino, ci aspettava in una
caverna. Si slanci a tutto gas gi per un viale lunghissimo alle spalle della
vitrea strada dei casin di Las Vegas, sgommando con un balzo dopo ogni
semaforo rosso, come posseduto dalla collera, come se gi conoscesse il nostro
destino e fosse impotente a evitarlo. Aura si era aggrappata al sedile,
senza fiato; ci scambiavamo sguardi allarmati. Il tassista, stando al cartellino
identificativo, si chiamava Boguljub, e il taxi era un Suv con un pannello
elettronico attaccato dietro i sedili anteriori, che non faceva che amplificare
quel delirio claustrofobico con pubblicit di spettacoli, case da gioco e cene
a base di carne con lo sconto. Superammo un cartellone per lo spettacolo
dei famosi ammaestratori Siegfried e Roy, I signori dell'impossibile, anche
se uno dei due, non ricordo pi quale, era stato sfigurato e quasi ucciso
un mese prima proprio da una delle loro tigri; un esemplare bianco che
aveva trascinato il povero Siegfried o il povero Roy per tutto
il palco tenendogli il collo tra le fauci serrate e
sbatacchiandolo, ricordo che disse il telegiornale,
come una bambola di pezza. (Come e perch  sopravvissuto,
lui). L Boguljub svolt a sinistra, pedale a tavoletta mentre sfrecciava per
la traversa che portava al nostro albergo, il Venetian; alla fin fine, non stavamo
andando verso la montagna. Belzeb, ovviamente, lo ribattezzammo
io e Aura da quel momento in poi, anche se con i capelli rossicci e gli
occhi celesti somigliava meno lui al tassista con la testa a incudine, terrore
dell'infanzia di Aura, che non la malefica montagna.
L'avvertimento di Lola, secondo cui Juanita avrebbe potuto separare Aura
da me soltanto esigendolo, mi aveva talmente preoccupato che nemmeno
ricordo il momento del nostro incontro. Hola Ma, lui  Francisco, e io
nel mirino di Juanita per la prima volta: nessuna memoria di quell'istante.
Sono dovuto andarmi a riguardare le foto che scattammo con la macchina
usa e getta. Juanita, Rodrigo e Aura seduti al tavolo con sopra i regali
ancora da scartare e i cocktail, Juanita che mostra una maglietta rosa con
la scritta New York City a brillantini e sorride come se fosse davvero un
regalo eccezionale. Aura era un'insofferente che comprava i regali sempre
all'ultimo minuto; negli anni seguenti spesso sono stato io a scegliere i regali
per i suoi genitori. Nelle foto c' anche un vasto atrio vetrato, Juanita
rossa in viso e felice, Rodrigo con un berretto da baseball calato sugli occhi,
Aura che sembra un incrocio fra Audrey Hepburn e una studentessa-bene
in maglioncino crema, gonna di lana grigia, i capelli tagliati a caschetto
morbido, felice di stare con la mamma. A me non badarono pi di tanto.
Forse per timidezza, loro e mia, ma forse anche perch ero solo il fidanzato
di turno; i fidanzati di Aura venivano e andavano, io che avevo di diverso?
Magari non sapevano ancora la mia et, e che in meno di tre anni avrei festeggiato
anch'io i miei cinquanta. Aura stravedeva per sua madre, belava
Ma-a-amiii e la faceva ridere da matti, mentre il cupo distacco che Rodrigo
celava sotto il contegno calmo e silenzioso io non lo percepivo ancora. A
un certo punto beccai Juanita che mi fissava dall'altra parte del tavolo, poi
per distolse lo sguardo accorgendosi che l'avevo notata. Ma quando pi
tardi la ribeccai, credo che si fosse gi fatta un'idea. Io e Aura, come altri
innamorati persi, eravamo in grado di escludere tutti e scoppiare a ridere
vicini vicini per una cosa qualunque che aveva detto l'altro in una situazione
qualsiasi. La prima volta che colsi Juanita a osservarci in un momento di
quelli fu un mese e mezzo dopo in Messico, invitati da Leopoldo al pomposo gal di San Silvestro al Saln del Lago, e aveva un'espressione pi pensosa
e triste di quando aveva fissato solo me. Sembrava un materno Prospero,
ogni potere svanito, che spia impotente Miranda e Calibano stretti stretti
in un'inspiegabile estasi d'amore.
Ma a Las Vegas io vedevo solo Aura e non ricordo di essermi preoccupato
molto della reazione di sua madre nei miei confronti. Gran parte delle
altre foto di Las Vegas le scattammo nella nostra pacchianissima camera
al Venetian: io appollaiato a gargolla in cima a una poltrona che pareva un
soglio papale, Aura che si sparava pose da aristocratica avvolta nel sontuoso
accappatoio dell'albergo fra i mobili pretenziosi. Un'altra di lei dopo l'amore,
seduta a letto contro i guanciali impilati, l'accappatoio scostato che
scopre il piccolo tatuaggio e la curva morbida del seno, lo sguardo vagamente
assonnato ma sicuro e diretto all'obiettivo: uno sguardo da axolotl.
Quel pomeriggio, a un tavolo da blackjack nel casin del Bellagio, con la
prima puntata della sua vita Aura vinse cinquanta dollari. Figlia della fortuna!
Ci eravamo ritrovati con i suoi genitori, le sorelle Hernndez e i loro
amici - fino a quel momento li avevo a malapena intravisti, erano sempre
a giocare d'azzardo o a far compere - per andare alla cena di compleanno.
Il Bellagio sembrava infinito e sontuoso quanto il Louvre, un salone dopo
l'altro di tavoli da gioco, bar, ristoranti, negozi e turisti che scattavano foto.
Un attimo io e Aura camminavamo insieme agli altri, assorti nella nostra
conversazione, e l'attimo dopo ci guardammo intorno ed eravamo soli tra
la folla, del tutto svaniti Juanita, Rodrigo, le tas e i loro amici, tutti quanti.
E noi non sapevamo verso quale ristorante fossimo diretti n a che nome
era stata fatta la prenotazione.
Per quasi due ore vagammo da un locale all'altro - minimo dieci, ma
forse di pi - a scorrere gli elenchi delle prenotazioni e implorare i boriosi
direttori di sala perch ci lasciassero fare un'ultima volta il giro dei tavoli.
Rifacemmo tutto il giro due e poi tre volte, dentro l'immenso Bellagio: la
terza volta che passammo da Le Cirque fummo allontanati con un secco I
suoi genitori non sono qui, prima ancora che potessimo aprir bocca; ed eravamo
andati fino a Las Vegas apposta per quello, per cenare con Juanita il
sabato sera. Alla fine sospendemmo le ricerche e ci fermammo a un bar del
casin per bere qualcosa. E se non rivedessi mai pi la mamma?, chiese Aura.
E comunque dove siamo, Francisco? Cercai di rassicurarla. Ma sapevo
che a Las Vegas nulla era impossibile e i titoli dei giornali - Bellagio, coppia
messicana con amici svanisce senza lasciare traccia - mi balenavano gi in
mente come sulla bacheca elettronica nel taxi di Belzeb. Tornammo a perlustrare
il casin in un apatico stordimento, mano nella mano come bambini
timorosi di essere separati. Pass un'altra mezzora. Cmo se dice una
cobija de indios?, chiese Aura all'improvviso, ma prima che potessi risponderle
aggiunse, Coperta indiana?, Se dice asi, poi lanci un gridolino: ecco
l Rodrigo proprio davanti a noi, una manona su ciascuna delle nostre
spalle vicinissime, quasi a impedirci di scappare. Era uscito dal ristorante
per venirci a cercare; ci avevano aspettato a lungo, ma alla fine avevano
mangiato. Forse facevamo ancora in tempo per il dolce. Rodrigo ci port
verso un ristorante a buffet che sembrava una mensa e che noi non avevamo
neppure notato. Altra felice scena di ricongiungimento tra Aura e la madre,
e con le tas. Dopo facemmo una passeggiata fuori, lungo il viale tutto
neon con le fontane illuminate e la finta torre Eiffel. Il giorno dopo in tarda
mattinata io e Aura ripartimmo per New York. In aereo, mentre lei studiava,
mi guardai un film su un cavallo da corsa. Nelle scene clou di gara,
con i cavalli in fuga precipitosa sul rettilineo delle tribune, presi a saltare
su e gi anch'io come un fantino, ma non me ne accorsi finch non sentii
una gomitata, mi voltai e vidi Aura che mi imitava, saltellando sul sedile
ed esagerando con lo sguardo fisso sullo schermo la mia espressione assorta,
per poi mettersi a ridere e baciarmi mentre io mi sganasciavo: il vincitore
a sorpresa, in sella al mio cuore rallegrato, gi per la pista chiazzata di
sterco fino al tondino della premiazione!
Circa un anno dopo che Aura non cera pi, sua cugina Fabiola mi disse che
Juanita aveva cercato di persuaderla a lasciarmi. Aura l'aveva raccontato a
Fabis, ma non a me. Deve capirlo, le aveva detto, sono innamorata. Fabis mi
disse inoltre che quando era andata a trovare Aura alla Brown, Juanita telefonava
alla figlia praticamente tutte le mattine alle otto per discutere con
lei i programmi per la giornata, come procedeva la tesi e cos via. Ero molto
sorpresa, disse Fabis, per la dolcezza con cui Aura trattava la madre quando
chiamava, anche se magari la sera prima avevamo fatto tardissimo, e ricordo
di aver desiderato che anche mia madre si preoccupasse cos per me,
sebbene adesso le sia grata per non averlo fatto, per aver rispettato la mia
libert. Dopo che Fabis aveva accompagnato Aura a New York per aiutarla
a sistemarsi alla Columbia, Juanita le aveva telefonato per ringraziarla; le
aveva fatto risparmiare, disse, le dieci sedute di analisi che le sarebbero servite
se Aura fosse partita per New York da sola. Che avr voluto dire?, mi
chiese Fabis. Dieci sedute di analisi? Ancora oggi non riesco a capirlo, disse.
Il suo racconto mi colp perch conteneva forse la chiave di una scena
che mi aveva turbato a lungo, anche se non sapr mai cosa l'avesse innescata.
Un giorno ero tornato a casa con un amico e avevo trovato Aura seduta
a gambe incrociate sul pavimento della cucina, tutta china in avanti con il
telefono stretto in mano, che piangeva e ripeteva in tono molto angosciato,
No, Mam...
no, Mam...
Nooo...
No, Mam, no. ..
L'amico e io ci chiudemmo adagio la porta alle spalle e andammo a comprare
una bottiglia di vino in Atlantic Avenue, diversi isolati pi in l. Al
nostro rientro Aura non era pi al telefono e non pareva neanche molto
scossa, solo un po' abbattuta. Pi tardi le chiesi qualcosa e lei si limit a rispondere,
Oh, niente. Sai com' mia madre... Ma io ricordo di averla vista
cos sconvolta giusto un altro paio di volte. Sua madre dev'essere particolarmente
disperata, pensai allora, forse ha addirittura minacciato il suicidio,
certo senza averne davvero l'intenzione, ma spaventando a morte la figlia.
Nessuno odia Romeo pi della madre di Giulietta: era questa la battuta
che mi tenevo in canna se Aura avesse mai tirato in ballo l'ostilit di sua
madre nei miei confronti. Ma lei non lo fece, e io non dovetti mai servirmene.
Adesso, grazie a Fabis, sapevo. Ma per Aura non poteva certo esser stato
facile ignorare il consiglio materno. Non poteva certo esser stata semplicemente
questione di, Ma io lo amo, Mami, e questo  quanto. E c'era stato
un altro episodio che avevo quasi dimenticato. Eravamo in Messico per il
mese di vacanze natalizie, ed erano meno di tre mesi che stavamo insieme
anche se gi convivevamo a Brooklyn. Abitavamo a casa mia,
nella Condesa (l'argentina a cui avevo subaffittato era tornata col marito dopo neanche
due mesi). Dopo che avevo tanto magnificato l'appartamento - praticamente
un piano intero con vista in un soleggiato palazzo fiorentino - Aura
era rimasta molto delusa. Non vedeva alcun fascino nelle portefinestre
scassate con i vetri crepati o mancanti, nella finestra della cucina che dava
su un buco di patio dove nella stagione delle piogge figliavano le zanzare,
nel perenne odore di gas che veniva dalla stessa cucina, nei rozzi mobili di
falegnameria comprati in un qualche mercatino, e il peggio di tutto era la
camera senza finestra e con tutto uno spiaccichio essiccato di zanzare sui
muri e sul soffitto, risultato delle molte orrende notti insonni che negli anni
avevo passato in piedi sul letto o a caccia per la stanza armato di scacciamosche
o di giornale arrotolato. Probabilmente era la prima volta che la
deludevo cos tanto. Cosa significava? E se anch'io fossi stato come quella
stanza? Uno sciatto, vecchio babbeo romantico, dall'entusiasmante potenziale
sbugiardato sottoforma di tetra e asfissiante gabbia di pareti assassine
con dentro un letto dozzinale e scomodo. Ma s, certo che  cos anche lui,
hija, che cosa ti aspettavi?, credi che non li conosca quelli
come lui?, i ninotes della mia generazione che si rifiutano di crescere?
Non ho alcuna prova che fra Aura e sua madre ci sia davvero stata una
conversazione del genere. Ma per tre giorni e tre notti di fila Aura fu fredda
e addirittura crudele con me come non era mai stata prima, n fu mai
pi in seguito. Fece l'amore con me una volta sola, e cos di malavoglia che
l'uccello mi casc per terra e si ritir sotto il letto. La mattina usciva anche
prima di fare colazione, con commissioni da sbrigare all'Unam dall'altra
parte della citt e programmi di vedere la madre, le amiche, i vecchi professori
e perfino la sua vecchia analista, Nora Banini. Sembrava non avesse
voglia di presentarmi ai suoi amici, e in quelle lunghissime giornate non telefonava
neppure. Era con un vecchio fidanzato? Borgini, porca troia? (Juanita,
adesso lo so, aveva fortemente incoraggiato la sua relazione con lui.)
Per sapevo che Aura non era cos. O no? Ero fuori di me, ogni fibra satura
di terrore. Mi stava trattando come le donne trattano gli uomini quando
sanno che  finita e si preparano - ripetendo le argomentazioni, facendo
le prove con la mamma e le amiche - alla rottura.
Ma che cos'hai?, piagnucolavo quando tornava a casa. Che ti ho fatto?
Hai ragione, questo appartamento  una chiavica, me ne libero. Oh cazzo,
tu non mi ami pi! Cos, tutto d'un colpo?!?
Lei teneva gli occhi bassi. Era dall'altra parte del letto che sistemava le
coperte, la vecchia trapunta spiumata. Il silenzio della stanza strisciava verso
la morte. Le zampe delle carcasse sulla parete presero a vibrare, e anche
le ali, zanzare resuscitate a una vita da zombie dal mio cuore infranto, che
presto avrebbero svuotato succhiandolo fino all'ultima goccia.
Infine Aura disse, adagio, Non  questo, Frank. Non preoccuparti, non
 niente, passer.
E cos fu, la mattina seguente. Tutto svan come una febbre che Aura, cos
sembrava, aveva solo maliziosamente usato come nascondiglio, e lei torn
quella di prima, insistendo perch la accompagnassi dappertutto. Quel
mattino voleva che l'accompagnassi al Condominio Fantasma. Del perch
fosse stata cos fredda non parlammo neanche pi. Ero pi che felice di lasciarmi
alle spalle quei tre giorni, neanche portassero un contagio mortale.
Il Condominio Fantasma era il pi celebre ecomostro di avenida
Insurgentes, un enorme e semiabbandonato palazzone di quindici piani - molto pi
alto di tutti gli altri edifici della zona - con ampie facciate angolari sormontate
da una struttura in cemento che somigliava a una torre di controllo
sventrata dal fuoco. L'edificio pareva sopravvissuto a stento al bombardamento
di Dresda. Il direttore di una nuova rivista con cui tutti i giovani
scrittori desideravano collaborare aveva offerto ad Aura la possibilit di scrivere
un pezzo per una rubrica, tipo Talk of th town del New Yorker; lei
per non aveva mai praticato prima quel genere di scrittura. Aveva appena
passato il primo semestre alla Columbia a seguire lezioni che in pratica le richiedevano
di apprendere una lingua nuova - teoria della critica - compreso
un corso con la professoressa Gayatri Chakravorty Spivak, forse la pi grande
superstar della critica letteraria dell'ateneo dopo Edward Said. Aura era
intimidita e confusa dalla Spivak, ma al tempo stesso la adorava. E tuttavia
eccola l, esaltata dall'opportunit di scrivere per una rivista che diceva ai
modaioli della capitale dove mangiare, dove fare shopping e dove fare festa.
Aura aveva gi deciso di fare un pezzo sul Condominio Fantasma.
Quanto a me, sapevo solo che i sordidissimi bar aperti tutta la notte tipo El
Bullpen ed El Jacalito una volta erano l, sul retro del piano terra, ma adesso
erano chiusi. Ora che cosa c'?, chiesi. Fumerie di crack? Forse, disse lei, ma
in realt non lo so; per questo dobbiamo andarci. Quest'estate c' stato anche
un omicidio, aggiunse, un avvocato che aveva lo studio l. Splendido, risposi,
ora s che mi sembra pi sicuro: un posto dove gli avvocati aprono lo
studio e poi vengono ammazzati. Ci fermammo sul marciapiede a guardare
quei muri che parevano andati a fuoco. Porzioni di calcestruzzo e bigie piastrelle
crepate, bucate, staccate; riflessi fuligginosi dalle finestre, alcune con
tende malconce o tapparelle abbassate. Pi in alto, di sezioni lunghe quasi
quanto un piano intero restavano neri vuoti sventrati dalle fiamme. Non ci
fidavamo degli ascensori, quindi imboccammo, da una porticina di lato al
vestibolo centrale, una rampa di scale fetida di umidit e piscio. Passi veloci
e leggeri, un ragazzino scrofoloso che scende le scale, canotta lercia, tatuaggi
bluastri dal grezzo tratto carcerario, un codino che scende lungo la
schiena, un sacchetto di carta arrotolato in mano, gli occhi bassi: ci sfrecci
davanti senza un cenno. Salimmo al primo piano e ci ritrovammo ad
avanzare furtivamente lungo un corridoio buio, senza luci, porte chiuse, silenzio,
odore muffoso di roditori. Su qualche porta un'insegna o una targa;
una diceva Oficina Juridica, l'ufficio di un avvocato penalista. Girammo
l'angolo imboccando un altro corridoio, cos lungo che sembrava svanire
nelle tenebre. Tornammo sulle scale, salimmo di un piano e poi di un altro
ancora, ciascuno pi derelitto e claustrofobico del precedente. Volevo andarmene:
poteva succederci qualunque cosa, ad Aura soprattutto, in quel
rudere disabitato, e io ne sarei stato responsabile. Ma alla rampa successiva,
quando cominciai a riportare gi Aura, lei mi tir per il braccio e sussurr,
Pi su, andiamo pi su, come vittima di un incantesimo. Non se ne
parla, dissi io. Noi adesso usciamo. Pi tardi lei e Fabiola ne risero: io, l'ex
inviato di guerra, spaventato dal Condominio Fantasma!
La senora Gama, amministratore del Condominio Insurgentes e responsabile
della chiusura di due attivit commerciali al piano terra del disastrato
edificio - i ben noti locali El Bullpen ed El Jacalito - avanza con passo sicuro
in giacca blu elettrico e minigonna lungo il corridoio buio e tutto crepe del
decimo piano. Con un sorriso forzato fa strada a due possibili inquiline, due
ragazze che cercano un posto in cui aprire un laboratorio di sartoria, nella
discesa fino allottavo piano.  il piano pi alto raggiunto dall'unico dei quattro
ascensori che sia sopravvissuto al terremoto del 1985; la cabina  tutta
istoriata di graffiti colorati e incomprensibili, e le porta fino al quarto piano.
Questo l'incipit del pezzo dal titolo Il Condominio Fantasma pubblicato
nella rivista D.F. qualche settimana pi tardi. Le due ragazze che volevano
prendere in affitto i locali per aprire la sartoria erano Aura e Fabis.
Senza dirmi nulla, se non a fatto compiuto, Aura aveva convinto la cugina
a tornare l con lei.
Curiose di scoprire cosa c' oltre il decimo piano, le due salgono le terrificanti
scale. La vista sulla citt  spettacolare. Arrivate in cima trovano un
cartello che dice Propriet privata. Vietato l'ingresso a tutto il personale. Sbirciano
gi per il corridoio deserto e vedono un pilastro largo, bruciacchiato
e ricoperto di graffiti. Dove un tempo c'erano le finestre ora ci sono soltanto
infissi anneriti, colmi di cielo senza nuvole. Da qualche parte c' una radio
accesa. Le ragazze seguono la musica e in fondo al corridoio, dietro una porta
appena discosta, vedono la moquette rossa dentro un appartamento e due
uomini che leggono su un divano. Poi sentono dei passi avvicinarsi: spaventate
si scambiano uno sguardo, e senza una parola scappano gi per le scale.
Quando Aura consegn il pezzo il direttore ne rimase entusiasta e gliene
commission subito un altro. Noi andammo a stare nel vecchio appartamento
di Copilco, nella cameretta in cui Aura aveva trascorso la maggior
parte della sua vita. Non era rimasto quasi neanche un mobile e il telefono
era staccato; e bench non fosse un segreto per nessuno che noi eravamo l,
ci sentivamo come adolescenti in fuga che si nascondono.
Ma presto Aura avrebbe avuto una casa tutta sua. Un gruppo di giovani
architetti stava ristrutturando un vecchio capannone ai margini del quartiere
di Escandn per trasformarlo in un complesso di appartamenti stile
loft. La mamma di Fabiola, Odette, conosceva i genitori di uno degli architetti
e aveva acquistato due monolocali al piano terra a prezzo scontato
prima dell'inizio dei lavori, uno per Fabis e uno come investimento, mentre
Juanita ne aveva comprato uno per Aura sullo stesso piano, mettendo
tutti i suoi risparmi nella caparra. Era un regalo straordinario, che doveva
garantire ad Aura sicurezza e indipendenza all'inizio della sua carriera
professionale. Gli appartamenti sarebbero stati consegnati quell'estate.
Il fine settimana prima di Natale andammo con i genitori di Aura a Taxco,
dove Juanita era cresciuta, e passammo due giorni in un albergo di lusso
ristrutturato da poco, il Los Angeles de Las Minas, ospiti del proprietario
che era un grande amico di Leopoldo. Non avevo ancora conosciuto lo zio
di Aura: quello che, come lei stessa mi aveva avvertito, in teoria doveva odiarmi,
e che in teoria io avrei odiato a mia volta.
Venne fuori che era il tizio ritto davanti all'albergo con un caschetto di sicurezza
in testa, le cianografie dei progetti arrotolate sotto il braccio, i primi
tre bottoni della camicia linda e inamidata slacciati a scoprire il petto glabro
da nuotatore, un morbido maglione giallo annodato al collo: l'unico fratello
di Juanita, di sei anni pi vecchio, professore di diritto, ex diplomatico e autore.
Il pizzetto scuro e appuntito gli dava un'aria mefistofelica e lo faceva apparire
colto, borioso, vanesio e straordinariamente intelligente, ma in un modo
che non solo non scatenava l'umano interesse, ma anzi metteva in guardia.
Ci scambiammo garbati seppur bruschi convenevoli di rito. Leopoldo
non aveva motivo di indossare il caschetto, visto che i lavori per il suo bungalow
non erano ancora iniziati; stava solo andando a vedere il lotto con il
costruttore. E forse le cianografie arrotolate non erano neppure dei progetti,
e lui era solo un ragazzino travestito, con solenne cerimoniosit, da Bob
Aggiustatutto. Pi tardi dissi ad Aura che proprio quella mascherata di suo
zio me lo aveva reso simpatico.
Salendo in camera ci fermammo davanti alla vetrina di un argentiere
nella hall. Nel pomeriggio, scendendo al bar a prendere una bottiglia di vino
con la scusa che non avevo voglia di aspettare il servizio in camera, mi
infilai nel negozio e comprai una collana che mi era parso piacesse ad Aura.
Ero cos, le compravo regali, un allegro spendaccione che accumulava
debiti sulla carta di credito con l'alacrit di uno scoiattolo. Il superamento
della misteriosa crisi-dei-tre-giorni aveva rafforzato il nostro amore, e
mancavano ancora due settimane al nostro matrimonio mistico con gli uccellini
a Tulum. Scattai una foto ad Aura sul balcone della nostra stanza
nel tardo pomeriggio: un'azzurra montagna velata come sfondo e lei in camicetta
nera senza maniche, il naso e le guance arrossati, un sorriso timido
e la testa appena inclinata di lato, un delicato e indifeso bagliore negli
occhi, e tutto questo la fa sembrare ancora pi giovane, giovane al modo
sconcertante e irragionevole di una quincea nera innamorata e appena violata,
capisco ora incredulo quando riguardo quella fotografia. Con il calar
della sera il versante montano si anim di luci febbrili, mobili e scintillanti
al punto da sembrare una boccia-souvenir con la neve appena scossa, e l'aria
si riemp di un debole brusio elettrico, come proveniente da motorini e
carillon piccoli come insetti fluttuanti per la vallata. Ci sedemmo sul balcone
a bere vino. Tirai fuori dalla tasca la collana.
Se riguardo ora quella foto di Aura sono ben pi consapevole della nostra
differenza d'et, e mi mette assai pi a disagio di quanto non accadesse
quando eravamo insieme. Juanita di rado faceva commenti, in mia presenza
intendo, che mi provocassero imbarazzo o rammarico per gli anni che
avevo. Non credo fosse tanto per riguardo verso di me quanto semmai per
la figlia: stava al gioco, fingendo di vederci come Aura voleva che gli altri
ci vedessero; o forse lo faceva anche per se stessa. Juanita si rivolgeva quasi
sempre a me come se per et fossi pi vicino a sua figlia che a lei, ma se
avessimo parlato tra noi come due genitori non sarebbe stato meglio per
nessuno. Ci di cui mi vergogno ora  il modo in cui, quando eravamo con
sua madre, io a volte lasciavo che l'immaturit si camuffasse da giovanilismo,
perci quando venivo apostrofato quasi fossi ancora un adolescente, o
un bamboccione, un nihote, mi concedevo alla farsa e me ne sentivo addirittura
lusingato. I sessanta sono i nuovi trenta. Ma con Aura non ero cos.
E adesso devo guardarmi dal pericolo di scambiare il modo in cui mi trattava
o mi parlava sua madre con uno qualunque dei modi in cui lo faceva
Aura: un altro corrosivo tradimento della morte.
Aura mi disse, Qui ho passato i giorni pi belli della mia infanzia. Stavamo
su una ripida via di Taxco, fermi a guardare la casa di sua nonna, occupata
adesso dalla domestica storica di Mamma Violeta e dalla sua famiglia,
anche se Mamma Violeta era ancora viva e vegeta. Tinteggiata di un color
indaco intenso, con le persiane giallo acceso e decorata a piastrelle, era
una casa d'angolo a due piani incastonata sulle pendici della collina. Da
quella posizione soprelevata del marciapiede si aveva l'impressione di poter
atterrare direttamente sul tetto con un balzo solo, non fosse stato circondato
da diversi giri di filo spinato e cocci di bottiglia. La casa era piena
di cortiletti ombrosi e stanze isolate, e aveva finestre su due lati con vista
sulle cime dei monti dove cerano le miniere d'argento in cui aveva lavorato
il bisnonno di Aura, un ingegnere minerario francese. Nelle vacanze
scolastiche, Aura ci aveva trascorso anche un mese intero. Ma ora Mamma
Violeta non parlava pi con nessuno dei figli di primo letto. Leopoldo aveva
sondato i fratellastri e appreso che Mamma Violeta aveva davvero intenzione
di lasciare in eredit la casa all'ex domestica. I quattro figli nati dal
secondo matrimonio di Mamma Violeta vivevano tutti lontano, uno in Texas
e gli altri sparsi per il Messico, come la figlia con cui ora lei abitava, in
una piantagione di avocado a Nayarit. Il padre, cio il secondo marito di
Mamma Violeta, non poteva essere pi diverso dal primo,
l'attore dissoluto. Contabile in una delle miniere d'argento,
era astemio, allenava squadre
di calcio giovanili ed era un cattolico praticante che prendeva addirittura
parte alle processioni della Settimana santa. Era morto che Aura andava
ancora alle elementari.
Mamma Violeta era anche una confezionista e sarta di talento, e in giovent
aveva sognato di trasferirsi a Parigi per fare carriera nell'alta moda;
forse, se il primo marito non fosse morto cos giovane, l'avrebbe fatto.
In una famiglia che spesso dava troppo peso all'aspetto esteriore e in cui
Sandrita, la figlia maggiore di Leopoldo, e Katia erano considerate bellezze
indiscutibili e rivali, Mamma Violeta spesso trattava Aura come se fosse
la sua preferita, e una volta aveva passato diverse settimane a cucire e
adornare uno strepitoso abito da festa di sua creazione. Per chi era? Mama
Violeta non voleva dirlo, e tutte le nipoti lo desideravano e speravano
che fosse per loro. Poi Mamma Violeta disse all'allora undicenne Aura che lo
stava facendo apposta per lei, ma che doveva tenere il segreto, e Aura non
lo disse nemmeno alla madre. Una volta pronto per la nonna diede l'abito
alla cugina Sandrita, che aveva un anno pi di Aura. Disse che lo dava
a lei perch era la pi bella, e dal taglio dell'abito appariva chiaro che l'aveva
pensato sin dall'inizio per l'alta e snella Sandrita dalle gambe lunghe;
ecco perch quando Aura scoppi a piangere e raccont alla madre della
mancata promessa di Mamma Violeta nessuno le credette.
La pazzia  ereditaria, ovvio, disse Aura quel giorno sul marciapiede a
Taxco. Di solito pi in linea femminile che maschile. Per tre generazioni si
tramanda di madre in figlia, e poi si ferma. Forse sono solo dicerie popolari,
aggiunse, ma non significa che non ci sia un fondo di verit. Be', che
mia nonna sia pazza  evidente, e anche mia madre, quindi ora non mi resta
che scoprire se anche la mia bisnonna lo era.
Mi amor, tu non sei pazza, le dissi, te lo giuro. La bisnonna, per? La
bisnonna, disse Aura, era tornata in Francia per andare a trovare sua
madre, che era ormai in punto di morte, e non era pi tornata in Messico.
Si era ammalata laggi ed era morta. Ammalata di cosa?, domandai. Aura
non lo sapeva. Mamma Violeta era sull'orlo dell'adolescenza quando era
successo. Il padre, che non si rispos pi, continu a crescerla da solo, e
poi mor qualche anno pi tardi.
Questa casa sarebbe un posto bellissimo per scrivere, disse Aura indicando
una stanzetta d'angolo al secondo piano. Se solo riuscissimo a
convincere Mamma Violeta a vendercela, disse ancora. Decidemmo di iniziare
a mettere da parte i soldi per comprarla; era quello l'antico sogno di Aura.
Voleva ristrutturarla anche per sua madre, che adesso si rifiutava addirittura
di andare a dare un'occhiata. Ma Aura non vedeva e non sentiva Mama
Violeta da quando aveva dodici anni, dal giorno della furibonda lite tra
lei e Juanita a Copilco. Magari l'estate prossima, concluse, potremmo andare
a Nayarit e fare una sorpresa alla nonna.
L'ultimo giorno a Taxco comprammo l'angelo di legno imbiancato dallo
scarlatto sorriso lascivo ma cordiale che stava appeso sopra il letto a Brooklyn
e ci guardava, poi girava lentamente, poi ci guardava.
Ay mi amor, qufeo eres! Quella sua buffa risata silenziosa, bocca aperta,
occhi socchiusi, mentre scuoteva la testa.
Soyfeo?
Sui mi amor, pobrecito.
E somigliavo a una rana, diceva per prendermi in giro. Cmo est tu
papada?, chiedeva, come se la mia pelle lasca sotto il mento, non esattamente
una pappagorgia da rana, avesse una vita propria. Me la tirava con tutte
e due le mani, rideva e mormorava roca, Tu papada, mi amor.
Pobrecito, no tienes cuello. Poverino, non hai il collo.
Poverino, sei vecchio. A volte mi diceva anche cos, quando non riuscivo
a rimanere sveglio se guardavamo un DVD o la tiv a letto. Ed  vero che,
per quanto il film o il programma che stavamo guardando potesse piacermi,
di solito mi appisolavo. Per succedeva solo a letto, al cinema praticamente
mai. E poi mi addormentavo anche quando leggevo, a letto. Era un
sintomo dell'et?
Non ho mai restituito gli ultimi DVD che Aura aveva ordinato da Netflix.
Ho trovato le buste, ma due dischi mancavano; non sapevo cosa ne avesse
fatto e non sapevo neppure dove andarli a cercare. Ho continuato a pagare
l'abbonamento mensile; probabilmente dovr continuare a farlo per il resto
della vita, tipo contratto eterno, anche se com' probabile non ordiner
pi altri DVD da loro. Aura aveva ancora debiti astronomici con tutti i videonoleggi
della nostra zona e intorno alla Columbia. Ma io avevo comunque
smesso di vedere DVD a casa. Non mi piaceva stare da solo in quella stanza
con il lettore. Tutti quei clic ciac e vrrrrr e lucette
furtive, quella sua compagnia autonoma e inerte mi deprimevano, mi facevano sentire come l'ultimo
uomo vivo sulla terra.
In una fredda notte d'inverno mi addormentai accanto ad Aura che leggeva.
Un'ora dopo o gi di l lei mi svegli.
Trasalii. Cosa c'?
Lei indic l'interruttore sulla parete - quello che accendeva e spegneva
la lampada a cui era appeso l'angelo - e disse, Spegni la luce, mi amor.
La guardai a bocca aperta.
Tutta fiera come una monella, lei scoppi a ridere.
Io mi alzai e spensi la luce.
Gracias, mi amor.
Fa freddo! Non mi andava di scendere dal letto!
Il modo in cui dice Frank quando siamo soli, e il modo in cui mi risveglia
il cuore. La sento e la ascolto dentro di me, quella specie di tenero richiamo
d'oca accarezzato da labbra di peluche, una vocale imbottita di piume che
le galleggia sul respiro dopo la e schiaffeggia lievemente la k. Ma quando
scriveva, nelle e-mail, mi chiamava sempre Paco.
A volte diceva, Ma non potevi essere dieci anni pi giovane? Sarebbe stato
tutto perfetto!
Era un'imperfezione, la mia et, senza dubbio. Ma il mio cosiddetto giovanilismo
- non solo il fatto che dimostravo meno dei miei anni, ma anche
la mia immaturit - ci rendeva forse pi compatibili? A volte forse s, ma la
preoccupava anche. Come avevo fatto ad arrivare alla mia et senza risparmi,
senza curarmi del futuro? Aura non pensava che io fossi un fallito, ma
io temevo che a un certo punto potesse pensarlo, che prima o poi trovasse
addirittura giustificazione nel pensarlo. Temevo che mi lasciasse per quello- e infatti ero deciso a lavorare sodo, a guadagnare - molto pi che per
la differenza d'et. Forse ci illudevamo, ma io avevo ereditato la costituzione
robusta di mio padre, proclamavamo entrambi, anch'io avrei raggiunto
la novantina sano e vigoroso, e sarei stato uno di quei vecchi ben piantati e
tutti torso, testardo e arrapato tipo Picasso o Mailer, ma allegramente fedele
a un'unica donna! In passato, quando ero pi giovane e avevo fidanzate
magari anche un po' pi grandi di Aura, spesso mi avevano chiesto se fossi
il padre, la pi comune umiliazione dell'innamorato maturo. Invece con
lei non mi era mai successo. Come mai? Forse quando eravamo insieme in
pubblico, semplicemente, non davamo l'impressione di essere padre e figlia.
Mio padre sgranocchiava cipolle come se fossero mele, le raccontai una
volta. La ritenevo una prova del suo vigoroso appetito e dei modi da contadino
russo. Nessuno in grado di mangiare cipolle a quel modo poteva
essere cagionevole di salute. Qualche giorno pi tardi, da solo in cucina,
addentai d'impulso una cipolla rossa per vedere che effetto faceva. E dalla
camera da letto, esattamente all'altro capo dell'appartamento, Aura sent
lo scrocchio e url, Non avrai mica addentato una cipolla, eh? Adesso non
ti azzardare a baciarmi!
Come faceva a sapere che non era una mela?
Ai grandi magazzini mi assillava con i cosmetici maschili,
creme viso anti-et e robe cos, addirittura il Botox. Ti
prego, mi amor, fallo per me, non
vuoi sembrare pi giovane per la tua giovane moglie? Mi chiedevo se lo dicesse
sul serio: se un giorno fossi davvero tornato a casa con una base per
torta surgelata al posto della faccia, dopo il Botox, non ne sarebbe inorridita?
Mi mandava e-mail con dei link informativi su creme antirughe agli
ormoni bovini o cose del genere, indirizzo dell'e-store compreso. Sapeva
che non le avrei mai usate: impiastri da spalmarsi in faccia prima di andare
a letto e poi di nuovo la mattina, figurarsi. Ma Aura era una patita di creme
per il viso. Nel nostro ultimo viaggio a Parigi, che era stato breve - solo
due giorni, perch ero andato per la promozione di un libro - avevo passato
quattro ore a seguire Aura nel grande Sephora sugli Champs-lyses.
Aura, non  possibile che stiamo passando uno dei nostri due pomeriggi a
Parigi in una profumeria, mi lamentai. Al che lei disse, Ma qui hanno roba
che a New York non c'! E poi le confiscarono gran parte dei suoi tesori
di Sephora ai controlli di sicurezza dell'aeroporto Charles de Gaulle, perch
aveva infilato tutti quei tubetti nel bagaglio a mano.
Eravamo in metropolitana, quel primo autunno, una mattina che l'avevo
accompagnata alla fermata della linea F di Carroll Gardens e mi aveva convinto
ad andare alla Columbia con lei. Il treno era fermo in stazione. Mi
baciava sulle labbra e su tutta la faccia; quella mattina non
riusciva a smettere di baciarmi e anch'io la baciavo e ridevo,
poi buttai l'occhio di lato e
vidi un noto critico letterario che viveva da quelle parti
ritto l nel suo impermeabile
scuro, a met carrozza, e ci fissava, la bocca una fessura rigida
fra due lunghe rughe verticali, il naso spugnoso. Quando lo incrociavo
in quartiere a stento mi salutava, magari un cenno rapido e a volte neppure
quello, ma sono certo che sapeva chi ero, e poich ci eravamo anche trovati
a qualche festa ventanni prima, sapeva di avere circa la mia et anche
se lui sembrava vecchio gi allora, praticamente appena laureato. Insomma
stava l, brizzolato e semicalvo, di un pallore grigiastro, l'impermeabile
di un untuoso grigio-verde, che ci guardava con l'opaca brama e arsura
di una mummia. Ricordo di aver addirittura provato un leggero brivido di
sospetto e paura, come se il suo sguardo fosse foriero di una maledizione.
Il treno part, lui si sedette e apr il giornale.
Aura non torna mai a sedersi sulla sua Sedia da Viaggio fuori sulla scala
antincendio;  un viaggio senza ritorno quello per cui  partita. Cercavo
di darmi forza con il duro antimisticismo della cosa. Certe mattine entravo
in cucina, guardavo dalla finestra e vedevo la seggiola coperta di neve; e
i rami degli alberi nel cortile appesantiti di neve, e neve che striava il fondo
della scala antincendio, e venti centimetri sulla seggiola. Mi ricordava
quell'haiku di Borges: Questa  la mano che talvolta toccava la tua chioma(***).
Questa  la neve che sta seduta dove ti sedevi tu.

Note.
* Se ti ritrovi impigliato nell'amore / Di' pure una preghiera a quel Signore / Digli
grazie che sei vivo anche stasera / Grazie che ti ha salvato il culo: pensa se non c'era.
** Da Carol Ann Duffy, Berrettino Rosso, in La moglie del mondo, a cura di G. Sensi
e A. Sirotti, Le Lettere, Firenze 2002, pp. 17-19.
*** Da Jorge Luis Borges, Tutte le opere, a cura di D. Porzio, I Meridiani Mondadori,
Milano 1996, vol. II, p. 1251. [N.d.T.]
...
.
...
Capitolo 14.
...
.
...
Dicembre 2003
Tutto  cambiato. Si  aperta un'altra strada e io non so dove porta.
L'era di: Noi contro il resto del mondo.
Il resto del mondo contro di noi.
Non so ancora come si scrive in un diario.
Diario: si avvicina un altro anno. Non finisco mai di sorprendermi per come
ognuno, da quando ho finito le superiori, mi abbia riservato un evento
speciale. Un atto definitivo che mi ha sospinta in una nuova direzione. Mi
auguro che la mia vita possa obbedire a questa legge per molti anni ancora.
Per ora non so quanto avanti nel futuro mi porter questa
strada... isste caminho... nao sei... en si sei que en estou
contenta. Sempre con dubbi e malumori,
ma in generale molto, molto contenta della vita, delle sue sorprese e
dei suoi regali. Devo proprio dire/scrivere quanto sono grata. Prima di Paco
il mondo si era oscurato. Avevo cancellato me stessa. Abbattuta dalla solitudine.
Persa ogni speranza. Il dolore della solitudine profonda, un Cuore
che non apparteneva a nessuno.
Parigi 2004 (un anno pi tardi!)
Una festa al piano di sopra. La mia vita capovolta. Irriconoscibile. Sono grassa,
non pi scheletrica. Ventisette anni. Incazzata. Che cerco di scrivere te
ne sais quoi. La vita, bellissima. Sento la colpa della bellezza. La colpa di esistere.
Che cosa sto facendo!?
Dicembre 2006
Siamo soli. Io e Paco da soli a Natale.  la seconda volta, la prima  stata a
Parigi ed  stato magico. Siamo in aereo, abbiamo trascorso gran parte della
giornata in viaggio. Paco addormentato sulla mia spalla. L'amore  una
religione. Puoi crederci solo quando l'hai provato.
...
.
...
Capitolo 15.
...
.
...
Aura era bloccata in un ascensore guasto nella Butler Library: mi chiam
sul cellulare mentre io ero al Wadley. Con lei cerano altre persone e
qualcuno premeva senza sosta il pulsante dell'allarme diffondendo il panico
anche per telefono. Dissi ad Aura di stare calma, che di sicuro in
pochi minuti tutto si sarebbe sistemato, e di chiamarmi non appena la situazione
si fosse risolta. Dopo un quarto d'ora senza ricevere sue notizie
la chiamai io, ma non ebbi risposta. La mia lezione stava per iniziare.
(Si parlava della Via dei coccodrilli, il volumetto che Aura aveva portato
con s in spiaggia quell'ultimo giorno.) Lasciai il telefono acceso. Circa a
met dissi agli studenti che dovevo fare una telefonata e uscii, ma trovai
la segreteria e lasciai un messaggio chiedendo ad Aura di confermarmi
che stava bene. Immaginavo scenari orribili: l'aria che scarseggiava, Aura
boccheggiante, isteria claustrofobica. La lezione and da schifo. Quando
termin e lei ancora non rispondeva, chiamai il centralino della Columbia,
la chiamata fu trasferita e messa in attesa finch qualcuno della sicurezza
del campus mi disse che quel giorno non avevano ricevuto alcuna
segnalazione di un ascensore bloccato nella Butler Library. Come se l'ascensore
fosse svanito, con Aura e tutti gli altri dentro, e nessuno se ne
fosse accorto.
Pochi secondi dopo che mi aveva chiamato, venne fuori poi, il guasto
all'ascensore era andato a posto da solo, le porte si erano aperte e Aura era
andata direttamente in sala lettura, dov'era obbligata a tenere spento il cellulare,
e l era rimasta a studiare per diverse ore fino a quando
aveva finalmente controllato la segreteria e la posta
elettronica, aveva visto i miei messaggi
angosciati e si era ricordata...
O quella volta che ci avevano invitato per un aperitivo a Manhattan. Aura
era a casa e io invece a Dumbo, a meno fermate di metropolitana dal centro,
dove avevo subaffittato per qualche mese lo studio di un amico a una
cifra irrisoria. Secondo i piani lei avrebbe preso la linea F fino alla fermata
di York Street, dove mi avrebbe trovato ad aspettarla sul binario, poi
avremmo preso insieme il successivo treno per Manhattan. Arriv un treno,
si aprirono le porte e scesero diverse persone; qualche minuto dopo ne
arriv un altro. La stazione, con il freddo dell'inverno intrappolato dentro,
era un sudicio congelatore in ferro e cemento. I telefoni pubblici erano
rotti. Il mio cellulare l sotto non prendeva. Topi robotizzati sui binari che
mangiavano elettricit e limatura di ferro. Com'era possibile? Ci eravamo
sincronizzati, io l'avevo chiamata e lei aveva detto, Va bene, sono pronta
per andare in stazione, e poi aveva aggiunto, Dammi solo cinque minuti, e
infatti io avevo aspettato altri cinque minuti. Si sta ancora provando i vestiti,
pensai; li mette e poi se li toglie perch sono troppo sexy o troppo di
tendenza o perch le fanno risaltare il seno o il tatuaggio. Le piaceva vedersi
allo specchio con quei bei capi addosso, compresi alcuni che le avevo
comprato io, per poi per uscire di casa non se li metteva. Ormai erano
passati quattro treni. Avevo le mani e i piedi congelati e mi colava il naso.
Salii la lunga rampa di scale per uscire fuori e telefonarle dalla strada. Dovetti
fare quasi un isolato prima che il telefono ritrovasse il campo. Folate
di vento soffiavano dall'East River e sollevavano cartacce come pipistrelli
ghiacciati. Lei non rispondeva n al cellulare n al telefono di casa. Tornai
alla stazione e nello scendere le scale sentii in lontananza, come lo schianto
di un'onda grossa, il rumore di un treno che entrava o usciva dalla stazione.
Sul binario, guardando nel tunnel, vidi le luci verdi sempre pi piccole
e il puntino arancione del treno F diretto a Manhattan. E se Aura aveva
preso quello? Aspettai un'altra mezz'ora e poi tornai su in strada. Telefonai
all'appartamento dove c'era la festa, ma lei non era nemmeno l. Ecco
il dj-vu di solitudine, sconcerto e tristezza del: Sta succedendo davvero?
Poi, non sapendo cos'altro fare, scesi di nuovo in stazione. Se avessi raccontato
la scena a uno psicanalista sotto forma di incubo, non mi avrebbe forse
detto che parlava di separazione e morte?
Era successo, venne fuori poi, che Aura aveva preso il treno a Carroll
Gardens e aveva fatto solo una fermata, fino a Bergen Street, e mi aveva
aspettato l; aveva confuso la Bergen con la York, due fermate pi avanti,
oppure si era distratta quando le avevo spiegato i programmi. Alla fine si
era trascinata verso casa, sconcertata e triste come me, e si era fermata in
pasticceria da Sweet Melissa per una cioccolata calda.
Arrivando agli aeroporti di New York dall'estero, io e Aura dovevamo
sempre fare file separate all'immigrazione, anche dopo il matrimonio, perch
a lei toccava quella lunga e lenta dei visitatori stranieri. Quindi io passavo
sempre il controllo passaporti molto prima di lei e mi fermavo ad
aspettarla vicino alla parete, davanti a dove uscivano gli stranieri. A volte
le guardie mi dicevano che non ci potevo stare e allora indietreggiavo
verso il ritiro bagagli, ma spesso mi lasciavano in pace, con il disagio che
cresceva mentre passavano i minuti e Aura ancora non compariva. Poi finalmente
la vedevo raggiungere il gabbiotto e mi prendeva un altro attacco
d'ansia: che ci fosse di nuovo qualcosa che non andava nei documenti,
o che l'agente fosse di cattivo umore, o fosse semplicemente uno che si
divertiva a tormentare i messicani, e la ricacciasse indietro con un futile
pretesto; storie cos ne avevamo sentite un sacco. Qualcuno all'ambasciata
Usa in Messico aveva detto ad Aura per telefono che neppure una
borsa Fulbright garantiva pi un visto per motivi di studio. E se improvvisamente,
l davanti all'uscita, l'avessero respinta e rimandata in Messico
senza darle neanche la possibilit di parlarmi? Di rado avevo l'occasione di
spiare le mosse di Aura da lontano a quel modo, di guardarla mentre premeva
ubbidiente le dita sullo scanner delle impronte e rispondeva alle domande
guardando l'agente negli occhi, sorridendo o addirittura ridendo
a qualche suo commento, oppure mantenendosi invece seria e composta
- la cosa mi faceva sempre ripensare a quando da ragazzino guardavo mia
madre parlare con un vigile che le aveva dato una multa o con un cassiere
di banca o con un macellaio in Haymarket Square e consapevole della
loro consapevolezza che la mamma fosse delicatamente bella e straniera,
provavo un impenetrabile senso di estraneit - fino a quando non vedevo
infine l'agente che alzava le spalle timbrando il passaporto e pochi secondi
dopo Aura era tra le mie braccia.
Momenti di temporanea separazione e assenza e addirittura perdita che
erano ridotte prove generali di quel che ci attendeva. Non una premonizione,
ma vere e proprie visitazioni, la morte che varca la soglia, si prende Aura,
poi la riporta indietro e se ne torna nella tana.
La morte, un treno sotterraneo che va nella direzione sbagliata ma tu non
puoi scendere perch non fa fermate. Non ci si ferma in pasticceria da Morte
per una cioccolata calda.
Quella settimana dopo il nostro primo Natale e Capodanno insieme in Messico
prendemmo una stanza per cinque giorni in un piccolo hotel de charme
sulla spiaggia di Tulum. Le prime tre mattine finimmo col dover andare
da Tulum all'ufficio passaporti di Cancun e tornare indietro nel pomeriggio,
circa centocinquanta chilometri ogni volta. Aura si era accorta, prima
di partire per il mare, che dal suo arrivo in Messico qualche settimana prima
aveva perso il passaporto. ta Lupe le aveva mandato per corriere il certificato
di nascita da Guanajuato all'ufficio della FedEx di Cancun. Tutti
conoscono la burocrazia messicana: lunghe code che arrivano direttamente
all'antico Impero azteco; appuntamenti multipli da concordare a questo
sportello o a quell altro banco; un sacco di moduli da acquistare in qualche
minuscola cartoleria, di solito gestita da simpatiche vecchiette, e poi compilare,
far autenticare, quindi ricomprare e compilare di nuovo perch a uno
sportello un qualche burocrate ha trovato uno stupido, infinitesimale punto
non compilato correttamente, poi rifar autenticare, e cos via. Aura era
una veterana della burocrazia messicana, visto che l'Unam ne era uno degli
esempi peggiori, ed era affascinante osservare la calma con cui la sopportava:
il suo sereno, educato e addirittura piacevole modo di interagire con
impiegati e segretarie, conquistando anche quelli pi meschinamente antipatici
o addirittura ostili. Tutto questo mi apriva una finestra sul suo carattere,
pensavo; e adoravo fare le file in quegli uffici con lei, anche se la nostra
vacanza a Tulum la stavamo passando in quel modo anzich in spiaggia. La
superstrada a due corsie sulla quale passammo in auto un'enorme porzione
della nostra breve vacanza, con le spiagge, i cenotes e le rovine nascoste alla
nostra vista, era uguale a tutte le statali del mondo, nonostante i cartelloni
che pubblicizzavano villaggi vacanze e parchi acquatici con nomi e grafie
Maya. L'auto che avevamo noleggiato aveva il lettore CD e a una stazione di
servizio, avendole detto che non conoscevo la musica di Jos Jos, Aura aveva
comprato un CD dei suoi successi. Fu l'unica musica che ascoltammo durante
i lunghi tragitti fra Tulum e Cancn, le stesse tristi ballate che Juanita
ascoltava nella Torre Terribile, piangendo sul suo abbandono.
Viaggiando in direzione di Tulum, vedevamo continuamente piccoli
cartelli dipinti a mano che indicavano Subway, che doveva essere il nome
di un insediamento maya, mi dissi, pronunciandolo Subuei. Addirittura
dissi, Forse c' scritto Subwaj e noi non abbiamo letto bene. Ma no,
era una y, non una j. Per una qualche misteriosa ragione qualcuno cercava
di attrarre viaggiatori a Subuei. Ma si scopr invece che si trattava della
prima apertura della celebre catena di paninoteche Subway nello stato del
Quintana Roo, in una piccola zona commerciale di lato alla superstrada e
accanto a un golf club fuori Tulum. Aura non riusc pi a passare davanti
a un Subway, in qualunque parte del mondo, senza farmi notare: Ecco
il tuo pueblo Maya, mi amor... Subuei. Per raggiungere la spiaggia dove si
trovava il nostro albergo si lasciava la superstrada per un lungo sterrato,
con l'auto che arrivava sul fondo stradale ben pi morbido a gran velocit,
rimbalzava e dava l'impressione di alzarsi e galleggiare su una nuvola marrone
di terriccio spumeggiante, come se cavalcasse una delle lunghe note
della voce sonora di Jos Jos, e di nuovo quel senso di dislocazione, di venire
sospinti oltre una soglia e passare da un mondo di mezzo nuovamente
alla citt costiera di Tulum. Alla fine un burocrate a uno sportello disse
ad Aura che poteva avere il duplicato del passaporto solo nello stato messicano
di residenza. Perch non gliel'avevano detto il primo giorno? Non c'
risposta a questa domanda.
Aura di fianco a me, a letto: Cosa ti succederebbe, mi amor, se io ti lasciassi?
Morirei, mi amor, lo sai.
S, lo so, moriresti proprio, vero?
S, vero.
E poi lei rideva, con una sorta di allegria infantile, e diceva, E se invece
succedesse qualcosa a me, se fossi io a...
No, Aura! Smettila!
... se fossi io a morire...
Allora morirei lo stesso anch'io. Davvero, Aura, non dirlo neanche per
scherzo.
Moriresti proprio, vero? Ay, mi amor... scuotendo tristemente il capo.
Tu sei troppo fortunato, Francisco, mi diceva. Sei l'uomo pi fortunato del
mondo, ad avere una moglie giovane, intelligente e dotata che ti ama come
ti amo io. Ma lo sai quanto sei fortunato?
Lo so, mi amor. Non c' uno pi fortunato di me.
Sul serio, Francisco,  cos.
S, lo so,  vero.
E se vuoi diventare padre alla tua et, devi tenerti in perfetta forma.
Guarda che i bambini pesano un sacco, e li devi scarrozzare dappertutto.
 per questo che vado sempre in palestra. Mi sto preparando.
E devi stare attento a quello che ci succede intorno, sempre, quando siamo
in giro. Se nessuno di noi due  in grado di fare attenzione, guarda che
io un bambino con te non lo faccio.
Lo so, mi amor, star attento per tutti e due, te lo prometto.
Ogni giorno una spettrale rovina. Ogni giorno la rovina del giorno che
avrebbe dovuto essere. Ogni secondo che avanza sull'orologio, qualunque
cosa io faccia, veda o pensi, tutto  ridotto in cenere e schegge carbonizzate,
rovine del futuro. La vita che dovevamo fare, il bambino che dovevamo
avere, gli anni che dovevamo passare insieme, era come se quella vita fosse
gi esistita millenni prima, in una segreta citt perduta nella giungla e
adesso caduta in rovina, coperta di vegetazione, gli abitanti estinti, mai scoperti,
le loro storie mai raccontate da nessun essere umano fuori di l. Una
citt perduta dal perduto nome che solo io ricordavo: Subuei.
Alla stazione della metro sulla Novantaseiesima, dove aspettavamo l'espresso
per Brooklyn dopo aver pranzato all'Ollie's vicino alla Columbia,
Aura diceva, Ah, sai,  un testo sul modo in cui i testi generano discorsi fra
testi, quindi non c' nessun motivo di tirare in ballo gli autori, n le loro
intenzioni. S, d'accordo, lo so che  vero, ma... Ma alla lezione di quel pomeriggio,
tutta occupata da una discussione sul racconto di Borges Pierre
Menard, autore del Chisciotte, non aveva riso nessuno, neanche una volta.
Ma Frank, Frank, continu lei accalorata, possibile che nessuno si sia accorto
che Borges faceva lo spiritoso quando ha scritto quel racconto? La voce
narrante, mi spieg,  un critico mediocre, indignato perch il suo defunto
amico Pierre Menard  stato escluso da un certo catalogo di autori importanti
compilato da una collega. D'accordo, ma qualcun altro concorda sul
fatto che Menard fosse poi cos eminente? La baronessa e la contessa, loro
concordano, disse Aura, entrambe amiche di Menard e del critico. Ma sono
solo la baronessa e la contessa!, esclam. E la contessa francese ora vive a
Wmchita o in un posto del genere, sposata a un vecchio gringo, quello non 
un indizio secondo te? Un indizio che Borges sta facendo lo stupido, e in pi
si prende gioco della presunzione di taluni sedicenti scrittori incapaci. Imit
un rimbrottante basso professorale: No, Ow-ra, sbagliato. Fa lo stupido?
iQu? Scrittori incapaci? Qui non leggiamo i testi in questo modo, Ow-ra.
Le nappine di filo rosso e rosa che pendevano come grappoli di mini
banane, tre per lato, dai copriorecchie andini del ridicolo berretto di lana
a punta di Aura, e il rosso pennacchietto rigido che lo incoronava, dondolavano
all'unisono con le guance ballonzolanti e lo scroscio della sua risata.
Aura si divertiva, le brillavano gli occhi; e and avanti cos, ciarliera ed
effervescente, per tutto il tragitto fino a Brooklyn. In quel periodo andava
scoprendo di non essere come gli altri dottorandi, cui era ideologicamente
vietato di considerare la personalit e la malizia dell'autore. Poi, non era
sempre cos sventata da bearsi di quelle differenze e ammetterle, spesso era
tormentata dal cruccio: Mi espelleranno! Mi toglieranno la borsa di studio!
Mi manderanno in un gulag!
Secondo te Jim ha una gamba di legno?, chiese, passando a un altro argomento
che ultimamente la preoccupava: il marito di Valentina, Jim, straricco
banchiere d'affari e lui pure decisamente pi vecchio della moglie... Non
l'avevo notato? Non era la zoppia tipica di chi ha una gamba di legno o una
protesi, la sua? Dal ginocchio in gi, disse, la tribia, la tibbia, come diavolo si
chiama? E se lo chiedeva a Valentina, se Jim aveva una gamba di legno, e poi
non era vero, lei si sarebbe offesa? Si faceva gi cos tanti problemi, povera,
per il fatto che lui sembrasse cos precocemente anziano, da impedirgli praticamente
di avvicinarsi alla Columbia. Be', se anche avesse una tibia fatta di
formaggio, risposi io, di certo non sarebbe un Camembert del supermercato,
quello fa soldi a palate. Ay mi amor, replic lei con dolcezza, qu tonto eresi
Una sera di qualche mese pi tardi, uscendo dal cinema, ci attardammo dietro
Jim e Valentina sul marciapiede, in modo che io potessi studiare l'andatura
di lui. Forse  vero, pensai. Poi in estate ci invitarono nella loro casa di
campagna e andammo a farci il bagno: solo rigidit da artrosi, ecco cos'era.
In attesa del treno per Brooklyn, stavo ad ascoltarla, a guardarla in quel
viso cos acceso di puerile eccitazione e della sua specialissima innocenza:
Ma coser quell'innocenza? Di cos'era innocente Aura, diversamente
da me? Tante passate esperienze di fallimento e delusione. L'amore faceva
tornare innocente anche me, spazzando via quella storia personale? Aura
era innocente del potere dei suoi doni e questo, il suo innocente potenziale
e la sua umilt, ai miei occhi la rendevano a volte fragilissima. In momenti
come quello, l sulla banchina della metropolitana, stordito d'amore per
lei, intuivo quanto fosse vulnerabile - cos presa dalla sua eccitazione, distratta,
fisicamente delicata - alla spinta da dietro sul percorso di un treno
in arrivo da parte di un qualunque pazzo squinternato rimasto senza farmaci.
Questa ricorrente paura del pazzo che spingeva la gente nella metro
a volte era cos forte che sentivo quasi l'impulso a spingere gi Aura io stesso,
quasi che lo squinternato fossi io e dovessi portare a termine l'inevitabile,
o come se semplicemente non sopportassi pi neanche per un secondo
tanto amore e tanta felicit, e allora, contemporaneamente, in un silenzioso
attacco di panico la trascinavo al sicuro, lontana dal bordo. Cingendole
la vita o le spalle la tiravo indietro adagio nella folla dei passeggeri in attesa
e mettevo il mio corpo tra lei e i binari, poi le davo un bacio pieno di sollievo
sulla guancia. Non l'ho mai capito, quell'orribile impulso a spingerla
gi dalla banchina e al tempo stesso trascinarla al sicuro, salvandola da tutti
i maniaci fantasma ma anche da me stesso.
...
.
...
FINE Parte 1.